09.03.2024 – 07.01 – Dalla nave, al treno, all’automobile. La storia di Trieste riflette un progressivo sforzo volto ad allargare il proprio raggio di azione, a cercare una diretta connessione con l’entroterra. Carsico dapprima, austriaco poi, italiano infine. Nella cornice di questi tentativi rientra anche l’idrovolante, negli anni centrali del novecento; a tale punto che la città poteva dirsi connessa via terra, via mare e via aria.
Inizialmente gli armatori Cosulich avevano iniziato a proporre l’idrovolante quale mezzo per giungere agli alberghi di Portorose, nel 1921; poi l’attività presto decollò nelle forme di una compagnia aerea civile, la SISA, nel 1922 con voli per Venezia, l’Istria e dal 1 aprile 1926 l’avveniristica Torino-Pavia-Venezia-Trieste. Il servizio veniva svolto con quattro idrovolanti CANT (Cantiere Navale Triestino) 10 ter, cadenza di tre volte alla settimana, biglietto di 350 lire e fermata a richiesta.
L’ancoraggio dell’idrovolante avveniva al largo della stazione di Campo Marzio e i passeggeri giungevano all’idrovolante tramite una barchetta a remi.
Dopo aver appurato il successo del servizio, i Cosulich optarono per la costruzione di un primo idroscalo: una struttura galleggiante posizionata presso Riva 3 Novembre, alla radice del Molo Audace. Il direttore dell’idroscalo era il pilota triestino Giovanni Widmer che, già negli anni Dieci del novecento, si era distinto per le abilità con i velivoli. Presso Portorose Widmer istruiva inoltre gli allievi piloti d’idrovolanti della SISA dei Cosulich.
Si trattò del primo, storico, idroscalo civile di Trieste, inaugurato il 20 settembre 1926.
Il Piccolo: edizione del mattino, del 21 settembre 1926, consegnò una dettagliata cronaca del taglio del nastro dell’idroscalo, accompagnata da un primo volo inaugurale.
Il “primo idroscalo civile d’Italia” era composto da un grande hangar galleggiante, caratterizzata dalla “vastità grandiosa dell’ambiente, capace di quattro apparecchi”, al cui centro “spiccava tutto lucente di vernici recenti il magnifico idrovolante OLTE”.
Vi erano inoltre “l’elegante sala d’aspetto per i viaggiatori e l’ufficio di direzione”, senza dimenticare una stazione radiotelegrafica “in immediata congiunzione con Portorose”.
“Una vera e propria stazione insomma, grazie alla quale dalla terraferma si può passare direttamente sui velivoli in partenza – e viceversa per quelli in arrivo – senza l’incomodo del canotto, come fino ad ora” si complimentò il cronista.
Folta la rappresentanza degli imprenditori e delle istituzioni; presenti in quanto la struttura, oltre ad essere un’importante opera strategica, era stata intitolata a Oscar Cosulich, annegato nel tragico tentativo di salvare il figlio in balia delle onde.
Il comm. Perez nell’occasione commentò il ruolo di connessione trasportistica dello scalo; da quel momento in poi “ardite ali dei nostri idrovolanti che attraversano i domati spazi dell’aria congiungeranno le città sorelle d’Italia in più saldi vincoli di fraternità”.
Il primo volo, a differenza di quanto avvenuto il 1 aprile 1924 quando la Bora aveva spostato la partenza a Portorose, si svolse senza intoppi: “sotto la direzione di Gianni Widmer, l’apparecchio viene girato e parte” descrisse il cronista; l’idrovolante era carico della posta e della famiglia Benedetti, guidati dal pilota Pascoletto e da un motorista.
“Una ventata, uno spruzzo, poi la bella macchina s’allontana in una ebollizione di spume – descrisse con gusto pittorico il giornalista – Al largo si alza, poi, fatto un rapido volo sulla stazione, punta verso Grado e in breve scompare”.
Se chi aveva concepito l’idroscalo avesse studiato la storia del porto e di Trieste, avrebbe compreso come un hangar galleggiante fosse un azzardo notevole in una città nota per le mareggiate e per i venti di Bora. Le strutture ben più resistenti dei Bagni Galleggianti ottocenteschi (il Soglio di Nettuno, ad esempio) erano state tutte spazzate via, prima o tardi, dalle tempeste o dalle mareggiate che, di tanto in tanto, flagellavano il capoluogo. E ciò avvenne anche nel caso dell’idroscalo civile; proprio nelle settimane seguenti i continui nubifragi danneggiarono l’hangar, poi definitivamente spazzato via con una mareggiata nell’autunno 1926.
[z.s.]


