31 maggio 2026 – ore 06:30 – Trieste continua a celebrare i commercianti che l’hanno resa grande. Il problema è che da troppo tempo preferisce diventare una città di dipendenti. È una provocazione, naturalmente. Ma come tutte le provocazioni interessanti contiene una parte di verità. Perché il punto non è quanti dipendenti abbia una città. Il punto è quando una città comincia a ragionare da dipendente. Quando aspetta che qualcun altro investa, che qualcun altro costruisca, che qualcun altro rischi, che qualcun altro decida. Ed è qui che Trieste racconta qualcosa che va ben oltre Trieste. Per oltre un secolo la città è cresciuta grazie a persone che facevano esattamente il contrario. Armatori, commercianti, assicuratori, imprenditori. Persone che investivano capitale proprio, attraversavano crisi, aprivano mercati, scommettevano sul futuro e, qualche volta, fallivano. La Trieste che continua a riempire libri di storia, conferenze e celebrazioni pubbliche è stata costruita da uomini che consideravano il rischio una condizione normale dell’esistenza economica. Non una colpa. Non un incidente. Non un problema da evitare. Una condizione.
Oggi la città ospita uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Nel 2025 lo scalo triestino ha movimentato circa 60 milioni di tonnellate di merci, mentre il sistema portuale dell’Adriatico orientale ha superato i 64 milioni. Area Science Park rappresenta uno dei principali poli scientifici italiani. Migliaia di ricercatori operano tra università, enti di ricerca e imprese innovative. Generali continua a essere uno dei maggiori gruppi assicurativi europei. Poche città italiane di queste dimensioni concentrano contemporaneamente un porto strategico, un grande gruppo finanziario internazionale e uno dei più rilevanti ecosistemi scientifici del Paese. Eppure poche città sembrano nutrire una fiducia così limitata nelle proprie possibilità. Perché il problema di Trieste non è la mancanza di risorse. È la cultura che si è sviluppata attorno a quelle risorse. I numeri, peraltro, raccontano una realtà più complessa di quanto si creda. Alla fine del 2025 le imprese attive nella provincia di Trieste erano quasi 14 mila e il saldo tra aperture e chiusure è rimasto positivo. Le imprese, dunque, esistono. Il problema è un altro.
Trieste continua a celebrare l’impresa come risultato. Molto meno come scelta. Ammira chi ce l’ha fatta. Molto meno chi sta ancora provando. Basta osservare quali siano le aspirazioni professionali più diffuse: le assicurazioni, gli enti pubblici, le grandi aziende. Luoghi rispettabilissimi, naturalmente. Ma accomunati da una caratteristica molto semplice: la stabilità. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare sicurezza. Il problema nasce quando una comunità smette progressivamente di considerare il rischio una virtù. A Trieste migliaia di ragazzi studiano economia, ingegneria, fisica, medicina e informatica. Frequentano una delle università più prestigiose del Nordest, vivono in una città che ospita uno dei più importanti ecosistemi scientifici italiani e crescono accanto a uno dei porti strategici d’Europa. Per un secolo Trieste ha mandato nel mondo commercianti, armatori e imprenditori. Oggi manda ottimi manager, ottimi ricercatori, ottimi professionisti. Il problema è che sempre più spesso li manda a costruire altrove.
Trieste continua a celebrare gli imprenditori del passato mentre considera ancora straordinari quelli del presente. È una frase brutale. Ma basta osservare il dibattito pubblico cittadino per capire quanto sia difficile smentirla. Trieste celebra volentieri il successo. Molto meno il percorso che produce il successo. Ammira l’imprenditore quando ha già vinto. Molto meno quando sta ancora rischiando. Esalta l’innovazione. Molto meno l’incertezza che accompagna ogni innovazione. Trieste ama il successo. È il percorso per raggiungerlo che continua a spaventarla. Lo si vede perfino nel dibattito pubblico. Si parla continuamente di tutela. Molto meno di conquista. Di protezione. Molto meno di espansione. Di conservazione. Molto meno di crescita. Da almeno vent’anni una parte della classe dirigente triestina trova più conveniente amministrare la sicurezza che promuovere il rischio.
È comprensibile. Il rischio genera errori. Genera fallimenti. Genera polemiche. La sicurezza genera consenso. Così la città finisce spesso per proteggere il presente più di quanto provi a costruire il futuro. A Trieste si può uscire da una conferenza sull’intelligenza artificiale ad Area Science Park e ritrovarsi mezz’ora dopo in una discussione pubblica dominata dai parcheggi, dal traffico e dal rumore dei dehors. In poche immagini c’è una parte della contraddizione cittadina. Una città che produce conoscenza internazionale e continua spesso a pensarsi attraverso categorie difensive. Le città che prosperano non sono quelle che eliminano il rischio. Sono quelle che accettano il rischio come prezzo inevitabile della crescita. Le città che innovano non attendono la certezza. Accettano l’incertezza. Le città che costruiscono futuro non proteggono soltanto ciò che hanno. Costruiscono ciò che ancora non esiste. Per oltre un secolo Trieste è stata costruita da uomini disposti a rischiare. Oggi continua a raccontarne le imprese. Il problema è che da troppo tempo preferisce raccontarle invece che ripeterle.
L’editoriale è di Francesco Viviani


