14.12.2024 – 07.01 – Correva il 1 novembre 1907 quando venne bandito un concorso internazionale onde onorare con un monumento a Trieste l’imperatrice Elisabetta d’Austria, perita “sotto ferro assassino”. L’iniziativa rientrava appieno all’interno di un filone statuario creatosi con spontaneo e vivo affetto a seguito dell’assassinio della sovrana in tutto l’impero austriaco, con comitati e associazioni sorte dal basso. Ancora nel precedente 8 marzo 1907 la Delegazione Municipale aveva deliberato di concedere per il monumento un apposito spazio nel giardino di Piazza della Stazione, oggigiorno della Libertà. Era un luogo corrispondente all’odierna distesa sterrata, un tempo sede del teatro Tripcovich, dinanzi al Silos. Il Comitato raccolse in breve tempo la fortuna di 100mila corone e 57 artisti austriaci, tedeschi, italiani e francesi parteciparono in massa, spedendo i propri bozzetti. Il 6 aprile 1908 la giuria ne scelse tre (i triestini Hümmel e Shranz, il viennese Seifert); optando infine il progetto di quest’ultimo, inaugurato il 15 dicembre 1912 alla presenza dell’arciduca Francesco Salvatore in rappresentanza dell’imperatore, del podestà Alfonso Valerio e infine dei rappresentanti del Comitato stesso.
La storia della (doppia) inaugurazione del monumento, nel 1912 e nel 1997, quando tornò nella sua piazza avita, sebbene dislocato a confronto con la posizione originaria, è ben nota. Tuttavia poca attenzione è stata riservata, negli anni, alle parti accessorie del monumento. In particolare la discussione, di qualche settimana fa, a proposito di quale ringhiera adoperare per proteggere il monumento dovrebbe porre in considerazione come l’originario elemento di separazione sia ancora presente nella dimora/ deposito del parco di Miramare. Ma procediamo con ordine.
Trieste, nel primo dopoguerra, conobbe un’ubriacatura nazionalista che portò presto alla cancellazione della vecchia toponomastica e ad una generale rimozione dei simboli legati “all’austriaco servaggio”. Il primo simbolico gesto fu la richiesta di rimuovere l’aquila austriaca presente sul capitello della colonna con la statua di Leopoldo I in piazza della Borsa il 10 marzo 1919; successivamente la Giunta comunale incaricò la commissione alle costruzioni di confrontarsi coi monumenti del passato governo austriaco. In questo contesto la commissione proponeva di “trasportare il monumento a Elisabetta in una chiesa per esempio quella dedicata a San Vincenzo De Paoli“. La vulgata comune di solito ama ripetere come queste operazioni giungessero dalle autorità italiane; eppure, in questi anni, molto dell’entusiasmo distruttore proveniva dai triestini stessi. La proposta per il monumento non venne però accolta; e si propose invece di trasferirla nel Lapidario di San Giusto. La Giunta non era affatto tenera col Monumento alla sovrana, ritenendolo eretto “coi contributi di chi voleva far sfoggio non di sentimenti di pietà per la vittima di un insano assassinio, ma del proprio odio per l’Italia e del proprio proposito di provocarla”. L’accanimento non deve sorprendere, perchè il monumento era stato finanziato nel 1912 anche da un comitato operaio, con una partecipazione dal basso; era un mito sentito dalla povera gente e come tale la statua emanava un pericoloso fascino. Lo spostamento però nel Lapidario fu avversato, perchè avrebbe messo il monumento a stretta distanza con statue di caratura italiana; si pensò allora al Museo del Risorgimento nell’ex villa Basevi, ma era troppo vicino alle scuole medie di San Giacomo. Elisabetta veniva – di nuovo – considerata diseducativa. Occorre osservare, all’interno di queste estenuanti discussioni, come fu un architetto di Ancona, di nome Guido Cirilli, ad insistere per la salvaguardia del monumento, contrapponendosi ad una Giunta municipale triestina alquanto gretta. Infine, nel 1921, il monumento fu collocato nel deposito comunale di viale Miramare, corrispondente alla casermetta dei carabinieri. Nel 1951 il complesso monumentale fu invece spostato dietro le scuderie del parco. La studiosa Diana De Rosa osservava che “nei lavori [del 1921] o in seguito erano andati perduti la base e i gradini”. Tuttavia, in questa fase, si conservò la ringhiera con motivi geometrici presente in tante cartoline dell’epoca. E d’allora – se il Monumento è tornato nella sua piazza – la ringhiera è invece rimasta nel parco. Lo studioso di storia triestina Silvio Masè ha infatti individuato le ringhiere nella parte alta di Miramare, presso la prima casetta del custode, visibile dopo aver varcato la cancellata. Sono tutt’oggi accatastate in un angolo, dimenticate.
“Mi ha sempre incuriosito, vedendo le vecchie fotografie, la storia di questi monumenti: dove sono finiti, che fine hanno fatto… – spiega Masè – E partendo da ciò ho iniziato una ricerca tramite giornali e documenti del tempo; e seguendo gli spostamento del complesso sono giunto a Miramare. Molto del materiale fotografico è stato salvato dall’essere eliminato: le foto ad esempio del 1967 erano state ripescate da un rigattiere dalla spazzatura. Sono passato dallo studio all’applicazione sul campo, se vogliamo”.
Chissà se, come la statua stessa, anche la ringhiera non possa essere recuperata e riutilizzata: se non per Elisabetta, riciclata quantomeno per un altro complesso monumentale, ad esempio all’interno del parco stesso.
Il monumento abbandonato nel parco nel 1967, foto di proprietà di Silvio Masè. Visibili nella prima foto le ringhiere originali.
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[z.s.]






