28.11.2025 – 10.25 – Ci sono piazze che nascono per essere ammirate, altre per essere attraversate. Piazza Goldoni è sempre appartenuta alla terza categoria: quelle che si usano. Da quasi tre secoli non è mai stata una piazza da cartolina, ma una piazza da vivere, e a volte da sopportare. Fino al Settecento si chiamava piazza San Lazzaro: prendeva il nome dall’antico lazzaretto che sorgeva nelle vicinanze, dove venivano isolati i malati contagiosi e gli emarginati della città. Era un luogo di confine, sia urbanistico che sociale, e rifletteva la sua funzione: una piazza non di rappresentanza, ma di realtà. Poi divenne piazza della Legna, perché qui arrivavano i carri del legname raccolto alle pendici del colle di Montuzza. Era una piazza di lavoro, di scambio, di piccoli traffici e grandi attese. Nessuno la considerava bella, ma a suo modo, era necessaria. Nel 1902 cambiò nome: diventò piazza Carlo Goldoni. Non perché ne avesse le eleganze teatrali, ma perché rappresentava un tipo di città popolare, fatta di chi passa, di chi aspetta e di chi non ha ancora deciso se restare. Nei decenni successivi, con la costruzione della Scala dei Giganti (1905) e della Galleria Sandrinelli (1928), la piazza assunse un ruolo strategico: non più solo mercato, ma nodo urbano. Un punto di contatto tra San Giacomo, il centro borghese e le arterie che portavano verso Porto e Campi Elisi. Trieste si espandeva, e Goldoni, senza pretenderlo, ne diventava una soglia.
Vent’anni fa, tra il 2002 e il 2004, l’ultima grande ristrutturazione. L’obiettivo era riqualificare la piazza senza snaturarla. Nuova pavimentazione in pietra d’Istria e masselli autobloccanti, riordino dei percorsi pedonali e delle fermate dei mezzi pubblici, posizionamento della fontana “a pioggia” al centro (vasca circolare di circa nove metri di diametro), installazione di quattro piloni in pietra per mitigare l’impatto visivo della carreggiata, e soprattutto quel muretto centrale lungo circa venticinque metri, alto poco più di settanta centimetri. Il Comune lo definiva “elemento di separazione e seduta informale”. Informale lo fu davvero, anche troppo: funzionò da sedile, da barriera, ma anche da retrobottega urbano. Con il tempo, nacquero microzone d’ombra, e con esse abitudini silenziose: stazionamenti lunghi, bivacchi, piccole compravendite, episodi di microspaccio sempre più frequenti e, in più occasioni, anche risse e scontri tra gruppetti giovanili o persone marginali. In breve, la percezione collettiva cambiò: quel tratto non era più soltanto una zona cieca, ma una zona sospetta. La piazza intera iniziò lentamente a perdere la sua identità pubblica per assumere una reputazione ambigua, tra luogo di passaggio e luogo di conflitto.
Il punto non era il muretto. Era l’assenza di funzione. Una piazza senza vocazione genera abitudini che non sono né pubbliche né private: sono semplicemente tollerate. Ora, dopo vent’anni, arriva un nuovo progetto. Finanziato con 1,05 milioni di euro, fondi regionali per la rigenerazione urbana. I lavori partiranno — salvo ritardi — a gennaio 2026, con durata prevista di 365 giorni. La trasformazione sarà netta: spariranno panchine, piloni ornamentali, sedute in pietra, e soprattutto il muretto centrale. Al loro posto: cinque vasche verdi, due nuovi alberi, pavimentazione rifatta nei tratti più deteriorati, e una piazza visivamente più aperta, “senza barriere percettive”, come recita il progetto esecutivo. La fontana non sarà restituita all’acqua: diventerà una base illuminotecnica, con sei proiettori LED orientabili per “valorizzare la presenza architettonica”. Le telecamere saranno sei, collegate alla centrale operativa comunale. L’illuminazione pubblica verrà potenziata con cinque nuovi pali luce a grande apertura con tecnologia LED fotometrica differenziata, che significa, in lingua semplice, niente più zone d’ombra. Né letterali, né metaforiche. Verrà eliminato l’attraversamento pedonale su via Silvio Pellico, e la fermata degli autobus sarà ridisegnata. La piazza continuerà a essere un nodo, ma controllato, ordinato, attraversabile. Forse anche più sicuro. Ma non necessariamente più vivo.
Il progetto è razionale, ma privo di coraggio. Non rischia. Non sceglie. Non prova nemmeno a liberare la piazza dalle automobili, come sarebbe stato naturale in un centro storico. Non osa trasformarla in luogo pedonale, né accetta di dichiararla semplicemente un hub. Non la dedica alle persone, ma nemmeno al movimento. La mantiene in una terra di nessuno elegante e monitorata. Vent’anni fa si provò a darle un’identità civile, senza riuscirci. Oggi si tenta di darle un’identità disciplinata. Ma una piazza, se non ha un’anima, non somiglia mai a se stessa: somiglia al potere che la governa. Resterà una piazza attraversata, non abitata. Ordinata, ma senza voci. Funzionale, ma senza funzione. Una piazza dove nessuno resterà troppo a lungo — non per mancanza di tempo, ma per mancanza di motivo. E una piazza, quando smette di dare motivo, smette anche di essere piazza.
[f.v.]


