26.11.2020 – 16.36 – Fake news e disinformazione a tutto spiano: durante l’emergenza Covid-19, i tre quarti dei giornalisti (il 73 per cento, secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul giornalismo appena pubblicato e approvato all’unanimità dall’Agcom) hanno letto sui media notizie false o riscontrato disinformazione almeno una volta a settimana, e addirittura (per il 22 per cento) una volta al giorno. A far la parte da padrone, le cosiddette fonti online non tradizionali, ovvero principalmente i Social network come Facebook, i sistemi di messaggistica come Whatsapp e Telegram, e i motori di ricerca, primo fra tutti Google, che anche per rispondere al problema al suo interno già nel corso dell’estate ha avviato azioni di sostegno nei confronti del giornalismo professionale (seppure online) e rafforzato le misure di controllo.
Il rapporto approvato da Agcom, che è alla sua terza edizione, si è concentrato su quella che è ritenuta una sfida drammatica imposta dalla pandemia alla professione giornalistica, analizzata attraverso un’indagine specifica che ha coinvolto nel corso dell’estate i professionisti dell’informazione. Dall’indagine è emerso che, per l’attività lavorativa prevalentemente svolta a distanza a causa delle restrizioni al movimento e agli incontri personali, quasi 9 giornalisti su 10 hanno fatto ricorso a fonti istituzionali piuttosto che a riscontri diretti. Ciò non sembra, secondo Agcom, aver avuto un significativo impatto sui lettori, almeno riguardo le notizie relative agli aspetti sanitari: in 7 casi su 10 i cittadini si sono detti soddisfatti delle informazioni ricevute. Diverso invece il rapporto con l’informazione medico-scientifica, dove si è riscontrata, con importanti eccezioni, una generalizzata difficoltà delle redazioni giornalistiche a misurarsi tecnicamente con linguaggi e specifiche esigenze di quel tipo di notizia: di fatto, istituzioni ed esperti hanno avuto il compito di informare direttamente i cittadini, nonché di certificare, e auto-certificare, autorevolezza e qualità dell’informazione in materia. Sullo stato di salute della professione giornalistica in Italia, sempre secondo l’Autorità garante “risultano confermate e consolidate le dinamiche già individuate nelle due precedenti edizioni: progressivo invecchiamento dei giornalisti; diffusa precarizzazione; insoddisfacente preparazione specialistica in particolare sui temi economici, scientifici e tecnologici; crescente ibridazione della professione giornalistica strettamente intesa, con attività professionali attinenti al campo della comunicazione”. Il tutto, concludono l’ente e la nota Inpgi che richiama il rapporto, in una perdurante crisi di identità e ruolo della professione, entro il quadro più ampio di forti difficoltà dell’editoria.
[c.s.]


