Iran al bivio: colpi al vertice, guerra regionale e scontro totale tra potere, opposizione e alleanze globali

18.03.2026 – 14.40 – Premessa – L’attacco americano-israeliano contro l’Iran continua. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver colpito il quartier generale della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a Teheran il 16 marzo. Hanno affermato che i comandanti utilizzavano il quartier generale per dirigere le forze navali dell’IRGC e pianificare operazioni contro Israele e altri Paesi della regione. La Marina dell’IRGC è principalmente responsabile del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz. I leader iraniani hanno storicamente considerato la Marina dell’IRGC come il loro principale strumento per interrompere il traffico commerciale vicino alla costa iraniana e intorno allo Stretto di Hormuz. Il comandante della Marina dell’IRGC, Alireza Tangsiri, ha implicitamente minacciato, il 1° marzo, di attaccare qualsiasi nave che transitasse nello stretto senza il permesso dell’Iran.

L’Organizzazione per il commercio marittimo del Regno Unito ha segnalato più di 20 incidenti marittimi nello stretto e nelle aree circostanti dal 1° marzo. La Marina dell’IRGC trasporta anche equipaggiamento militare e altre risorse a gruppi filoiraniani. Il 17 marzo le IDF hanno dichiarato di aver colpito un sito di missili balistici e di stoccaggio situato in strutture sotterranee presso una base di droni e missili delle Guardie Rivoluzionarie, a sud di Shiraz, nella provincia di Fars. La forza combinata ha colpito questa base missilistica diverse volte dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, sulla base di immagini satellitari del sito, inclusi probabili attacchi il 2 e il 6 marzo. La forza combinata ha probabilmente colpito la struttura con munizioni a penetrazione del terreno, sulla base di immagini satellitari del 7 marzo. Le IDF avevano già colpito la base durante la Guerra dei Dodici Giorni, dopo che l’Iran aveva lanciato missili contro Israele dal sito. La struttura comprende anche silos sotterranei per il lancio di droni, secondo un think tank israeliano. La forza combinata ha probabilmente colpito anche la base missilistica strategica Imam Hussein, situata a sud della città di Yazd. Questa base immagazzinava missili balistici a lungo raggio Khorramshahr in tunnel sotterranei e utilizzava il sito per lanciare missili contro Israele durante la Guerra dei Dodici Giorni, secondo un corrispondente militare israeliano.

Rapporti completi nei link in descrizione:
https://www.centcom.mil/
https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-march-17-2026/
https://www.jpost.com/

Oggi concentreremo la nostra attenzione su alcuni aspetti di analisi politico-diplomatica:

  • l’eliminazione di Ali Larijani – effetti sulla capacità di comando e controllo iraniana;
  • le ultime dichiarazioni del leader di Hezbollah;
  • Hezbollah e il Libano – la visione israeliana;
  • dichiarazioni del principe ereditario in esilio Reza Pahlavi;
  • comunicazione ufficiale del Ministero degli Esteri iraniano;
  • presa di posizione degli Emirati Arabi Uniti;
  • dichiarazioni del premier israeliano;
  • breaking news.

Lo faremo cercando di dare, come sempre, voce a tutti.

L’eliminazione di Ali Larijani – effetti sulla capacità di comando e controllo iraniana

L’uccisione di Ali Larijani da parte di Israele rappresenta un ulteriore colpo alla capacità di coordinamento della Repubblica islamica, indebolendo un sistema già frammentato e aumentando il rischio di errori di valutazione. In merito, proponiamo una breve analisi di Shahram Kholdi, professore di relazioni internazionali ed esperto di dinamiche mediorientali. Martedì l’Iran ha confermato che Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è stato ucciso in un attacco aereo su Teheran. L’attacco richiama l’uccisione di Qassem Soleimani nel 2020: un’altra eliminazione mirata di una figura che univa diplomazia, intelligence e potere militare. La morte di Soleimani ha fatto molto più che eliminare un comandante: ha indebolito la capacità del regime di valutare i rischi. Radicale nelle intenzioni e cauto nell’esecuzione, aveva mantenuto un equilibrio evitando ritorsioni esistenziali. La sua assenza ha lasciato un vuoto che nessun successore è riuscito a colmare: il coordinamento si è indebolito, gli errori di valutazione si sono moltiplicati e le risposte sono diventate meno prevedibili. La rete è sopravvissuta, ma con una tempistica irregolare e una minore capacità di autocontrollo.

Il ruolo di Larijani va compreso in questo contesto.

Secondo una fonte citata da Christiane Amanpour, Larijani era stato inizialmente considerato una possibile figura di transizione, prima di diventare un obiettivo all’inizio del 2026. Il cambiamento è attribuito al suo ruolo nel promuovere misure repressive interne, all’adozione di una linea più conflittuale verso Stati Uniti e Israele e alla sua centralità nelle operazioni delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC). Le informazioni restano non verificate, ma evidenziano la sua capacità di muoversi tra consolidamento interno ed escalation esterna. La sua carriera iniziò durante la guerra Iran-Iraq, scalando i ranghi dell’IRGC fino al grado di generale di brigata. Successivamente contribuì a rafforzare l’infrastruttura coercitiva e ideologica del regime. Come capo della Radiotelevisione della Repubblica Islamica dell’Iran (1994-2004), Larijani supervisionava un apparato che collaborava con servizi segreti e Guardie Rivoluzionarie, contribuendo a plasmare le narrazioni ufficiali e a limitare il dissenso. La serie televisiva “Hoviyyat” (Identità) del 1996 ha pubblicamente etichettato intellettuali e professionisti come traditori, trasmettendo confessioni estorte e ponendo limiti netti al pensiero consentito. Allo stesso tempo, la memoria ufficiale della guerra Iran-Iraq è stata riformulata in dottrina: il martirio è stato esaltato e la resistenza è stata inquadrata come vittoria.

Nel tempo, questo tipo di comunicazione ha contribuito a consolidare una base più ristretta ma più disciplinata, radicata nelle reti dei Basij e delle Guardie Rivoluzionarie. Il suo scopo non era la persuasione, bensì l’imposizione: garantire il controllo del regime contro una società più ampia, spesso riluttante. Quel quadro di riferimento è perdurato. Ha sostenuto la repressione durante il Movimento Verde del 2009, è riemerso durante le proteste di “Donna, Vita, Libertà” nel 2022 e ha plasmato le violenze del gennaio 2026. Al di là dell’Iran, la stessa logica ha ispirato la campagna di Hezbollah in Siria, le operazioni di Hamas culminate nel 7 ottobre e la dottrina marittima iraniana basata sulla pressione asimmetrica. Nonostante le tensioni all’interno dell’élite politica, Larijani rimase saldamente al centro della leadership. Leale e disciplinato, incarnò la continuità istituzionale. In seguito alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei, nell’attacco del 28 febbraio, l’esperienza e le conoscenze di Larijani lo hanno reso una figura stabilizzatrice. La sua riconferma nel 2025 come capo della sicurezza iraniana ha rafforzato tale ruolo. Da quella posizione ha coordinato la politica nucleare, la gestione delle crisi e le relazioni tra le principali istituzioni del regime. La rimozione di Larijani provocherebbe un’immediata perturbazione, con attriti ai vertici e pressioni per ritorsioni. La conseguenza più grave potrebbe essere la frammentazione.

Oggi la Repubblica islamica funziona meno come uno Stato unificato e più come un sistema disperso, sottoposto a pressione costante da parte di Israele e degli Stati Uniti. L’autorità passa sempre più attraverso reti clericali, comandanti delle Guardie Rivoluzionarie e strutture Basij. Le risorse vengono mobilitate a livello locale, la repressione viene esercitata a livello locale e la sopravvivenza è gestita a livello locale. Larijani apparteneva alla ristretta cerchia in grado di collegare questi frammenti a un comando centrale. La sua scomparsa rischia di accelerare l’incoerenza sistemica. Il precedente di Soleimani è istruttivo: la decapitazione indebolisce il coordinamento e favorisce gli errori di valutazione, anche se la struttura rimane intatta. Le infrastrutture missilistiche restano dislocate in siti fortificati e sotterranei. Imbarcazioni veloci e droni continuano a minacciare la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le milizie per procura operano attraverso canali progettati per resistere alla perdita dei vertici. Quella che appare come resilienza potrebbe riflettere una dispersione senza coordinamento: un sistema che sopravvive ma non agisce più come un’unica entità. L’uccisione di Larijani mette alla prova non solo la solidità dello Stato, ma anche la sua capacità di funzionare come forza coesa sotto pressione prolungata. La guerra potrebbe non portare a un collasso immediato, ma senza figure come Soleimani e Larijani l’adattamento potrebbe accelerare la fine del sistema.

Il leader di Hezbollah ai combattenti: “Voi siete eroi di guerra”

Vi propongo le ultime dichiarazioni del leader di Hezbollah, diffuse dai canali legati all’Iran, perché esprimono una chiara visione anti-occidentale. In merito, è utile riportare la lettura di Al Mayadeen, emittente panarabista con sede a Beirut, per comprendere la scelta di attaccare Israele, nonostante l’opposizione dei vertici politici libanesi, in particolare del presidente del Parlamento Nabih Berri. Il documento, ricco di retorica religiosa, evidenzia la volontà di continuare il conflitto, nonostante la risposta israeliana appaia militarmente soverchiante. In particolare, si afferma: Il segretario generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, si è rivolto ai combattenti della Resistenza islamica, sottolineando coraggio, fede e fermezza di fronte all’aggressione israeliana sostenuta dagli Stati Uniti. Nella lettera, Qassem definisce i combattenti “eroi del campo di battaglia”, la cui lotta rappresenta uno degli atti più nobili. La loro azione, afferma, garantisce libertà, dignità e onore al popolo libanese. “Voi vi elevate al di sopra della meschinità di chi cerca ricompense effimere”, scrive, esaltando la fede e la rettitudine. Il leader elogia la resistenza contro il “nemico sionista”, gli Stati Uniti e l’Occidente, lodando la determinazione e il coraggio dei combattenti, ispirati alla figura del profeta Maometto.

Fede, sacrificio e vittoria

Qassem sottolinea che Hezbollah e la Resistenza islamica sono in prima linea nella difesa del Libano, nella tutela della sovranità nazionale e nel rifiuto della resa. Con voi, o luci della Resistenza, la nostra bandiera non cadrà mai. Con voi, o pionieri della libertà, i tiranni saranno rovesciati. Con voi, o protettori delle nostre terre, il futuro delle nostre generazioni è assicurato, ha affermato. Lo sceicco Naim Qassem ha ricordato i sacrifici dei martiri e dei combattenti del passato, in particolare Sayyed Hassan Nasrallah, Sayyed Hashem Safieddine e la Guida Suprema Sayyed Ali Khamenei, definendoli una fonte di ispirazione per la Resistenza e la prosecuzione della lotta. Ha sottolineato che la Resistenza rimane fiduciosa nella vittoria, traendo forza dalla promessa divina: “Combatteteli; Dio li punirà per mano vostra, li umilierà e vi concederà la vittoria su di loro…” (Sura al-Tawbah, versetto 14).

Guardiani della liberazione

La lettera evidenzia la prontezza strategica e la capacità di adattamento di Hezbollah, sottolineando come preparazione e flessibilità abbiano consentito di anticipare i piani nemici, contrastare attacchi a sorpresa e mantenere la resilienza operativa in Libano. Qassem ha ribadito che l’obiettivo resta fermare l’aggressione, riconquistare i territori occupati, liberare i prigionieri e garantire il ritorno dei civili. Nel passaggio conclusivo, ha definito il coraggio dei combattenti una garanzia di liberazione futura e di orgoglio nazionale.

Testo integrale della lettera

Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole

Ai nobili figli della Resistenza islamica… la pace sia su di voi.

Ho ricevuto il vostro messaggio dal campo di battaglia. Vi rispondo con riflessioni sincere.

Il vostro scontro con l’aggressione israeliana sostenuta dagli Stati Uniti è tra le azioni più nobili, per permettere all’umanità di vivere libera e dignitosa.

Vi elevate al di sopra delle ricompense effimere offerte da tiranni e oppressori, rimanendo saldi nella fede e nella giustizia.

Le terre in cui combattete testimoniano che siete eroi del campo di battaglia, guidati da coraggio e determinazione.

Il vostro modello è il profeta Muhammad, esempio di perseveranza assoluta nella missione.

Affrontate il nemico sionista, la tirannia degli Stati Uniti e l’Occidente, così come chi accetta la sottomissione.

Affrontate i nemici con la luce della fede, resistendo alla paura. La vostra azione rappresenta la difesa della terra, il rifiuto della resa e la tutela dell’indipendenza nazionale.

Questa è la bandiera della verità, sostenuta dal sacrificio e dalla fede del popolo della resistenza.

La storia dimostrerà che siete portatori di sacrificio e determinazione, impedendo ai nemici di raggiungere i loro obiettivi.

Con voi, o luci della Resistenza, la nostra bandiera non cadrà mai.
Con voi, o pionieri della libertà, i tiranni saranno rovesciati.
Con voi, o protettori delle nostre terre, il futuro è assicurato.

Il nostro cammino segue quello dell’Imam Hussein, nel rifiuto della sottomissione: vittoria o martirio.

I sacrifici dei leader e dei combattenti rafforzano la continuità della lotta e della resistenza.

I nostri nemici sono sconcertati: le loro minacce sono impotenti, perché la vita e la morte appartengono a Dio.

Siete i legittimi proprietari della terra, sostenuti dalla promessa divina: “Combatteteli; Dio li punirà…”.

Continuiamo insieme, fedeli alla guida di Mojtaba Khamenei, nel solco di Imam Khamenei e Imam Khomeini.

La scelta di affrontare l’aggressione ha dimostrato:

  1. Il coraggio della Resistenza e del suo popolo.
  2. La capacità di reagire nel momento opportuno.
  3. La preparazione militare, basata su segretezza e flessibilità.
  4. L’uso dell’effetto sorpresa per anticipare il nemico.
  5. La soluzione realizzabile: cessare l’aggressione, ritirarsi dai territori occupati, rilasciare i prigionieri, far tornare gli abitanti alle proprie case e avviare la ricostruzione.
  6. La Resistenza resta salda sul campo di battaglia dell’onore, perché è il campo stesso a determinarne l’esito.

“Miei amati combattenti, ringrazio Dio di essere con voi, portando luce insieme al nostro popolo, ispirato dal vostro spirito di martirio che non teme la morte, affinché insieme possiamo raggiungere la liberazione e l’onore.”

Hezbollah e il Libano – la visione israeliana (9-16 marzo 2026)

Il Centro informazioni sull’intelligence e il terrorismo Meir Amit, think tank israeliano, riferisce che: Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno continuato ad attaccare obiettivi di Hezbollah in Libano, eliminando comandanti e militanti, tra cui il comandante dell’Unità Nasr, oltre a soggetti legati all’Iran e a organizzazioni palestinesi. Le operazioni di terra nel sud del Libano sono proseguite per distruggere armi, infrastrutture e asset operativi. Sono stati emessi ordini di evacuazione nel sud del Paese e nei quartieri di Dahiyeh al-Janoubia a Beirut. Hezbollah ha rivendicato oltre 180 attacchi contro obiettivi civili e militari in Israele e contro le IDF, utilizzando razzi, missili e droni, in alcuni casi in coordinamento con l’Iran. Secondo le IDF, oltre 350 militanti sarebbero stati eliminati dall’inizio delle ostilità (2 marzo 2026), mentre Hezbollah non ha fornito dati ufficiali. Il segretario generale Na’im Qassem ha definito il conflitto “difensivo”, inserendolo nel quadro dello scontro tra Israele, Stati Uniti e Iran, dichiarando la disponibilità a un conflitto prolungato. Il presidente libanese Joseph Aoun promuove negoziati diretti con Israele per un cessate il fuoco e la stabilizzazione del confine. Il presidente del Parlamento Nabih Berri sostiene l’iniziativa, subordinandola al ritorno degli sfollati. Il governo libanese ha attribuito la responsabilità della crisi a Hezbollah, ribadendo il principio del monopolio statale delle armi. Il ministro dell’Informazione ha vietato l’uso di definizioni come “combattenti jihadisti” o “resistenza”. Le autorità sostengono il comandante dell’esercito Rodolph Haykal, mentre tensioni interne riguardano possibili tentativi di rimozione. Secondo dati ufficiali, almeno 850 vittime e quasi un milione di sfollati dall’inizio degli attacchi israeliani.

Dichiarazioni esclusive di Reza Pahlavi

In un’intervista a Iran International, il principe ereditario in esilio Reza Pahlavi ha dichiarato che un appello finale alla mobilitazione nazionale arriverà solo quando l’apparato coercitivo sarà sufficientemente indebolito. “Dopo 47 anni di confronto con questo governo, stiamo contando i giorni verso la sua fine.” “Vogliamo arrivare al giorno dopo il crollo, quando il popolo iraniano potrà ottenere libertà e possibilità di ricostruzione.” Pahlavi ha sottolineato che strategia e tempistica sono determinanti: “Il regime non esita a reprimere con violenza. Il movimento deve agire con intelligenza. L’appello finale arriverà al momento opportuno.” La strategia dell’opposizione punta all’indebolimento delle forze di sicurezza, in particolare del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) e della milizia Basij. Secondo Pahlavi, la combinazione tra pressione militare esterna e attivismo interno sta modificando gli equilibri: “Questa campagna ha colpito duramente le strutture repressive.” Ha inoltre fatto riferimento a una rete clandestina interna, definita “Guardia Immortale”, impegnata in azioni coordinate per minare le istituzioni coercitive dello Stato. “Gruppi all’interno del Paese, membri della Guardia Immortale, attraverso un lavoro coordinato, hanno la capacità di sferrare ulteriori colpi dall’interno”. “Molti degli sviluppi osservati non sono stati spontanei, ma il risultato di un lavoro organizzato”. Pahlavi ha descritto la rete come espressione della società civile, con l’obiettivo di proteggere i civili e colpire le istituzioni repressive. «La Guardia Immortale nasce dal popolo stesso», ha affermato Reza Pahlavi. «In questa fase svolge un ruolo difensivo, contribuendo a proteggere la vita delle persone e a contrastare gli strumenti di repressione».

Appello alle forze di sicurezza

Pahlavi si è rivolto direttamente alle forze armate e alla polizia iraniana, invitandole a prendere le distanze dal sistema. “Avete ancora l’opportunità di unirvi al popolo e di separarvi dalle forze repressive”, ha dichiarato. “Potete essere parte della soluzione per il futuro del Paese”. Ha inoltre avvertito che chi continuerà a sostenere il governo potrebbe dover rispondere delle proprie azioni in caso di cambiamento politico. Allo stesso tempo, ha cercato di rassicurare l’establishment militare, sottolineando che una futura transizione non implicherebbe necessariamente esclusione. “Provengo da una famiglia di militari… comprendiamo il valore di chi difende il Paese. Abbiamo bisogno di esercito, polizia e gendarmeria per garantire la sicurezza nazionale”. Pahlavi ha chiarito che chi non è coinvolto in violenze contro i civili potrà avere un ruolo nel futuro sistema politico.

Piani di transizione dopo il collasso

Pahlavi ha illustrato un piano per la fase successiva alla caduta della Repubblica islamica, citando il “Progetto Prosperità”. L’iniziativa coinvolge esperti e professionisti impegnati a definire il funzionamento dello Stato nella fase di transizione. “Lo scopo è affiancare agli attivisti politici una pianificazione tecnica del futuro”. Tra i settori coinvolti: magistratura, economia, sanità e istruzione. “Gli esperti legali possono definire la gestione della giustizia durante la transizione, mentre gli economisti possono delineare la ricostruzione economica e l’attrazione di investimenti”. Pahlavi ha sottolineato che le istituzioni statali esistenti continueranno a operare temporaneamente per evitare un collasso amministrativo. La futura struttura politica sarà definita attraverso una assemblea costituente e un referendum nazionale.

Ritorno in Iran

Il principe ha espresso la volontà di tornare in Iran non appena le condizioni lo consentiranno. “Potrebbe non essere Teheran la prima area liberata, ma desidero essere tra i miei compatrioti”. Secondo Pahlavi, la sua presenza potrebbe accelerare le defezioni all’interno delle istituzioni statali. “Sono pronto ad assumermi rischi pur di tornare nel mio Paese”.

Identità nazionale e movimento di protesta

Nel corso dell’intervista, Pahlavi ha definito il movimento di opposizione come un progetto radicato nell’identità nazionale iraniana. Ha sottolineato il ruolo delle tradizioni culturali come elementi di resistenza, citando festività come Nowruz e Chaharshanbe Suri. “Questa è una rivolta nazionale costruita attorno alla nostra identità. La Repubblica islamica si è spesso scontrata con queste tradizioni perché l’Iran non era la sua priorità”. Pur riconoscendo i rischi dello scontro con lo Stato, Reza Pahlavi ha affermato di credere che le autorità non riusciranno a mantenere il controllo. “Non ho dubbi che questo sistema alla fine scomparirà e il popolo prevarrà”, ha dichiarato. “È fondamentale continuare l’azione e restare impegnati nella ricostruzione del Paese”.

Colloquio tra Iran e ONU

Il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha reso noto l’esito del colloquio con il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, senza riportarne nel dettaglio la posizione. Nel comunicato ufficiale, Teheran definisce l’azione militare di Stati Uniti e Israele una violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, chiedendo una condanna esplicita e l’attivazione dei meccanismi previsti dal Capitolo VII. Araghchi ha indicato nell’aggressione israelo-americana la causa principale dell’insicurezza regionale, compresa la crisi nello Stretto di Hormuz, sottolineando come le tensioni marittime siano conseguenza diretta del conflitto. Ha inoltre invitato la comunità internazionale a condannare gli attacchi e a chiedere la cessazione delle ostilità. Nel comunicato si denuncia anche la situazione in Libano e nei territori palestinesi, sostenendo che l’inerzia internazionale rischia di ampliare il conflitto e aggravare l’instabilità globale. Da parte sua, Guterres ha espresso una posizione generale sulla sicurezza nel Golfo Persico e in Medio Oriente, senza ulteriori dettagli.

Dura presa di posizione degli Emirati Arabi Uniti – 17 marzo

Gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione netta contro l’Iran, evidenziando la frattura tra il blocco sunnita del Golfo e Teheran. Abu Dhabi ha respinto ogni giustificazione iraniana, definendola un tentativo di legittimare un’aggressione illegale contro i Paesi della regione. È stato sottolineato che gli attacchi contro civili e infrastrutture costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. La dichiarazione è stata resa da Jamal Al Musharakh, rappresentante permanente presso le Nazioni Unite a Ginevra, nel contesto del Consiglio per i diritti umani. Secondo Abu Dhabi, l’offensiva iraniana – protrattasi per 17 giorni – è stata condannata dalla Risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza ONU, sostenuta da 136 Stati membri. La risoluzione definisce tali atti una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e chiede all’Iran di cessare immediatamente ogni forma di aggressione, anche tramite attori proxy regionali. Il documento ribadisce la responsabilità diretta dell’Iran per danni e vittime causati. Gli Emirati hanno inoltre respinto la definizione di “attacchi di rappresaglia”, ritenendola priva di fondamento giuridico e potenzialmente in grado di creare un pericoloso precedente internazionale. Infine, è stato sottolineato che tali azioni rappresentano una grave violazione dei diritti umani e compromettono gli sforzi per la stabilità globale, invitando il Consiglio a riconoscerne pienamente la gravità. Sua Eccellenza ha inoltre osservato che questi attacchi hanno preso di mira civili e infrastrutture civili, causando 7 morti e 145 feriti, in flagrante violazione della sovranità nazionale, della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Ha sottolineato che tali attacchi mettono in pericolo cittadini e residenti, minacciano la stabilità regionale, la sicurezza della navigazione internazionale e le catene di approvvigionamento globali, con un impatto diretto sull’economia globale. Nelle osservazioni conclusive, Jamal Al Musharakh ha ribadito il diritto degli Emirati Arabi Uniti ad adottare tutte le misure necessarie per tutelare sovranità, sicurezza nazionale e integrità territoriale, in conformità con il diritto all’autodifesa sancito dall’articolo 51 della Carta ONU. Il Relatore speciale sui diritti umani in Iran rappresenta uno dei meccanismi indipendenti del Consiglio per i diritti umani, incaricato di monitorare la situazione e presentare rapporti e raccomandazioni. È stata inoltre istituita la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sull’Iran, con il compito di indagare sulle violazioni dei diritti umani e raccogliere prove.

Dichiarazioni del premier israeliano

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, anche per smentire le notizie sulla sua morte, ha rilasciato due dichiarazioni: una per il fronte interno e una rivolta alla popolazione iraniana.

Dichiarazione del 17 marzo

“Questa mattina abbiamo eliminato Ali Larijani… insieme al comandante dei Basij. Stiamo colpendo il regime anche dall’aria, con aerei e droni.

Stiamo minando questo sistema per offrire al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non sarà immediato, ma con la determinazione potrà accadere.

C’è una stretta cooperazione con gli Stati Uniti. Forniremo supporto attraverso azioni dirette e indirette. Ci sono molte altre sorprese operative.

La cosa più importante per vincere una guerra è la determinazione: dei leader, dei comandanti e del popolo.

Stiamo raggiungendo traguardi storici. Dopo il 7 ottobre, siamo diventati una potenza capace di operare al fianco della principale superpotenza mondiale.

Restate forti. Aiuteremo i cittadini anche sul piano dei risarcimenti, come già fatto in passato.”

Dichiarazione operativa dell’aeronautica israeliana

“I nostri aerei stanno colpendo i terroristi sul territorio, agli incroci e nelle piazze.

Nelle ultime 24 ore abbiamo eliminato due alti vertici del sistema.

Queste operazioni permettono al popolo iraniano di celebrare il Nowruz. Vi stiamo osservando dall’alto.”

Breaking news

Secondo diverse fonti internazionali, nella notte del 17 marzo le forze israeliane avrebbero eliminato il ministro dell’Intelligence iraniano Esmail Khatib.

Al momento non vi sono conferme ufficiali da parte iraniana.

Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato:

“La politica di Israele è chiara: nessuno in Iran ha immunità. Continueremo a colpire.

Sono previste operazioni significative che aumenteranno il livello del conflitto contro Iran e Hezbollah.”

Conclusione

Chiudo con le parole di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023 e attivista per i diritti umani, attualmente detenuta nel carcere di Evin. Arrestata 13 volte e condannata a 31 anni di carcere e 154 frustate, rappresenta una delle voci più autorevoli dell’opposizione civile iraniana. “Uccidere, imprigionare o negare i diritti a una persona significa colpire un’intera società.” “Un sistema giudiziario che agisce su base di pressioni delle agenzie di sicurezza nega la giustizia.” “Senza università indipendenti, lo sviluppo del pensiero diventa impossibile.” “Continuerò a impegnarmi finché non raggiungeremo pace, pluralismo e diritti umani.”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

 

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