Dalle curve dei club agli spalti dei Mondiali: il difficile rapporto tra mondo ultras e nazionali

12 luglio 2026 – ore 08:00 – I Mondiali di calcio 2026 sono ormai entrati nella fase decisiva della loro 23ª edizione, accompagnati da entusiasmo, record di pubblico e inevitabili polemiche, a partire dal costo elevato dei biglietti fino ad arrivare ad alcune evitabili intromissioni politiche su certe partite. Centinaia di migliaia di tifosi e tifose hanno raggiunto le città ospitanti per seguire dal vivo le proprie nazionali. La sola Kansas City, una delle sedi del torneo con sei partite in calendario, prevede un afflusso finale di circa 650 mila visitatori legati all’evento. Eppure, sugli spalti delle grandi competizioni internazionali manca spesso una figura diventata ormai simbolica nel calcio moderno: l’ultras. Il tifo organizzato delle nazionali, infatti, segue logiche profondamente diverse rispetto a quello dei club.

Gli ultras sono nati in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, sviluppandosi attorno a un forte senso di appartenenza, a strutture organizzative interne e a una cultura fatta di cori, bandiere, striscioni e coreografie. Le curve italiane sono diventate un modello esportato in tutto il mondo tra gli anni Ottanta e Novanta, influenzando il tifo in Europa, Nordafrica e Sud-Est asiatico.

Trasferire quel modello alle nazionali, però, si è rivelato molto più complicato. L’identità ultras nasce infatti dalla contrapposizione: essere parte di una curva significa spesso riconoscersi in un gruppo e in una storia diversa rispetto a quella dei rivali. Nel caso delle selezioni nazionali, invece, tifosi appartenenti a gruppi storicamente avversari nei campionati interni si trovano improvvisamente dalla stessa parte.

Un tifoso della nazionale italiana, per esempio, può ritrovarsi a condividere la stessa curva con sostenitori organizzati di squadre rivali durante la stagione. Una convivenza non sempre semplice, soprattutto considerando che le partite delle nazionali sono poche durante l’anno e le distanze geografiche rendono difficile mantenere una struttura stabile.

Gli Ultras Italia e il caso italiano

Una delle poche eccezioni è rappresentata dall’Italia. Dopo gli Europei del 2000 nacquero due gruppi ultras legati alla Nazionale, tra cui il più noto fu “Ultras Italia”. Il gruppo nacque come alleanza tra diverse realtà ultras del calcio di club e arrivò, secondo le stime dell’epoca, a raccogliere circa 700 membri.

La caratteristica distintiva era proprio la capacità di riunire tifoserie normalmente rivali sotto un’unica bandiera azzurra. Il gruppo, ufficialmente sciolto nel 2015, ha però lasciato una continuità organizzativa che si è trasformata nella realtà oggi conosciuta come “I ragazzi col tricolore”. Un’esperienza particolare, anche per la forte connotazione politica di alcuni suoi componenti, elemento che ha caratterizzato diversi gruppi ultras nazionali in Europa.

Il modello ungherese della Carpathian Brigade

Uno degli esempi più conosciuti a livello internazionale è quello della Carpathian Brigade, il gruppo ultras che segue la nazionale ungherese. Nato nel 2009, è diventato molto visibile nell’ultimo decennio, coinciso con il ritorno dell’Ungheria ai grandi tornei internazionali dopo oltre cinquant’anni di assenze.

Il gruppo è noto per una forte identità nazionalista e per posizioni politiche di estrema destra attribuite a una parte dei suoi componenti. La sua crescita è stata anche favorita dalla maggiore presenza dell’Ungheria nelle competizioni europee, con tre partecipazioni consecutive agli Europei. Secondo alcune ricostruzioni, però, la dimensione reale della Brigata sarebbe molto più ridotta rispetto alla percezione pubblica, con un nucleo stabile di poche decine di persone attorno al quale ruota una base più ampia di sostenitori.

Fenomeni simili si sono registrati anche in altri Paesi dell’Europa orientale. In Romania, ad esempio, il gruppo Honor et Patria nacque nel 2003 e tra i suoi fondatori figurò anche George Simion, oggi leader di un partito della destra nazionalista rumena.

Un fenomeno limitato e soprattutto europeo

Nonostante alcuni casi molto discussi, il fenomeno degli ultras delle nazionali resta comunque marginale. I gruppi più strutturati si trovano soprattutto nell’Europa orientale, dove il calcio si intreccia spesso con identità nazionali molto forti. Tra gli esempi più noti ci sono i Tifozat Kuq e Zi dell’Albania, nati nel 2003, e i BH Fanaticos della Bosnia-Erzegovina.

Al di fuori dell’Europa, invece, prevale un modello differente: non vere e proprie curve ultras, ma gruppi organizzati di tifosi che coordinano trasferte, abbigliamento, bandiere e animazione dello stadio senza necessariamente avere una struttura ideologica o una storia di rivalità. È il caso di molte tifoserie africane e sudamericane, dove il sostegno alla nazionale assume spesso una dimensione più festosa e popolare.

Dal Brasile alla Scozia: il tifo come spettacolo

Il Brasile rappresenta uno degli esempi più interessanti. Il Movimento Verde Amarelo, nato nel 2008 e riconosciuto dal Comitato olimpico brasiliano, si inserisce nella lunga tradizione delle “torcidas organizadas”, gruppi di tifosi nati già negli anni Trenta e diventati protagonisti durante i Mondiali del 1950 disputati in Brasile.

Anche altre nazionali hanno sviluppato gruppi ufficiali o semi-organizzati, spesso caratterizzati più dall’aspetto folkloristico che da quello politico. Tra i più celebri c’è la Tartan Army, il colorato seguito della Scozia, tornata a disputare un Mondiale dopo l’ultima partecipazione del 1998.

Quando il tifoso diventa simbolo

Il fascino del tifo delle nazionali passa spesso anche attraverso singoli personaggi capaci di diventare icone. È il caso di Michel Nkuka Mboladinga, tifoso della Repubblica Democratica del Congo diventato famoso durante l’ultima Coppa d’Africa. Vestito come Patrice Lumumba, storico leader dell’indipendenza congolese, Mboladinga seguiva le partite immobile per novanta minuti con un braccio alzato, trasformandosi in una sorta di portafortuna vivente della squadra.

Durante le qualificazioni ai Mondiali non è riuscito a raggiungere alcune partite a causa dei problemi con i visti d’ingresso, ma i tifosi congolesi hanno portato comunque sugli spalti un cartonato con la sua immagine. Un gesto simbolico che racconta bene la natura del tifo delle nazionali: meno legato alla continuità quotidiana delle curve di club e più costruito su emozione, appartenenza e rituali collettivi.

Articolo di Lorenzo Degrassi

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