Non violenza, neuroscienze e la “vita” del corpo dopo la morte, ecco la cronistoria del magico incontro a Udine con il Dalai Lama

EVENTO «Abbiamo osservato che con la morte il cervello si ferma, ma per molti giorni resta comunque attivo qualcosa di sottile»

26.5.2012 | 12.48 – È stato carico di attese, il ritorno in Friuli di sua Santità il 14° Dalai Lama Tenzin Gyatso. La notizia della sua visita, era iniziata a circolare in regione poco più di un mese fa, tra l’altro subito confermata dal Centro di accoglienza e di promozione culturale “E. Balducci”, promotore dell’evento assieme al Centro buddista Cian Ciub Cio Ling di Polava.

L’entusiasmo per l’imminente ritorno, si era diffuso subito non solo tra coloro che avevano avuto la possibilità di “incontrare” il monaco buddista tibetano nel dicembre 2007, durante la sua prima visita a Udine, ma soprattutto tra le persone che hanno visto in questo nuovo ritorno un’opportunità per partecipare a un appuntamento, forse considerato ormai irripetibile.

Un fermento testimoniato anche dal volatilizzarsi – in meno di due ore dall’apertura dei punti di distribuzione – dei biglietti; ma nessuno stupore, dato che il Dalai Lama – già premio Nobel per la pace nel 1989 – è uno dei massimi esponenti della non violenza e proprio per questo, una tra le figure più amate a livello mondiale.

Nel 2007 era stato il Teatro Nuovo Giovanni da Udine, la sede designata a ospitare il carismatico maestro spirituale, questa volta è invece il PalaCarnera – con i suoi 3.000 posti a sedere – ad accogliere i tre appuntamenti pubblici programmati nelle due giornate del 22 e 23 maggio.

All’esterno del palazzetto le code sono lunghe e ordinate, in sottofondo solo mormorii emozionati e tintinnii, sono tanti infatti i portafogli che si aprono alla ricerca di un contributo per una piccola, ma sentita offerta (l’ingresso a tutti gli incontri è stato gratuito, le somme raccolte destinate a coprire i costi vivi sostenuti dalle due associazioni no-profit o a favore del popolo tibetano).

Le misure di sicurezza all’ingresso – notizia tra l’altro già abbondantemente circolata nelle giornate precedenti – sono rigorose, i controlli minuziosi, ma avanzando all’interno della struttura il colpo d’occhio è spettacolare, perché il palazzetto è già interamente gremito.

All’estremità opposta è il palco a catturare l’attenzione, le dimensioni non sono esagerate, ma è il colore rosso che predomina assieme a un grande pannello raffigurante il Buddha e gli otto simboli di buon auspicio, poco più sù invece, svetta immancabile la bandiera tibetana con i “tre gioielli” della filosofia buddista: il Buddha (la guida), il Dharma (la realizzazione della verità delle cose), e il Sangha (la comunità spirituale).

In mezzo al palco – fasciato da un tripudio di bellissimi fiori bianchi – il seppur semplice “trono” rosso del Dalai Lama spicca regale tra le sedute invece più discrete, riservate agli ospiti che lo accompagneranno in questi due giorni udinesi .

Puntuale, alle 9.30 il Dalai Lama fa il suo ingresso, tutti i presenti si alzano per tributare a sua Santità – attraverso fragorosi e ripetuti applausi – un sentito e caloroso saluto di benvenuto. Fasciato nella tradizionale veste rossa e gialla il Maestro si accomoda, vicino a lui due monaci, uno dei quali lo affiancherà e lo seguirà in una minuziosa e a tratti divertente traduzione, mentre lui sorridente, osserva e saluta la folla.

Nella sua prima giornata di visita, l’appuntamento mattutino è dedicato a: “Le religioni per la giustizia, la pace e la salvaguardia dell’ambiente vitale, per questo motivo sul palco ci sono: l’Imam di Firenze Izzedin Elzin, Rabbi Jeremy Milgrom, rabbino impegnato nei diritti umani e la cattolica palestinese Bassima Award, presidente dell’Istituto di cultura italo palestinese; un’importante dialogo tra religioni, in cui si è potuto parlare di giustizia e ascoltare le storie e le diverse visioni di fede, mantenendo sempre un occhio di riguardo alla parola felicità, “stato” tanto scontato quanto difficile da raggiungere, ma che rappresenta senza dubbio anche il primo passo verso la tanto acclamata e sperata pace nel mondo.

Molti i volti noti presenti anche nel pomeriggio, per assistere al secondo incontro previsto; accomodati nelle primissime file del parterre infatti c’erano: il sindaco Furio Honsell, Antonella Nonino assieme al marito l’architetto Luca Cendali, il questore del capoluogo udinese Antonio Tozzi, la giornalista Rai Marinella Chirico, Lobsang Phende monaco del centro friulano di Polava e attuale abate del monastero di Giudmè in India, senza dimenticare Omar Pedrini, leader dei Timoria, intravisto invece poco prima all’ingresso al palazzetto.

Il secondo incontro, dibattito a tre voci intitolato: ”Dall’aggressività e dalle forme di violenza alla non violenza attiva e all’amore compassionevole” ha visto invece la partecipazione del teologo Vito Mancuso e del professor Franco Fabbro, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università di Udine.

Il primo a intervenire, Vito Mancuso non ha nascosto l’emozione: “È un grande onore e una grande gioia prendere la parola accanto a sua Santità il Dalai Lama”. Molti i temi trattati all’interno del suo contributo e molte anche le domande che si sono generate: “Se la vita è lotta, chi vuole entrare in comunione con gli altri non è un illuso? Se la vita è aggregazione è possibile aggregare, senza aggredire? È possibile l’aggregazione, senza l’aggressione? È possibile essere mondo senza essere peccato? Capire il ruolo della violenza è il primo passo per arrivare all’amore compassionevole?” e ancora: “Qual è la distinzione tra forza e violenza? La violenza è parassitaria, invece la forza è originaria, perché è principio di organizzazione da cui scaturiscono anche l’amore cristiano per il prossimo e l’amore compassionevole buddista, la violenza invece usa la forza per portare caos tramite lo squilibrio”.

Fabbro ha invece affrontato attraverso le neuroscienze le tematiche del dibattito, giungendo, dopo un’interessante lettura – accompagnata anche da numerose diapositive esplicative – all’importante considerazione finale secondo cui: “La cura di se stessi, dell’altro e la compassione sono la giusta via per la felicità”.

È poi toccato al protagonista assoluto della giornata intervenire sull’argomento: “La compassione e l’amore, a livello base, rappresentano qualcosa che accomuna insegnamenti buddisti e cattolici, perché in realtà queste diverse visioni, hanno comunque lo scopo di aumentare e rafforzare la compassione. […] Sempre secondo la visione dell’insegnamento, la demarcazione tra violenza e non violenza dipende dalla motivazione con cui si compiono le azioni. Quindi come possiamo differenziare buono e cattivo? Se un’azione produce benessere e gioia, allora può essere considerata positiva e viceversa, ma tutto in relazione alla percezione degli esseri sensibili.” 

Sua Santità confessa poi di avere un forte interessamento per la scienza: “Da 40 anni provo un interesse particolare verso la neuroscienza e durante gli ultimi 30 anni ho incontri regolari con scienziati appartenenti prevalentemente alla cosmologia, alla neurobiologia, alla fisica e alla psicologia e il mio interesse si concentra su cervello, neuroni ed emotività”.

“Da questi incontri infatti è venuto fuori, in maniera abbastanza chiara l’interdipendenza tra mente e fisico, […] quindi è molto importante che la neuroscienza avanzi in questa direzione – dice il Dalai Lama -. Ultimamente con alcuni amici scienziati abbiamo intrapreso analisi e studi sui cadaveri dei praticanti, per capire cosa succeda nel corpo di una persona considerata morta. Sotto osservazione e in più casi, i corpi – compreso quello del mio tutore – sono rimasti “freschiper oltre 13 giorni, dimostrando la presenza di qualcosa di singolare, che merita ulteriori sperimentazioni. Con la morte il cervello si ferma, ma resta comunque attivo qualcosa di sottile”.

Il Dalai Lama con queste parole, fa riferimenti specifici alla sesta mente e al fatto che in stato di morte, la meditazione aiuta a rallentare la decomposizione del corpo; proprio per questo motivo, invita simbolicamente gli scienziati a mantenere un comportamento autentico, iniziando a intraprendere analisi e studi anche sulla natura e sull’attività mentale a livello interiore prima di concludere in italiano con un “Vi ringrazio”.

Standing ovation e applausi incessanti accompagnano l’uscita del leader tibetano, che pochi istanti prima di lasciare il palco omaggia Mancuso e Fabbro con il Kata, la sciarpa bianca simbolo di amicizia e buon auspicio.

Stefania Maurigh

Ultime notizie

Dello stesso autore