No xe storie | 12 giugno 1945: i liberati dai liberatori

12 giugno 2026 – ore 06:30 – Mentre l’Italia intera, nella primavera del 1945, si abbandonava alle ebbrezze – spesso feroci – della liberazione e tentava faticosamente di ripulirsi la coscienza nelle acque del dopoguerra, Trieste imboccava il suo tunnel più buio. Per una di quelle bizzarrie storiche di cui la nostra penisola è ricca, la guerra qui non finì il 25 aprile; cambiò semplicemente divisa. Il primo maggio, con l’ingresso delle avanguardie della IV Armata jugoslava di Tito, la città scopriva che il prezzo della caduta del fascismo non era la libertà, ma l’inizio di un’altra, non meno plumbea, dittatura. Furono i quaranta giorni dell’occupazione jugoslava. Un tempo che la storiografia ufficiale patria ha cercato per decenni di derubricare a “incidente di percorso”, ma che per i triestini fu un incubo a occhi aperti. Le cronache di quelle settimane non si leggevano sui giornali, ma sui volti della gente. Il Piccolo, la voce storica della città, era stato ridotto al silenzio fin dal primo giorno, le sue rotative requisite dal neonato Comando del Popolo per stampare l’ortodossia d’importazione di fogli come Il Nostro Avvenire, che spiegava ai cittadini quanti fossero fortunati a essere stati annessi al paradiso socialista.

La verità, in quei giorni, viaggiava di notte, sotto forma di passi felpati della polizia politica di Tito, l’OZNA. Con liste di proscrizione meticolose, l’arbitrio della stella rossa inghiottì migliaia di persone: questurini, finanzieri, magistrati, ma anche semplici impiegati ed ex partigiani italiani del CLN, colpevoli di una sola, imperdonabile colpa: non voler barattare la dittatura in orbace con quella balcanica. Poco distante, i corazzati della Seconda Divisione neozelandese del generale Bernard Freyberg, giunti in città il 2 maggio, assistevano a quella sottomissione con il tipico, imperturbabile distacco britannico, mentre le cancellerie occidentali consumavano un logorante braccio di ferro diplomatico con Belgrado. Poi, il 12 giugno. Grazie agli accordi firmati a Belgrado il 9 giugno sotto la pressione di Truman e Churchill, alle ore 17.00 di quel martedì scattò l’ora X. Chi c’era quel giorno racconta non di una festa, ma di un immenso, collettivo sospiro di sollievo. Non ci furono le sfilate retoriche a cui il Novecento ci ha abituati, ma il rumore rassicurante dei cingoli delle truppe anglo-americane che assumevano il controllo della città, mentre i camion jugoslavi ripiegavano sul Carso, oltre la neonata Linea Morgan. Trieste passava ufficialmente sotto il Governo Militare Alleato del colonnello Alfred Bowman.

Nei giorni successivi, i muri della città – liberati dai manifesti propagandistici – si riempirono dei bandi del comando alleato. La stampa ricominciava a respirare, sia pure sotto l’occhio vigile dei censori anglo-americani, e le prime cronache indipendenti poterono finalmente mettere nero su bianco quello che tutti sapevano ma nessuno osava dire, iniziando la dolorosa conta delle assenze e guardando con terrore alle foibe del Carso. Sia chiaro: l’arrivo degli alleati non fu l’inizio di una favola. Fu l’inizio di una lunga, estenuante transizione burocratica e di un limbo diplomatico durato anni. Ma quel 12 giugno significò una cosa fondamentale, che nessun sofisma revisionista potrà mai cancellare: il ritorno del diritto laddove governava l’arbitrio. Significò che un cittadino poteva andare a dormire senza il terrore che un camion catafratto si fermasse sotto casa prima dell’alba. Dire che la liberazione di Trieste sia stata un bene non è un opinionismo politico; è una constatazione di civiltà. Senza quel 12 giugno, la città non sarebbe oggi il terminale adriatico dei grandi corridoi commerciali europei, né lo snodo strategico di quella partita geopolitica globale che faticosamente l’Occidente sta tentando di giocare. Sarebbe rimasta una periferia dimenticata e impoverita di un impero d’oltreconfine che la storia si è poi incaricata di dissolvere. Roma, come suo costume, si ricordò di questo sacrificio solo molto più tardi, preferendo per lungo tempo non disturbare il canone della memoria nazionale con le scomode verità della frontiera orientale. Ma Trieste la sua memoria l’ha conservata da sé. Intendiamoci: a guardare la storia con il freddo realismo che merita, su quel tavolo geopolitico furono altri – a Washington come a Londra – a tracciare la linea e a decidere il suo destino. La città non ebbe diritto di voto, la salvezza le fu calata dall’alto. Eppure, posta di fatto tra la divisa grigioverde di Belgrado e il khaki di Sua Maestà, la cittadinanza non ebbe esitazioni su quale orbita preferire. Forse la Storia scelse per lei, ma quel giorno, fortunatamente per tutti noi, Trieste tornò Occidente.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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