10.03.2023 – 09.27 – Assoluzione con formula piena per l’amministratore di Jindal Saw Italia spa, il colosso indiano che aveva ereditato (e chiuso) la ex Sertubi di Trieste. La Corte d’Appello di Trieste ha assolto infatti l’amministratore, de facto confermando la decisione di primo grado risalente al 2019.
La faccenda risale agli ultimi, convulsi, anni della Sertubi, un tempo eccellenza triestina nella produzione di tubi di ghisa. Jindal Saw Italia, a sua volta controllata della Jindal Saw Limited, facente parte quest’ultimo del gruppo indiano O.P. Jindal, aveva ereditato la Sertubi, con l’obiettivo di utilizzarla per trasformare la materia prima grezza prodotta in India, i ‘semilavorati’, nel prodotto finale. L’intento si era però scontrato con alcune direttive anti-dumping dell’Unione Europea volte a combattere la concorrenza delle merci sottocosto indiane e, in particolare, con l’impossibilità di partecipare alle gare d’appalto europee, essendo parte della produzione delocalizzata in India. Un percorso conclusosi con il licenziamento di 51 dipendenti e, al di là di un presidio di 12 lavoratori, terminato con la chiusura della storica fabbrica.
Si inserisce in questo quadro la vicenda giudiziaria che aveva avuto inizio il 12 luglio 2017, quando l’Agenzia delle Dogane di Trieste aveva sequestrato una serie di tubi prodotti dall’ex Sertubi, destinati alla vendita in Iraq. Qual era la ragione? I tubi erano stati sì lavorati a Trieste, ma la materia prima proveniva dall’india, la ghisa era indiana. Pertanto non si potevano utilizzare attestazioni di origine italiane, col ‘Made in Italy‘. I tubi erano infatti prodotti in India e sottoposti in Italia alla lavorazione per adeguarli alle normative EN 545 e ISO 2531. L’anno successivo, a settembre 2018, la Commissione Europea aveva approvato l’esportazione dei tubi, inviduando la corretta dicitura da porre sul materiale. Era stato infatti affermanto che “in mancanza di norme di origine non preferenziale armonizzate a livello mondiale, la determinazione dell’origine, ai fini dell’apposizione del marchio di origine è effettuata in conformità alle norme pertinenti applicate dal paese importatore”. Era stato stabilito che il documento di origine ai fini doganali fosse quindi rilasciato dalle Camere di Commercio degli Stati membri.
L’amministratore della Jindal era stato pertanto assolto nel gennaio 2019; epperò la Procura della Repubblica di Trieste aveva impugnato la decisione, affermando che era stata sbagliata tanto l’interpretazione della decisione della Commissione Europea, quanto l’inquadramento della fattispecie giuridica. Nonsotante ciò, il 2 marzo 2023, la Corte di Appello di Trieste aveva confermato l’assoluzione dell’amministratore, specie considerando come l’effettiva produzione tubiera fosse avvenuta a Trieste e dunque nel territorio italiano. Inoltre la dicitura ‘Made in Italy’ serve per tutelare il consumatore; occorre però considerare che i tubi della Jindal erano destinati a infrastrutture che col singolo cittadino avevano poco a che fare.
[z.s.]


