Tra la città che corre e quella che cambia passo

 

15.03.2026 – 10.15 – Tra le ruote della bicicletta e la linea del confine prende forma una riflessione sul movimento. La ruota è l’oggetto più semplice che esista: gira, avanza, attraversa lo spazio. Il confine invece è una linea invisibile che separa e allo stesso tempo unisce. Tra queste due dimensioni — la semplicità del movimento e la complessità delle frontiere — si inserisce una domanda: come si muove oggi Trieste? La città giuliana ha sempre avuto un rapporto particolare con gli spostamenti. Non è soltanto un nodo geografico tra Italia, Slovenia e Austria. È un luogo in cui il modo di muoversi racconta molto della storia urbana. Le strade, le ferrovie, il porto e perfino i marciapiedi hanno registrato nel tempo le trasformazioni della città. Nel nuovo fine settimana di Faglia Doppia lo sguardo si concentra proprio su questo tema: il movimento. Non come semplice questione di traffico o di infrastrutture, ma come modo in cui una città interpreta il proprio futuro.

Il primo approfondimento, firmato da Zeno Saracino e Aurora Cauter, prende avvio da un paradosso noto a molti triestini. “Trieste no xe per bici”, si sente spesso dire. Una frase che sembra definitiva, quasi una sentenza geografica. Eppure le città non sono realtà immobili: cambiano insieme alle epoche che attraversano. Il problema non è tanto la bicicletta quanto il modello urbano su cui Trieste si è costruita negli anni del boom economico. Negli anni Sessanta e Settanta la città ha sviluppato una struttura profondamente legata all’automobile. Le strade, l’organizzazione del traffico e perfino la distribuzione dei parcheggi riflettono quella stagione storica. L’automobile è stata pensata come il mezzo principale per muoversi in città, ma senza che venissero realmente progettati spazi adeguati per accoglierla. Da qui nasce una contraddizione che ancora oggi è visibile. Trieste incentiva l’uso dell’auto ma non dispone di parcheggi sufficienti. Nel frattempo il traffico si è intensificato: il Porto Nuovo, il turismo e i flussi quotidiani hanno aumentato la pressione su un sistema urbano che non è stato progettato per sostenere questi volumi. In questo contesto la bicicletta ha iniziato lentamente a ritagliarsi uno spazio. Non si tratta ancora di una rivoluzione urbana, ma di piccoli interventi che cercano di adattare la città a nuove forme di mobilità. La ciclabile delle Rive, il percorso verso Barcola, la pista di viale D’Annunzio o i progetti legati al Porto Vecchio raccontano questa fase di transizione. Sono tentativi di introdurre un mezzo diverso dentro una città pensata per altri equilibri.

Il caso più emblematico resta forse la ciclopedonale Cottur. Dodici chilometri che collegano la città al Carso seguendo il tracciato di una vecchia ferrovia. Qui la bicicletta trova finalmente lo spazio che nel centro urbano fatica ad avere: un percorso continuo, immerso nel paesaggio, capace di trasformare lo spostamento in esperienza. La storia stessa della Cottur racconta qualcosa di Trieste. Intitolata al ciclista Giordano Cottur, la pista segue il percorso della linea ferroviaria che un tempo collegava Campo Marzio alla Slovenia. Un’infrastruttura nata per il trasporto industriale che oggi diventa spazio di mobilità lenta. È un segno interessante. Quando una città riutilizza le proprie infrastrutture del passato per immaginare nuove forme di movimento, significa che qualcosa sta cambiando. Ma la bicicletta non racconta soltanto un problema urbano. Racconta anche il rapporto tra Trieste e il suo territorio. La città si trova infatti all’incrocio di due grandi itinerari cicloturistici europei: EuroVelo 8 e EuroVelo 9. Due corridoi ciclabili che collegano l’Adriatico al Baltico e il Mediterraneo all’Europa orientale. Questa posizione potrebbe trasformare Trieste in una tappa importante del turismo ciclistico internazionale. Un potenziale che finora è stato sfruttato solo in parte. Mentre il primo approfondimento osserva il modo in cui ci si muove dentro la città, il secondo contributo di questa settimana sposta lo sguardo sul confine. È un confine molto particolare: quello tra Italia e Slovenia.

L’approfondimento firmato da Eleonora Carcarino e Benedetta Marchetti racconta infatti una storia che nasce proprio lungo questa linea di frontiera. È la storia di Slovenow, il progetto imprenditoriale ideato da Martina Caiani Formica. Il punto di partenza è semplice: il confine non è soltanto una linea sulla carta geografica. È un luogo in cui si incontrano sistemi economici diversi, regole amministrative differenti e modelli culturali che si osservano da vicino. Per molti anni la Slovenia è stata vista dagli italiani come un territorio di convenienza economica. Un posto dove trasferire un’azienda o aprire una sede per risparmiare sui costi. Oggi questa percezione sta cambiando. Sempre più spesso il paese viene osservato come un laboratorio di qualità della vita e di organizzazione amministrativa. Un luogo in cui l’impresa può muoversi con maggiore agilità e dove il rapporto tra lavoro e vita quotidiana appare più equilibrato. È in questo spazio che si inserisce il lavoro di Martina Caiani Formica. Slovenow non è soltanto una società di consulenza. È un progetto che accompagna persone e imprese nel processo di trasferimento oltre confine. Il suo lavoro nasce da una storia personale. Il trasferimento in Slovenia non è stato il risultato di una strategia economica, ma di una scelta di vita. Da quell’esperienza individuale è nata una competenza che oggi si traduce in un’attività professionale: aiutare altri a orientarsi tra normative, procedure e differenze culturali.

Chi decide di attraversare il confine con un progetto imprenditoriale spesso scopre che le differenze tra i due sistemi sono più profonde di quanto sembri. Non si tratta soltanto di tasse o di burocrazia. Cambiano le modalità con cui si costruisce un’impresa, il rapporto con le istituzioni e perfino la percezione del tempo lavorativo. Per questo Slovenow si occupa non solo di documenti o di immobili, ma anche di accompagnamento umano. Dietro ogni trasferimento ci sono famiglie, decisioni personali, timori e aspettative. Il confine, in questo senso, diventa uno spazio di traduzione. Non soltanto linguistica, ma culturale. Osservando insieme questi due approfondimenti emerge un filo comune. Da una parte la città che cerca nuove forme di mobilità. Dall’altra il territorio di frontiera che si apre a nuove forme di impresa. In entrambi i casi si tratta di movimento. Trieste è sempre stata una città di passaggio. Le merci del porto, i treni verso l’Europa centrale, le persone che attraversano il confine ogni giorno: tutto racconta una città costruita sul movimento.

Oggi questo movimento cambia forma. Non passa più soltanto attraverso le grandi infrastrutture, ma anche attraverso scelte individuali: la bicicletta, il lavoro transfrontaliero, le nuove geografie dell’impresa. Tra le ruote che percorrono la città e le imprese che attraversano il confine emerge così una domanda più ampia. Che cosa significa oggi muoversi in un territorio di frontiera? Faglia Doppia prova a osservare questi cambiamenti da vicino. Non per trarre conclusioni definitive, ma per capire che cosa raccontano del tempo presente.

Il direttore responsabile
Francesco Viviani

La cronaca corre. Faglia Doppia si ferma

Ultime notizie

Dello stesso autore