Quei margini sociali pieni di vita. Le periferie invisibili di Trieste

27.11.2025 – 11.00 – Trieste non è fatta solo di centro storico, mare e strade affollate di turisti. Esistono realtà meno visibili, spesso dimenticate. Quartieri come Valmaura, Ponziana, Borgo San Sergio e Servola rappresentano le nuove periferie invisibili della città, frequentate da migliaia di persone con esigenze complesse, storie di vita reali, bisogni di servizi concreti, ma anche grandi potenzialità che spesso restano inespresse. In questi quartieri si concentrano molte delle sfide contemporanee: marginalità sociale, fragilità economica, isolamento generazionale, carenze abitative, esclusione digitale e difficoltà a vedere riconosciuto un ruolo di cittadinanza attiva.

Eppure non tutto è crisi: in questi luoghi nascono iniziative di prossimità, solidarietà, riqualificazione e comunità. Nel quartiere popolare di Borgo San Sergio, per esempio, è nato un centro rigenerato chiamato La Collina. Con le sue “Officine sociali” è diventato un punto di riferimento per molte famiglie: offre doposcuola, centri estivi, spazi di aggregazione, occasioni di socialità, rappresentazioni culturali, momenti ricreativi e percorsi educativi per contrastare la dispersione scolastica.

In parallelo, tra i vari progetti attivi, si colloca il lavoro sulle microaree. Un modello di intervento integrato che coinvolge istituzioni, servizi sociali, cooperative e cittadini. Il tutto è promosso attraverso collaborazioni tra amministrazione comunale, enti sanitari, cooperative sociali e associazioni di volontariato. L’obiettivo è quello di curare l’abitare, offrire sostegno sociale e costruire reti di comunità. In queste microaree, si cerca di dare consistenza a quella che spesso resta un’idea vaga: che le periferie possano essere tessuto sociale vivo, non solo insieme di problematiche da gestire caoticamente.

C’è però chi vive in queste zone con la consapevolezza di alcune dure realtà. Prendendo in causa il caso di Valmaura, frequentato da molti come zona di edilizia pubblica, definito in contesti critici, come per presenza di grandi complessi residenziali, limitate opportunità ambientali e, negli anni, l’ombra di un impianto industriale vicino, con i conseguenti problemi di salute e qualità della vita. Questo rende complicato instaurare un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini, specie se l’intervento sociale viene percepito come temporaneo o insufficiente.

Nonostante le difficoltà, le storie di comunità nate dal basso dimostrano che è possibile costruire resilienza nella cura reciproca. In quei quartieri che le mappe ufficiali trattano come “zone periferiche”, ci sono famiglie, giovani, anziani, ragazzi. Tutte persone che cercano un senso di appartenenza, vogliono crescere, coltivare relazioni, partecipare, sentirsi parte di qualcosa. Spazi come le Officine sociali nel Borgo oppure le microaree diventano luoghi concreti di cambiamento, dove la solidarietà, la socialità, il sostegno e la cura si fondono con l’identità di un quartiere.

Trieste sta quindi mostrando che anche le sue “periferie invisibili” possono diventare parte di un progetto di coesione sociale. Possono guardare alla qualità della vita, all’inclusione, all’uguaglianza di diritti. Essenziali i servizi per minori, il supporto scolastico, i centri di aggregazione, le strutture per anziani e famiglie, i percorsi di riabilitazione sociale e di ascolto comunitario. Ma per farlo servono non solo progetti, ma ascolto reale. Investimenti costanti, partecipazione attiva, fiducia tra cittadini e istituzioni.

Raccontare queste periferie significa dare voce a chi spesso resta ai margini. Al contempo offrire opportunità, perché il tessuto urbano non si misuri solo in bellezza o turismo, ma in senso di reciprocità. Un racconto corale, fatto di persone, progetti, speranze. Un racconto che invita a guardare oltre il centro verso le zone meno visibili, ma centrali per il futuro sociale di Trieste.

[e.c.]

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