La NATO entra nell’era del disimpegno americano

7 luglio 2026 – ore 14:30 – PremessaI media statunitensi rivolgono grande attenzione al vertice della NATO ad Ankara del 7 e 8 luglio, affermando che questo incontro potrebbe rappresentare una prova cruciale per la credibilità e la futura sostenibilità dell’Alleanza. In particolare, diversi analisti americani stanno sottolineando che la Casa Bianca, questa volta, ha in animo di verificare se l’Europa sarà effettivamente in grado di trasformare, con la rapidità richiesta da Washington, le promesse in budget più consistenti per la Difesa. In altre parole, i media americani prevedono che l’incontro di quest’anno sposterà il dibattito dalle promesse all’attuazione su questioni relative agli appalti, alla capacità industriale, al sostegno all’Ucraina e all’architettura politica di quella che l’amministrazione Trump ha definito “NATO 3.0”. Oggi analizzeremo le posizioni americane e di alcuni think tank internazionali di grande autorevolezza, volgendo infine lo sguardo anche alla Russia, dove gli organi di stampa, all’indomani del lungo colloquio telefonico intercorso tra Putin e Trump, sembrano aver ripreso una certa fiducia sul futuro delle relazioni tra Mosca e Washington. Le cancellerie europee appaiono in fermento e non sembra profilarsi all’orizzonte una chiara linea comune da presentare a Washington, né una visione condivisa della futura sicurezza nel vecchio continente.

La tensione appare palpabile, i rapporti tra Washington e molte cancellerie europee sono tesi e il linguaggio sarà inevitabilmente molto attento, estremamente curato, onde evitare incidenti diplomatici e reazioni scomposte. Sullo sfondo degli incontri, l’Ucraina sarà presente con Zelensky, seppure in forma marginale.

I grandi quesiti

Secondo i maggiori analisti americani, nel vertice dovranno essere individuate risposte adeguate almeno ai seguenti quattro grandi interrogativi.

1 – Riuscirà la NATO a mantenere gli Stati Uniti impegnati, trasferendo al contempo maggiori responsabilità all’Europa?
2 – Il boom della difesa in Europa si tradurrà in armamenti o solo in budget più elevati?
3 – Riuscirà la NATO a evitare fratture politiche con l’evolversi dell’Alleanza?
4 – Che cosa si aspetta la Turchia dall’organizzazione del vertice?

Senza alcun dubbio, merita ricordare che la NATO è strutturata attorno al potere degli Stati Uniti da 77 anni, il che rende inevitabilmente la questione tanto politica quanto militare, come ha recentemente ribadito anche Max Bergmann, direttore del programma Europa, Russia ed Eurasia presso il Center for Strategic and International Studies di Washington.

Tuttavia, se Washington dovesse dare seriamente corso a un parziale ritiro delle proprie forze dall’Europa, lanciando chiari segnali di un progressivo disimpegno, gli europei dovrebbero contestualmente essere informati sulla relativa tempistica. Conoscendo l’imprevedibilità di Trump, tale aspetto non lascia assolutamente tranquilli gli europei.

In tale quadro d’insieme, sempre i media statunitensi rilevano che, malgrado gli europei tenteranno di mostrarsi uniti, la situazione reale appare decisamente diversa. La Spagna ha ricevuto forti critiche interne per il proprio progetto di bilancio della Difesa; Regno Unito e Francia sono alle prese con seri vincoli di bilancio, mentre Polonia, Paesi Baltici e molti Paesi nordici stanno registrando progressi più rapidi a causa della loro vicinanza con la Russia.

In tale contesto, Ulrike Franke, analista senior presso l’European Council on Foreign Relations, ha sottolineato che l’industria della difesa europea appare ancora frammentata e limitata dalle catene di approvvigionamento, dalla burocrazia, dalla carenza di manodopera e da anni di sottoinvestimenti.

Sotto il profilo politico, merita inoltre ricordare che i vertici della NATO non erano tradizionalmente eventi annuali, ma si sono tenuti ogni anno dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia.

In merito, Bergmann ha affermato che non dovrebbe stupirci se questo fosse l’ultimo vertice NATO della presidenza Trump, in un clima di incertezza riguardo a un possibile vertice in Albania il prossimo anno e al calendario delle elezioni statunitensi del 2028.

Questa possibilità, sempre secondo Bergmann, potrebbe alzare la posta in gioco. Se questo vertice rappresenterà effettivamente un “ultimo atto”, aspettiamoci che il messaggio che Trump sceglierà di inviare in occasione di questo vertice NATO possa avere ripercussioni ben oltre la Turchia.

In estrema sintesi, possiamo affermare che, mentre gli europei cercheranno di mantenere gli Stati Uniti saldamente ancorati in Europa, gli americani ci richiederanno di “armare” più rapidamente il vecchio continente e la Turchia, probabilmente, rivendicherà il proprio ruolo, cercando di evidenziare la propria posizione strategica, essenziale in seno alla NATO e rilevante non solo nel quadrante mediorientale.

https://ecfr.eu/
https://www.csis.org/analysis/csis-press-briefing-previewing-nato-summit-2026
https://ecfr.eu/profile/ulrike_esther_franke/
https://www.csis.org/people/max-bergmann

Intervista dell’Ambasciatore statunitense alla NATO

Il 6 luglio u.s. l’ambasciatore statunitense alla NATO, Matthew Whitaker, ha rilasciato una breve intervista alla rete televisiva CNBC, nella quale ha voluto ribadire il punto di vista statunitense in vista dell’appuntamento di Ankara.

In particolare, Whitaker, incalzato dal giornalista di CNBC, ha precisato che le tensioni all’interno della NATO, causate dalla campagna dell’amministrazione Trump diretta a esercitare pressione sugli alleati in merito alle spese per la difesa, riflettono “problemi di crescita” piuttosto che una vera crisi.

«L’obiettivo statunitense è che l’Europa assuma la responsabilità della difesa convenzionale del continente europeo»; «non ce ne andremo, semplicemente ridurremo il nostro impegno»; «considero queste tensioni come sfide che abbiamo già affrontato in passato», ha affermato il diplomatico, sottolineando la disomogeneità delle spese per la difesa tra i Paesi europei, compresi quelli che ha definito «in ritardo», i quali dovranno impegnarsi ad aumentare tale quota nel prossimo decennio.

Al vertice NATO dello scorso anno, all’Aia, nei Paesi Bassi, gli alleati hanno concordato un obiettivo di spesa per la difesa pari al 5% del PIL entro il 2035, di cui il 3,5% destinato alle spese di difesa essenziali. La decisione fu ampiamente considerata una svolta per l’Alleanza transatlantica e giunse dopo anni di pressioni da parte di Washington.

Whitaker ha sottolineato come Germania, Polonia, Paesi Baltici e Danimarca abbiano una visione chiara su come affrontare le sfide alla sicurezza. La maggior parte dei Paesi europei ha aumentato significativamente le spese per la difesa dopo anni di garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni, come il Regno Unito e la Francia, si trovano ad affrontare compromessi di bilancio e vincoli fiscali più difficili rispetto ad altri.

«La NATO e i nostri alleati dormivano», ha detto Whitaker. «L’abbiamo risvegliata e ora stiamo solo cercando di capire come si svolgerà questo processo.»

Ricordiamo brevemente che lo stesso ambasciatore, il primo luglio, nel corso di una conferenza stampa, pur non nascondendo l’irritazione americana per il mancato supporto ricevuto dagli europei nel conflitto in Iran, aveva cercato di stemperare i toni, affermando testualmente: «Non c’è dubbio che il presidente statunitense abbia espresso delusione, tuttavia quei tempi sono ormai passati, per fortuna», sottolineando che «i membri della NATO ora stanno comprendendo meglio l’importanza della coesione politica e militare».

In tale occasione, lo stesso Whitaker aveva evidenziato che, mentre alcuni alleati, tra cui la Polonia, i Paesi nordici, gli Stati Baltici e la Germania, stavano guidando gli sforzi per raggiungere o avvicinarsi all’obiettivo del 5%, molti altri erano in ritardo o non disponevano di un percorso credibile per conseguirlo.

https://www.cnbc.com/2026/07/06/nato-trump-defense-spending-whitaker.html

https://www.rferl.org/a/us-envoy-whitaker-says-nato-has-moved-past-iran-operation-tensions/33794073.html

Rutte affonda il coltello nella piaga

Il Segretario generale della NATO, l’ex premier olandese Mark Rutte, sempre più schierato al fianco di Trump, ha affermato che la NATO, così come è stata finora, non è più «sostenibile», perché non si può chiedere a «un Paese con 350 milioni di abitanti che vivono a otto ore di volo da qui», gli Stati Uniti, «di difenderci dai russi, con 600 milioni di persone che vivono in questa parte del territorio NATO».

Rutte ha delineato così, ad Ankara, l’essenza del burden sharing, ora evoluto in burden shifting, ovvero il riequilibrio degli oneri che comporta la difesa dell’Europa e che gli Stati Uniti non hanno più intenzione di sostenere, essendo ormai concentrati sul Pacifico.

Serve un riequilibrio, ha sottolineato l’ex premier olandese, con un ruolo maggiore dell’Europa, mentre gli Stati Uniti, pur continuando a offrire l’ombrello nucleare, delegheranno sempre più la difesa convenzionale agli europei.

Rutte ha evidenziato che molti Paesi europei, come la Germania, hanno aumentato in modo consistente la spesa per la difesa. Ha inoltre osservato che, se Paesi come Spagna e Italia hanno portato la spesa per la difesa al 2% del PIL, è anche merito di Donald Trump.

«Penso che gli Stati Uniti stiano incoraggiando fortemente, ed è un eufemismo, gli alleati», ha detto il segretario generale, «a raggiungere il 5% del PIL per le spese in difesa e sicurezza, per garantire che la produzione dell’industria della difesa aumenti, e questo non può che essere positivo».

La Spagna non si è fatta attendere e il premier Pedro Sánchez ha dichiarato che la spesa per la difesa della Spagna, pari al 2,1% del PIL, rappresenta un impegno più che sufficiente nei confronti dell’Alleanza, rispetto al 5% concordato lo scorso anno e da raggiungere entro il 2035. Secondo fonti governative spagnole, Sánchez difenderà la posizione del suo governo con dati concreti e dimostrerà il pieno impegno della Spagna nei confronti della NATO.

In tale contesto, Rutte, intervistato da Politico, ha dichiarato che: «Il presidente Trump sta sostanzialmente realizzando ciò che, sin da Eisenhower, i presidenti americani hanno cercato di ottenere, ovvero pareggiare la spesa per la difesa tra Stati Uniti ed Europa»; «bisogna costruire una NATO sostenibile e quindi non eccessivamente dipendente dagli Stati Uniti, un’Europa più forte all’interno di una NATO più forte».

In relazione all’opportunità di continuare a sostenere l’Ucraina, Rutte ha dichiarato: «Dobbiamo farlo a causa della minaccia russa e vediamo cosa stanno facendo i russi in Ucraina», aggiungendo che l’obiettivo è difendere il miliardo di persone che vivono nei Paesi della NATO «dalla minaccia russa, dal massiccio rafforzamento militare cinese e dal fatto che Russia, Cina, Corea del Nord e Iran collaborano».

https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/06/nato-secretary-general-previews-the-ankara-summit-highlights-progress-on-defence-spending

https://www.politico.eu/article/mark-rutte-nato-admit-it-donald-trump-was-right/

Il vertice visto da una delle massime esperte di analisi geostrategica del Council on Foreign Relations

Dalla lettura attenta di numerose analisi provenienti da diversi ambienti in vista dell’appuntamento di Ankara, desidero offrirvi la possibilità di conoscere il punto di vista di Liana Fix, una delle massime esperte in materia di sicurezza internazionale, che, in un recente editoriale, ci aiuta, meglio di altri, a comprendere e delineare i contorni strategici di questo importante, forse decisivo, vertice NATO nella capitale turca.

In particolare, si afferma che gli Stati Uniti sembrano ritirarsi dalla sicurezza europea, con i piani di disimpegno che accelerano dopo una spaccatura sul sostegno alla guerra israelo-americana contro l’Iran. Il vertice NATO in Turchia potrebbe segnare l’inizio di una transizione verso una nuova versione dell’Alleanza, ma si teme che possa peggiorare la situazione della sicurezza europea.

Gli alleati europei pensavano che il vertice del 7 e 8 luglio ad Ankara, in Turchia, si sarebbe concentrato sui risultati ottenuti dall’incontro dell’anno precedente all’Aia: una sorta di «pagella» sui progressi compiuti dagli alleati europei della NATO nell’aumento delle spese per la difesa.

Il risultato sarebbe apparso rispettabile. Non solo gli alleati europei hanno raggiunto l’obiettivo di destinare il 2% del PIL alla difesa, ma hanno anche compiuto progressi concreti verso il nuovo obiettivo del 3,5% (più un ulteriore 1,5% per le spese infrastrutturali correlate) entro il 2035. Grazie all’iniziativa ReArm Europe della Commissione europea [PDF] e ai prestiti SAFE per la difesa, gli Stati membri dell’Unione europea dispongono di una maggiore flessibilità fiscale per raggiungere tali obiettivi.

Tuttavia, la guerra in Iran, e la frustrazione degli Stati Uniti per la reazione di alcuni alleati europei, hanno smorzato le aspettative per il vertice di quest’anno. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha condannato la guerra e si è rifiutato di consentire alle forze statunitensi di operare da basi gestite congiuntamente o di utilizzare lo spazio aereo spagnolo. L’Italia ha sollevato obiezioni legali. Il governo britannico, inizialmente, ha esitato prima di ribadire che le forze statunitensi potevano utilizzare le proprie basi.

Questa reazione ha diviso l’Alleanza in vista del vertice di Ankara, con il Segretario di Stato americano Marco Rubio che ha definito il vertice «probabilmente l’incontro più importante nella storia della NATO», perché vi sono «alcune questioni che devono essere chiarite e risolte».

Il Pentagono ha sfruttato questo clima per promuovere piani di ulteriore ritiro delle forze e delle capacità statunitensi assegnate alla NATO. In occasione di una riunione dei ministri della Difesa della NATO, svoltasi a Bruxelles il 18 giugno, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth aveva definito «vergognoso» il rifiuto di concedere l’accesso alle basi da parte di alcuni alleati europei, annunciando una revisione di sei mesi della presenza militare statunitense in Europa.

Secondo quanto riportato dai media europei e statunitensi, gli Stati Uniti potrebbero ridurre di un terzo il numero di caccia F-16 e F-15 assegnati alla NATO, dimezzare i bombardieri strategici, ridurre il numero di aerei cisterna e ritirare un sottomarino lanciamissili e una portaerei assegnati alla NATO in caso di crisi. L’amministrazione Trump ha già annunciato il ritiro di circa cinquemila soldati dalla Germania in un periodo compreso tra sei e dodici mesi e ha annullato il previsto dispiegamento di un reggimento di artiglieria a lungo raggio previsto per quest’anno.

Gli europei speravano in un processo concordato per assumersi una maggiore responsabilità in materia di difesa, in quello che il sottosegretario alla Difesa statunitense Elbridge Colby aveva definito una sorta di «tabella di marcia» per una transizione strutturata. Dopo questi recenti annunci, gli europei temono che gli Stati Uniti si ritireranno unilateralmente, senza attendere che l’Europa colmi le lacune nelle proprie capacità di difesa.

Queste lacune europee in termini di capacità includono l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), in particolare i sistemi satellitari e quelli di sorveglianza aerea per l’allerta precoce, nonché la difesa aerea e missilistica, il fuoco a lungo raggio e le capacità in ambito cibernetico, di intelligenza artificiale e di guerra elettronica. I responsabili politici statunitensi sostengono che sia necessaria una pressione, sotto forma di ridispiegamenti e riduzioni delle truppe, altrimenti gli europei non progrediranno abbastanza velocemente. Ma questo rischia anche di lasciare la sicurezza europea esposta in questi settori cruciali.

Questa spaccatura oscurerà il vertice. Nella migliore delle ipotesi, gli europei riusciranno ad adottare un tono amichevole con il presidente statunitense Donald Trump, come hanno fatto al vertice del G7 ospitato dalla Francia, il che potrebbe aiutarli a proteggersi, almeno per un breve periodo, da futuri ritiri o ridispiegamenti improvvisi. Sperano inoltre di compiere progressi sul sostegno all’Ucraina e sulle esigenze di difesa aerea di Kiev, in particolare sulla richiesta ucraina di ottenere una licenza statunitense per la produzione di missili Patriot sul proprio territorio. Nella peggiore delle ipotesi, la spaccatura riemergerà durante il vertice e porterà a un ritiro statunitense ancora più rapido.

A prescindere dall’esito di Ankara, è improbabile che gli europei riescano a instaurare un processo strutturato verso una «NATO 3.0». Anche se l’Europa dovesse presentare una propria tabella di marcia e una propria tempistica, il che dipenderebbe dalla possibilità di raggiungere un accordo tra i suoi membri, potrebbe ricevere un’accoglienza favorevole a Washington, ma molto probabilmente non fornirebbe una base di pianificazione affidabile.

Gli europei devono quindi accelerare la propria pianificazione della difesa con un minore supporto da parte degli Stati Uniti. Ciò include l’acquisizione delle capacità chiave necessarie per un «modo europeo di fare la guerra», concepito per scoraggiare la Russia piuttosto che per imitare gli Stati Uniti, insieme a un proprio processo di pianificazione della difesa e, infine, a strutture di comando e controllo. Questo comporterà una duplicazione della NATO in alcuni ambiti e alcuni europei temono che ciò possa incentivare gli Stati Uniti a ritirarsi ancora più rapidamente.

Questa preoccupazione è superata. Nonostante i tentativi del Congresso statunitense di fissare una soglia minima di settantaseimila soldati come condizione per un eventuale ritiro futuro, gli Stati Uniti continueranno a disaccoppiarsi attivamente dalla sicurezza europea. Negarlo comporterebbe un rischio per l’Europa stessa.

https://www.cfr.org/articles/in-ankara-europe-faces-an-accelerating-u-s-decoupling-from-nato

La Russia guarda agli Stati Uniti con una nuova positiva fiducia

Il 6 luglio u.s. la Tass dedica nuovamente ampio spazio all’esito del lungo colloquio telefonico intercorso tra Putin e Trump. Desidero proporvi questo editoriale perché vengono utilizzati termini come «fiducia» e «coerenza», che erano spariti dalle dichiarazioni ufficiali. Si tratta certamente di un segnale di apertura e, ovviamente, di un inserimento russo non richiesto in vista di Ankara, come è facilmente comprensibile.

Tuttavia, il contenuto non appare banale e forse potremmo essere vicini all’avvio di negoziati sull’Ucraina con la sola mediazione americana e, forse, con l’inserimento della Turchia quale possibile sede dei colloqui.

Leggiamo insieme:

«I recenti progressi sul campo di battaglia compiuti dall’esercito russo rappresentano un forte argomento a favore di Washington, come dimostrato dall’ennesima telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente statunitense Donald Trump. La conversazione si è svolta su iniziativa della parte americana, che ha espresso la disponibilità a proseguire i negoziati inviando l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente statunitense, Jared Kushner.

Nel frattempo, il regime di Kiev si è rifiutato di riconoscere la liberazione di Konstantinovka, una roccaforte strategicamente importante, da parte delle forze russe e di rimpatriare le salme dei soldati caduti. Il Ministero degli Esteri russo ha affermato che l’Ucraina sta creando l’illusione della vittoria per i suoi alleati occidentali al fine di ottenere maggiore sostegno in vista del vertice NATO di due giorni che si terrà domani ad Ankara.

La telefonata di Washington dimostra piuttosto la posizione coerente degli Stati Uniti e la loro disponibilità ad agire come mediatori, ha dichiarato a Izvestia Dmitry Novikov, professore associato presso la Facoltà di Economia Mondiale e Affari Internazionali della Scuola Superiore di Economia.

«Va notato che diversi funzionari, tra cui il Segretario di Stato Marco Rubio, hanno recentemente rilasciato dichiarazioni ambigue, interpretate da Bruxelles e Kiev come un inasprimento della posizione nei confronti della Russia.

La terza telefonata tra Trump e Putin in quattro mesi dimostra che entrambe le parti sono pronte a mantenere il dialogo», ha affermato Yegor Toropov, analista della Scuola Superiore di Economia.

Secondo Toropov, si tratta anche di una mossa simbolica nel processo di ripristino e futura espansione del dialogo tra i due Paesi. Come ha dichiarato Yury Ushakov, consigliere del Cremlino, Trump ha sottolineato le ampie prospettive di cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti dopo il conflitto, ribadendo al contempo la necessità di porvi fine il prima possibile per poter sfruttare appieno tale potenziale.

Di fatto, il leader statunitense ha esplicitamente collegato il ripristino di un’ampia cooperazione tra i due Paesi alla più rapida cessazione delle ostilità in Ucraina. I media occidentali interpretano questo come un messaggio di Washington ai suoi partner europei, a indicare che la Casa Bianca non intende continuare a sostenere costi illimitati rinunciando a promettenti opportunità.

La conquista di Konstantinovka apre la strada all’ulteriore avanzata russa verso Kramatorsk e Slavyansk, fondamentale per la liberazione dell’intero territorio della Repubblica Popolare di Donetsk (DPR). Pertanto, il rifiuto di un cessate il fuoco suggerisce che gli alti comandanti militari e i leader politici ucraini abbiano accusato duramente la perdita di questa località, mentre riconoscere la vittoria delle forze armate russe in questo luogo equivarrebbe, di fatto, ad ammettere la sconfitta e la resa locale, ritiene Novikov.

La telefonata di Trump giunge in un momento di importanti sviluppi sul campo di battaglia. I media occidentali hanno riferito che la perdita di questa roccaforte chiave mette a rischio l’intera linea difensiva ucraina nel Donbass. L’avanzata delle forze russe, in vista del vertice, rende difficile per il blocco continuare a influenzare ciecamente i negoziati sull’Ucraina dalla propria posizione di forza. Mentre la Russia ha rafforzato le proprie richieste con concrete modifiche territoriali, gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero dover rivedere urgentemente gli scenari di pace

Conclusione

Desidero chiudere questo articolo attraverso una recente riflessione del professor Mario Giro, mediatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex viceministro degli Esteri.

Il professore, rispondendo sul tema della guerra, ha affermato, tra molto altro, che:

«La guerra è uno strumento superato che non ottiene mai i risultati prefissati dalle parti, nemmeno quando è mossa da intenti umanitari o democratici. La guerra crea solo morti e allontana le parti. L’illusione della vittoria è che l’altro scompaia, ma nessuno dei due scomparirà: russi e ucraini, israeliani e palestinesi dovranno trovare il modo di convivere. A Gaza, per esempio, abbiamo visto Israele farsi trascinare dal mostro che Hamas aveva tirato fuori con il pogrom del 7 ottobre, finendo in un massacro inutile che non ha portato maggiore sicurezza per nessuno.

La guerra diventa un meccanismo che sfugge persino al controllo di chi l’ha scatenata: è facilissimo cominciarla, difficilissimo terminarla. Inoltre, danneggia tutti. A un certo punto, aggredito e aggressore cominciano a somigliarsi perché usano gli stessi metodi e finiscono per confondersi in un ciclo continuo di vendette. La guerra toglie il libero arbitrio agli uomini. Per questo va interrotta il prima possibile.»

https://www.avvenire.it/politica/cosi-le-guerre-si-eternizzano-e-non-risolvono-nulla_110533

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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