Passato Prossimo: l’incendio del Narodni Dom. La storia di ieri nel mondo di oggi

08.07.2020 – 18.09 – Slavi e italiani negli anni del Primo Dopoguerra, due nazionalismi in una Trieste in difficoltà. Scontri sociali e politici che si susseguono, fino ad arrivare, nel 1920, all’incendio del Narodni Dom: l’hotel Balkan. 

Professor Pupo, ci può dare una definizione di “fascismo di confine” nella Venezia Giulia?

“Fu il fascismo stesso della Venezia Giulia ad autoproclamarsi tale, costruendo un’elaborazione ideologica centrata sul concetto di confine, inteso come barriera che separa il mondo italiano da quello slavo e, in definitiva, nella visione dell’epoca, la civiltà dalla barbarie. In alcuni casi gli storici hanno utilizzato la definizione di ‘fascismo di confine’ anche per quello sviluppatosi nel Trentino Alto Adige, perché tra i due contesti esistono delle somiglianze: un confine-barriera ed una minoranza nazionale, quella tedesca, che venne (mal)trattata in maniera abbastanza, ma non del tutto, simile a quelle slovene e croate della Venezia Giulia. Ci sono però anche delle differenze, perché ad esempio in Alto Adige il fascismo non era autoctono ma d’importazione dal Trentino, dove però i fascisti mostrarono una minore capacità di elaborazione ideologica, anche perché dipendevano molto da quella di un nazionalista come Ettore Tolomei. Il termine quindi è nato sul confine orientale, coniato dai fascisti locali nel 1920, quando la federazione fascista venne presa in mano da Francesco Giunta”.

L’affermazione del fascismo a Trieste fu precoce, più rapida che nel resto d’Italia: quanto influirono in ambito locale le trattative di pace di Parigi e l’impresa dannunziana di Fiume?

“In realtà, a Trieste, ci furono due fasi del fascismo (la formula ‘fascismo di confine’ fu coniata nel corso della seconda): la prima coincide con la fondazione e la seconda con una sorta di rifondazione. Il primo fascio di combattimento venne fondato molto presto, già nell’aprile del 1919, su iniziativa dell’ex irredentista Pietro Jacchia, con un programma sostanzialmente sansepolcrista ovvero ispirato ai principi enunciati da Benito Mussolini all’atto di fondazione dei Fasci italiani, in piazza San Sepolcro, a Milano. Tuttavia non ebbe grande diffusione, anche perché nella Trieste dell’epoca esistevano altri piccoli gruppi estremisti come i nazionalisti ed i repubblicani, allora molto attivi. Per di più, spesso i membri di un gruppo e dell’altro erano gli stessi, perciò era anche difficile distinguerli. Poco dopo, in settembre, prese il via l’impresa di Fiume, quindi tutti i patrioti (tra cui i fascisti ma anche mazziniani e nazionalisti) si precipitarono a seguire D’Annunzio. Questo preoccupò Mussolini, che desiderava per il suo movimento un ruolo maggiormente da protagonista, e quindi spedì a Trieste Francesco Giunta, avvocato toscano, nella primavera del 1920”.

Con Giunta avvenne la “rifondazione” del movimento locale?

“Giunta fece una scelta strategica: il primo fascismo aveva pescato nello stesso bacino d’utenza dei nazionalisti e dei mazziniani, ovvero i giovani irredentisti della borghesia liberale, ma questi erano andati in massa a Fiume. Il fascismo di Giunta cercò invece di far presa soprattutto nel sottoproletariato urbano e nei molti ‘regnicoli’, cioè una decina di migliaia di cittadini del Regno d’Italia espulsi nel 1915 che al loro ritorno a Trieste a guerra finita avevano scoperto i loro beni sequestrati o venduti. Nel dopoguerra la loro situazione fu di grande disagio, il che li portò a radicalizzarsi e a diventare terreno di elezione per il reclutamento squadrista”.

Composti in maggioranza da reduci della Grande Guerra e dai piccolo borghesi, le formazioni paramilitari degli ‘squadristi’  o ‘squadre d’azione’ erano gruppi di armati non regolari, finanziati da industriali e grandi proprietari, con base in città e campo d’azione nelle fabbriche e nelle campagne, dove affrontavano con violenza i socialisti, i cattolici e le loro organizzazioni, senza disdegnare le incursioni contro i giornali liberi. All’inizio degli anni Venti, queste formazioni erano tollerate, nella maggioranza dei casi, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura; Francesco Giunta, carismatico avvocato toscano, fu una figura chiave di quegli anni a Trieste e rivestì un ruolo di primo piano nel fascismo: interventista, antisocialista e antidemocratico, nel 1919 aderì al movimento di Mussolini e l’anno successivo fu inviato a Trieste. Partecipò in modo decisivo all’assalto e all’incendio dell’hotel Balkan nel 1920, episodio che secondo lo storico Renzo De Felice fu ‘il battesimo dello squadrismo’. Nel dicembre dello stesso anno fondò Il Popolo di Trieste, organo del fascismo triestino. Giunta era un personaggio capace di attrarre consenso e ottenne subito successo. L’incendo del Balkan, nel luglio del 1920, un riflesso degli incidenti di Spalato del giorno 12 in cui avevano trovato la morte due marinai italiani (la sera dell’11 luglio 1920, il comandante della Regia nave Puglia Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi erano stati assassinati), fu l’occasione per esibire e mettere in pratica il suo potere. Violenze anti italiane che si inserirono nel contesto della pluridecennale lotta per il predominio sull’Adriatico orientale fra le popolazioni slave (croate e slovene) e italiane.

Che cosa rappresentò l’incendio del Balkan?

“Fu, per Giunta, l’occasione d’oro per lanciare all’opera le squadre e così dimostrare non solo che esistevano, ma anche riuscivano ad ottenere risultati clamorosi. In realtà già un anno prima c’era stato un attacco al Balkan da parte dei nazionalisti, che nell’estate del 1919 lo avevano assaltato durante due giorni di tumulti tra forze dell’ordine e socialisti, in cui intervennero alcune prime squadre miste di mazziniani e nazionalisti composte anche da qualche fascista. In quel caso la devastazione dell’edificio venne evitata da un generale di passaggio. Nel luglio 1920, invece, la struttura, sede del Narodni Dom, venne occupata e incendiata, e da quel momento il fascismo divenne protagonista della scena politica triestina di allora, perché costituì quello che le autorità italiane avevano cercato negli anni precedenti ma non avevano mai trovato: un partito che fosse punto di riferimento delle forze filo-italiane, in grado di fronteggiare bolscevichi e slavi. Questo era in sostanza il ‘fascismo di confine’.

L’incendio del Balkan è dunque attribuibile al fascismo triestino?

“Assolutamente sì. Attribuibile, ma anche attribuito e rivendicato”.

Cosa accadde di preciso quel giorno?

“Sull’attacco del Balkan ci sono alcune cose che sappiamo e delle zone d’ombra. Sappiamo che ci fu un comizio dei Fasci di combattimento a Trieste, in Piazza Unità, attorno alle 18 circa, per commemorare i caduti di Spalato. Durante la manifestazione due persone furono accoltellate, una si salvò mentre l’altra morì. Qui c’è una prima zona d’ombra: non sappiamo chi fu ad uccidere, perché le inchieste non approdarono a nulla. Dal palco uno degli oratori fascisti gridò che gli slavi avevano ucciso un italiano, ma non possiamo determinare se questo corrisponda al vero o no”.

A quel punto la situazione degenerò.

“Sì. Da piazza Unità partì un corteo che arrivò presto nei pressi del Balkan, dove cominciarono i tafferugli. Sappiamo che da uno dei piani dell’edificio cadde una bomba. L’esplosione ferì molte persone, una di queste morì il giorno dopo. Seconda zona d’ombra: non sappiamo chi abbia tirato la bomba. Inoltre, nei rapporti delle forze di polizia si legge che ci furono anche dei colpi da arma da fuoco dalla terrazza e addirittura una nutrita scarica di fucileria, ma non si sa chi abbia sparato. Le forze dell’ordine passarono così rapidamente da difensori, ad attaccati, ad attaccanti. Il comportamento della polizia disposta a protezione dell’edificio è un punto controverso. I resoconti sono concordi nell’affermare che i fascisti superarono il cordone di polizia, sfruttando i varchi creati dalla caduta della bomba, e invasero l’edificio. Le truppe che stazionavano in piazza, davanti alla Caserma Grande, cominciarono anch’esse sparare sul Balkan in risposta ai colpi partiti dall’interno o dal tetto. I fascisti approfittarono della copertura di fuoco per entrare e devastare il palazzo”.

L’incendio fu disastroso.

“Il fuoco venne appiccato con delle taniche di benzina, non si sa portate da chi, e questa è una terza zona d’ombra. Ultima zona d’ombra: stando ad alcune testimonianze si sentirono delle esplosioni, che qualcuno disse provocate da cariche di esplosivo già presenti all’interno. Secondo altre voci invece, quello udito fu solo il rumore delle travi che crepitavano. In ogni caso, l’intenzione degli attaccanti era quella di distruggere un simbolo particolarmente odiato e ci riuscirono. Per di più, ci fu anche una vittima: un ospite dell’albergo che, per salvarsi dalle fiamme, si gettò da un balcone e si sfracellò”.

In quella occasione il governo italiano poteva fare di più?

“Si sapeva che dopo i disordini di Spalato del giorno prima ci sarebbero potuti essere dei problemi a Trieste. Le autorità però non vietarono il comizio, vista la sua connotazione patriottica, e si limitarono a costituire dei presidi di polizia in alcuni luoghi sensibili. Questa misura funzionò per gli edifici di proprietà dello Stato jugoslavo, che furono difesi, mentre invece ciò non accadde per gli edifici privati, come studi personali e banche, che nel corso della serata vennero devastati, nell’ambito di un vero e proprio pogrom antislavo”.

[d.g.]