14.9.2012 | 17.30 – Ugo Borsatti, nato nel 1927, scatta le sue prime foto importanti nel 1943: una colonna di soldati italiani prigionieri dei tedeschi. Le rare, forse le uniche, immagini di quei tragici giorni. Nel 1952 diventa professionista; si specializza poi in fotogiornalismo, è corrispondente di molti giornali ed agenzie, tra cui il ‘Corriere della Sera’. Per vent’anni è fotografo ufficiale del ‘Gazzettino’ e del ‘Messaggero Veneto’. Nel 1964 una sua foto viene esposta al MOMA di New York.
Dal 15 settembre al 17 ottobre, presso il centro commerciale Montedoro Freetime, sarà esposta una mostra fotografica per celebrare i 60 anni di carriera del forografo. L’inaugurazione alle 18 e 30 di sabato 14 settembre.
L’abbiamo incontrato nel suo studio di via Gatteri, a Trieste.
Se non disturbiamo… io sono un giornalista; mi fa tanto piacere incontrarla, signor Borsatti.
Ugo. Va bene. Anch’io sono un giornalista. Sono uno dei più vecchi iscritti all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista. Al tempo ero anche corrispondente di ‘Crimen – Criminologia e Polizia Scientifica’… circolava proprio la battuta: ‘Cosa sei, uno dei Giornalisti? Non sarai mica di ‘Crimen’? Cambiava continuamente, comunque: ‘Cronaca’, ‘Detective’, ‘Detective Crimen’… solo cronaca nera, naturalmente. Avevo iniziato solo con le foto, poi mi avevano chiesto le didascalie, e poi alla fine proposto di scrivere anche i pezzi. Si. Adesso finalmente hanno riconosciuto anche ai fotografi il diritto di essere considerati giornalisti.
C’era un poco di .. fastidio, da parte dei giornalisti, nei confronti dei fotografi?
Eccome. Erano due categorie distinte; rivali, in un certo senso. Una volta, il giornalista era sempre quello che faceva il pezzo; il fotografo, secondo loro, non era importante. C’era sempre stata, questa ‘casta’ dei giornalisti, e il fotografo era sempre stato sottovalutato, nelle sue capacità.
Da quanti anni è in attività, Ugo?
Esatti sessanta. Al primo settembre di quest’anno. Dal 1952. Sessant’anni di carriera non si compiono tutti i giorni.
E posso chiederle a che età ha cominciato a fotografare?
E insomma un mio amico mi ha chiamato: ‘Tanti auguri per i tuoi Cinquantotto!’ – a cifre invertite, naturalmente. Sono ottantacinque appena compiuti. Ho cominciato la mia carriera tardi, se no ne avrei di più, di anni di carriera. Ho studiato per geometra, mi sono diplomato esattamente alla fine della guerra. Poi ho fatto un po’ di tutto, anche il geometra per il Comune di Trieste, che in quel periodo era sotto amministrazione Alleata. Poi ho lavorato per il Censimento, nel 1951… finito quello, mi hanno preso a lavorare sulle carte d’identità per il territorio controllato dagli Alleati, che erano grandi così, azzurre, in quattro lingue… poi la fotografia.
Da ragazzino abitavo qui vicino, in via della Ginnastica Triestina, sulla strada che dalle caserme portava verso il centro città. Nel 1943, l’8 di settembre – ero ancora studente – ecco il proclama di Badoglio: ‘I tedeschi sono cattivi!’ E si erano arrabbiati, anche giustamente a loro modo di vedere, senz’altro. I tedeschi stavano portando giù dalle caserme dei soldati italiani, lungo la via Ginnastica e verso un presidio. Avevo una macchina fotografica che era di mio fratello, sottomano, con una strana pellicola che costava un sacco di soldi ed era difficile da reperire. Tra le persiane mezze aperte e mezze chiuse, con mia mamma che mi gridava sottovoce: ‘No! Che non sparino! Vieni via!’ , sono riuscito a scattare tre foto, che dopo sono diventate famose. Sono state pubblicate molte volte; una, ingrandita, è alla Risiera di San Sabba, e vengono mostrate nelle ricorrenze. Le prime foto importanti che ho fatto.
C’è voluto coraggio, per fotografare i tedeschi che scortavano, armati, i soldati prigionieri.
Non ci ho pensato, avevo la macchina; mi sembrava una cosa importante, ed ho scattato.
Quando ha cominciato c’erano già foto a colori?
No, proprio all’inizio, qui, negli anni Quaranta, non c’erano … la Kodachrome e l’Agfacolor sono di fine anni Trenta, quindi tutto era di reperimento molto difficile, io non avevo pellicola o tecnica di sviluppo a colori a mia disposizione. Lavoravo in bianco e nero.
Che macchine usava?
A seconda dei periodi. Rolleiflex, Leica … all’inizio avevo una Voigtlander Prominent appena uscita. L’unica 35mm con l’otturatore centrale, che mi permetteva di lavorare con il piccolo flash che avevo, il flashetto da sette chili. La mia prima foto da professionista? Stavo aspettando la licenza e mancava ancora qualche giorno; stavo ammirando e rigirando la macchina, mio papà mi dice: ‘Vai, vai giù in cortile!’ – vado giù nella corte scura, non c’erano esposimetri, non avevo niente, e a occhio ho azzeccato la posizione e la fortuna del topo che stava sollevando la zampa, bastava un secondo e sarebbe risultato indistinto, una macchia e basta.

La sua foto più bella?
Non so se dire la più bella; direi, la più significativa fra le mie. Il soldato che bacia la ragazza, sulla banchina del treno. Trieste nel 1954. Lei non c’è più, adesso, era andata negli Stati Uniti, li avevo conosciuti – un momento bellissimo – ed ero rimasto in contatto con loro; è stata per sempre accanto al ragazzo che l’aveva baciata.
Della fotografia digitale che cosa pensa?
Un’enorme conquista. Ho solo una cosa contro il digitale: la durata. Non c’è supporto. La gente non stampa più, e quindi… un giorno, la foto se ne va. E’ perduta.
Quante foto ha in archivio?
Il mio archivio di negativi l’ho ceduto alla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, con una clausola che me ne consente l’utilizzo. Poi la Fondazione l’ha passato in comodato d’uso al Comune di Trieste. Io ci avevo già lavorato tanto, quasi quattro anni, cercando di riorganizzarlo e documentarlo … il mio archivio è questo, sapete, questo che vedete qua. Questi libriccini, che tengo sempre con me. Appunti, e appunti di ogni giorno di lavoro che ho fatto, con i riferimenti alle foto: ‘gimcana motociclistica’, ‘Pubblica Sicurezza’ … ‘ballo’, vedete, qui ‘P’ sta per ‘Ballo dei Poligrafici dello Stato’, si tenevano al Jolly in quegli anni. ‘V’: ‘Veglia della Gioventù Ebraica’. ‘Carnevale’. ‘Acegat’. ‘Sindaco’, con i nomi dei sindaci. Questi appunti li ho caricati sul computer. Sono trecento e cinquanta mila negativi.
Trecentocinquantamila negativi.
Si, circa trecentocinquantamila. Non è una cosa da niente, organizzarli. Poi ho anche le diapositive, anche quelle da catalogare, organizzare. Devo finire.
E non ha mai avuto una reazione del tipo: ‘No, basta! Ho fatto tanto’?
No.
Quanto costava, fare fotografie?
Tanto. Soldi non ne avevo. E l’attrezzatura, poi. Avevo ottenuto un prestito di quattrocenticinquantamila Lire… la banca me ne aveva date trecentocinquantamila e il resto – centomila Lire – l’aveva tenuto come anticipo sugli interessi, per dare un’idea di cos’era il valore del denaro. Un operaio guadagnava cinquantamila Lire al mese, nel 1960. Cento Lire la benzina. Con quelle trecentocinquantamila Lire avevo comperato la macchina fotografica – dopo ve la mostro: centotrentacinquemila Lire. E il flash – quello da sette chili – ce l’ho ancora, con una torcia grandissima. Centosettantacinquemila Lire. Con questo prestito ero riuscito ad avere i ‘due pezzi’. Poi avevo preso a noleggio un proiettore e comperato due bacinelle per lo sviluppo.
Andava a caccia di foto e di notizie?
Eccome. Sognavamo i telefoni, noi fotografi… in America avevano i telefoni in auto. Forse. Una volta ero andato sopra i Filtri, a Santa Croce: era caduto un piccolo aereo, le due persone a bordo erano morte, carbonizzate… vado su, con la mia Vespa, scatto e torno a casa. Appena tornato a casa, mi dicono: ‘Ha chiamato il giornale, c’è stato un incidente mortale a Sistiana!’, e via, torno a Sistiana con la Vespa. E dopo di nuovo indietro, per sviluppare: rapidamente, al buio, a occhi chiusi, ‘Uno, due …’ conta fino a sessanta e poi via, fissaggio rapido – fissa, lava, ventilatore, con la pellicola ancora mezza bagnata, verso il laboratorio per la stampa… ‘Oh! La pellicola è bagnata!’ ‘Eh, questo sono riuscito a fare … è un poco grattata, mi scusi’. Sviluppo, stampa, asciugatrici. Se avessi avuto il telefono cellulare… ho tante foto che sono ingiallite, ormai, perché non erano stampate per durare, era sufficiente che rimanessero in buone condizioni per qualche giorno. Sono recuperabili, comunque, lavorandoci. Poi portavi tutto al giornale. Il giornale non aveva il fattorino, e allora porta di corsa direttamente al treno delle dieci e venti, spedisci con la posta ‘fuori sacco’. Non so se esiste ancora. Era una busta per i giornali, che veniva consegnata rapidamente, senza attendere lo smistamento generale. Per le cose più urgenti, c’erano le telefoto, costose e di più bassa qualità. Solo … mezz’oretta di trasmissione, e arrivava dall’altra parte, sempre che non cadesse la linea. Quando giocava la Fiorentina, mi ordinavano sette telefoto: e se qui a Trieste mi pagavano cinquecento Lire per ciascuna foto, da Firenze me ne davano tremila. E con quel servizio di sette foto quasi mi pagavo la rata del mese.
Sviluppa ancora le sue foto personalmente?
Si, in bianco e nero. Qui in studio, qui dietro, guardate.
Se dovessi parlare a un giovane fotografo gli direi che la prima cosa è la passione. Oggi, il discorso della stampa e dello sviluppo è molto meno pesante. Non è facile neppure oggi, forse è ancora più difficile: non era facile mai, ma oggi la fotografia è un mestiere che va quasi scomparendo. Tantissimi miei colleghi hanno chiuso, anche più giovani di me; anch’io chiuderei lo studio, se non avessi queste mie foto per il novanta per cento di repertorio, d’archivio. E le storie che raccontano.
Le foto dei giovani le piacciono? Quelle che ha visto recentemente?
Vi dico la verità. Queste foto molto elaborate, trasformate, che ho visto ultimamente… con il bianco e nero, anche noi lo facevamo, un ritocco: più scuro di qua, più chiaro di là. Modifiche. Raddrizzavamo le linee. Era una specie di Photoshop. Più difficile da fare che sul computer, perché ci voleva manualità, abilità nel mestiere. Però era solo per correggere un pò le foto. Ma quelle foto che ho visto di recente, completamente trasformate, nei colori, nelle proporzioni… no. Non mi piacciono. Tutto sta nei limiti che ti poni. Devi tenerti un pò dentro i limiti. Puoi anche fare cose astratte, puoi fare quello che vuoi con le tue foto – certo che puoi, nessuno te lo impedisce. Andavo in vacanza, giocavo anch’io coi colori, con tutto, ve l’ho detto. Ma l’esagerazione non è fotografia, e quel ‘troppo’, quell’ ‘ esagerare anche l’esagerato’ , no, non mi va.
Un consiglio?
Un consiglio. Adesso voglio proprio fare il… ‘vecchio’ e voglio dirvi: le macchine digitali sono bellissime, ma imparate a non schiacciare troppo il bottone. Non scattate troppo. Non ha senso. Una volta c’erano quei… cassoni della Kodak: ‘click’ – otto fotogrammi sei per nove, poi ne sceglievi una. Qualcuno scattava anche con quelle. Però cercavi comunque di rispettare le regole, il sole dietro le spalle no, il palo in mezzo alla testa no. Controllavi la luce prima di scattare, magari con l’esperienza se non con l’esposimetro. Con il digitale, adesso, chi scatta mette in quello scatto ancora meno attenzione di chi scattava con le Kodak da otto fotogrammi. Tanto puoi togliere il palo dalla testa dopo, puoi recuperare il sovraesposto, e via … ‘tac-tac-tac’ … ma la foto è sbagliata lo stesso. Non è buona.
Posso farle una foto?
Certo. Perché chiede. Faccia; è più spontaneo. Sono appena sessant’anni di carriera, ho ancora tante cose da fare. Del mio mestiere, sono innamorato. Della ‘professione’, come la chiamavo. Fin che posso, sarò sempre qua. Venite a vedere le macchine!
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