18 giugno 2026 – ore 06:30 – Il 18 giugno 1836 il Regno di Sardegna istituì ufficialmente il Corpo dei Bersaglieri e, come spesso accade alle date che finiscono nei manuali di storia, il rischio è che quella decisione venga oggi percepita come poco più di una curiosità militare, una ricorrenza buona per una cerimonia, una fanfara e qualche fotografia in uniforme. Eppure, dietro la nascita dei Bersaglieri, si nasconde qualcosa che va ben oltre la storia delle uniformi e delle campagne militari, perché quel corpo non rappresentò semplicemente una nuova articolazione dell’esercito piemontese, ma una delle prime e più radicali sfide all’immobilismo istituzionale dell’Ottocento. Alessandro La Marmora, l’uomo che ne concepì la nascita, non era affascinato dalla velocità in quanto tale. Aveva piuttosto compreso che il mondo stava cambiando più rapidamente delle strutture chiamate a governarlo e che gli eserciti europei, ancora ancorati a schemi rigidi, gerarchie lente e procedure pensate per guerre ormai superate, rischiavano di diventare inadatti alle sfide del tempo nuovo che stava emergendo. I Bersaglieri nacquero da questa intuizione: non per correre più degli altri, ma per decidere prima degli altri; non per esibire agilità, ma per dimostrare che l’adattabilità, l’iniziativa individuale e la capacità di muoversi rapidamente sarebbero diventate qualità decisive in un’epoca nella quale il tempo avrebbe assunto un valore strategico sempre maggiore. Dietro il celebre cappello piumato e dietro quell’immagine di soldati che avanzano di corsa, diventata nei decenni un simbolo dell’identità nazionale, vi era dunque una filosofia che trascendeva l’ambito militare. Vi era la convinzione che esistano momenti storici nei quali il vero rischio non sia sbagliare, ma arrivare troppo tardi; momenti nei quali la prudenza, da virtù necessaria, può trasformarsi in un ostacolo; momenti nei quali la capacità di assumersi una responsabilità conta più della ricerca ossessiva della soluzione perfetta. È una lezione che, a quasi due secoli di distanza, conserva una sorprendente attualità. E forse non esiste città italiana nella quale questa riflessione dovrebbe risuonare con maggiore forza di Trieste.
Perché a Trieste i Bersaglieri non appartengono soltanto alla storia del Risorgimento o alle pagine dei libri scolastici. Appartengono alla memoria stessa della città. Quando un triestino sente pronunciare quella parola, difficilmente pensa per prima cosa alle campagne piemontesi o alle guerre d’indipendenza. Pensa piuttosto all’autunno del 1918, al crollo dell’Impero austro-ungarico, all’ingresso delle truppe italiane in una città che per decenni era stata uno dei simboli dell’irredentismo nazionale e che improvvisamente si ritrovava al centro di una trasformazione storica che sembrava impossibile fino a poche settimane prima. Per intere generazioni quell’immagine non rappresentò semplicemente l’arrivo di un esercito. Rappresentò l’accelerazione della storia. Rappresentò la dimostrazione che eventi attesi per decenni possono concretizzarsi nel giro di pochi giorni e che ciò che appare immutabile spesso non lo è affatto. Trieste, in fondo, è una città che ha vissuto gran parte della propria storia contemporanea sospesa tra lunghi periodi di attesa e improvvise accelerazioni. Lo fu nel 1918 con la fine dell’Impero austro-ungarico. Lo fu nuovamente dopo la Seconda guerra mondiale, quando il destino della città divenne una questione internazionale e Trieste si ritrovò al centro delle tensioni tra Oriente e Occidente. Lo fu nel 1954 con il Memorandum di Londra e il ritorno dell’amministrazione italiana. Lo fu ancora nei primi anni Duemila, quando l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea e poi nello spazio Schengen trasformò progressivamente un confine che per decenni aveva rappresentato una frattura politica, economica e psicologica. Ogni volta la stessa lezione: la storia sembra immobile, poi accelera improvvisamente. Ed è forse proprio qui che la ricorrenza del 18 giugno smette di essere una semplice commemorazione militare e diventa uno spunto per riflettere sulla Trieste di oggi.
Perché il problema della città non è mai stato la mancanza di qualità. Trieste possiede uno dei principali porti del Mediterraneo, ospita un sistema scientifico riconosciuto a livello internazionale, concentra università, centri di ricerca e istituzioni culturali che molte realtà europee di dimensioni analoghe possono soltanto invidiare. È una città che continua ad attrarre turismo, investimenti e attenzione internazionale. Eppure, nonostante tutto questo, permane spesso la sensazione che la città fatichi a trasformare il proprio potenziale in una direzione condivisa. Osservando il dibattito pubblico triestino si ha talvolta l’impressione che ogni progetto, indipendentemente dal suo contenuto, venga inevitabilmente risucchiato in una lunga guerra di posizione nella quale il confronto finisce per assumere un’importanza superiore rispetto all’obiettivo stesso che dovrebbe perseguire. Ogni proposta genera entusiasmi e resistenze, ogni cambiamento produce immediatamente schieramenti contrapposti e ogni decisione viene sottoposta a un processo di verifica così lungo e approfondito da rischiare, in alcuni casi, di rendere irrilevante la decisione stessa. Porto Vecchio, oggi Porto Vivo, rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questa dinamica. Da oltre vent’anni la città discute il destino di una delle aree urbane più straordinarie d’Europa, alternando progetti, annunci, entusiasmi e frenate, senza essere ancora riuscita a trasformare completamente quel patrimonio in ciò che avrebbe potuto diventare. Allo stesso modo, il confronto sulla cabinovia, sulle grandi infrastrutture o sulla stessa vocazione economica della città racconta spesso la medesima difficoltà: scegliere una direzione e accettarne fino in fondo le conseguenze.
Naturalmente discutere è il fondamento di una società democratica. Il problema nasce quando la discussione sostituisce la decisione. Quando il confronto smette di essere uno strumento e diventa un rifugio. Quando la prudenza si trasforma in una forma sofisticata di immobilismo. Forse non è nemmeno un caso. Per secoli Trieste ha vissuto attendendo decisioni prese altrove: a Vienna prima, a Roma poi, a Londra, Washington e Belgrado durante gli anni più complessi del secondo dopoguerra. Ancora oggi una parte del dibattito cittadino sembra talvolta ruotare attorno alla speranza che una soluzione arrivi dall’esterno: un investimento, una legge, un’infrastruttura, un progetto capace di cambiare il destino della città quasi per inerzia. La storia dei Bersaglieri racconta invece una filosofia opposta. Non l’attesa. L’iniziativa. Non la contemplazione. L’azione. Non l’idea che il futuro arrivi. L’idea che il futuro venga costruito. Perché una comunità può sopravvivere a una scelta sbagliata, correggerla, imparare dai propri errori e perfino trarne insegnamento. Molto più difficile è sopravvivere all’incapacità cronica di scegliere, a quella forma di paralisi che si manifesta quando il timore di commettere un errore diventa più forte della volontà di costruire qualcosa. La vera intuizione di La Marmora non fu inventare un corpo più veloce degli altri. Fu comprendere che il tempo stava diventando un fattore decisivo. Che esistono stagioni nelle quali il rischio maggiore non consiste nel prendere una strada sbagliata, ma nel restare fermi mentre il mondo continua a muoversi.
Ed è esattamente la sfida che oggi si trova davanti Trieste. Non soltanto sul Porto Vivo, sulla logistica, sul turismo, sulla ricerca scientifica o sulle prossime elezioni comunali. Ma sul proprio rapporto con il futuro. Perché sotto ciascuno di questi temi continua a nascondersi la stessa domanda: la città vuole governare il cambiamento o limitarsi a rincorrerlo? Le città che prosperano non sono necessariamente quelle che commettono meno errori. Sono quelle che riescono a correggerli più rapidamente. Non sono quelle che evitano ogni rischio. Sono quelle che comprendono quando il rischio più grande diventa restare immobili. I Bersaglieri non sono diventati un simbolo nazionale perché correvano. Sono diventati un simbolo perché rappresentavano un’Italia che aveva deciso di muoversi mentre altri erano ancora impegnati a discutere se fosse opportuno farlo. Trieste dovrebbe conoscere questa lezione meglio di qualunque altra città italiana, perché gran parte della sua storia contemporanea è stata segnata dall’attesa di eventi che sembravano sempre sul punto di arrivare e che invece continuavano a rinviarsi nel tempo: l’attesa della fine dell’Impero, l’attesa della conclusione delle guerre mondiali, l’attesa del ritorno all’Italia, l’attesa della normalizzazione del confine orientale, l’attesa dell’Europa e, più recentemente, l’attesa di quel rilancio economico e demografico che ogni generazione immagina più vicino della precedente. Ogni volta la storia è arrivata. Ma le città non vengono giudicate per ciò che aspettano. Vengono giudicate per ciò che decidono. I Bersaglieri furono inventati quando qualcuno comprese che il tempo sarebbe diventato la risorsa più preziosa. Quasi due secoli dopo, la domanda non è se Trieste sappia ancora correre. La domanda è se abbia capito che il futuro premia chi si muove per primo e raramente aspetta chi continua a discutere sul bordo della strada.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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