29.07.2019 – 09.29 – Dopo l’assoluzione da parte della Fidal, “perché il fatto non sussiste”, dall’accusa di razzismo in merito alla ventiquattresima edizione, quella di quest’anno, del Trieste Running Festival, Fabio Carini parte all’attacco. “Sì a libertà di stampa, no a quella di insulto e mistificazione”: così infatti il responsabile dell’organizzazione della popolare corsa e presidente di Apd Miramar. Assistito dagli avvocati Ilaria Salamandra e Matteo Annunziata del Foro di Roma, ha querelato il quotidiano La Repubblica e il quotidiano on line Il Fatto Quotidiano per il reato di diffamazione a mezzo stampa e, di conseguenza, per avere gravemente leso l’immagine, offeso l’onorabilità e la dignità della persona e dell’evento sportivo “attraverso la pubblicazione, lo scorso aprile, di articoli totalmente fuorvianti rispetto alla realtà di fatti e dichiarazioni relative alla partecipazione o meno di ‘top runner’ africani alla Trieste Half Marathon”. La polemica, sviluppatasi immediatamente dopo la conferenza di presentazione del 26 aprile e seguita a un intervento di Fabio Carini al termine della conferenza stampa in risposta alle domande dei giornalisti, aveva trovato terreno molto fertile in particolare sui Social Network ed era finita, nella vicinanza alle elezioni europee, per coinvolgere la politica locale, i testimonial e una parte dei cittadini.
“Una scelta”, quella legata all’iniziale esclusione dei ‘top runner’, ribadisce l’organizzatore, “legata a un’importante questione etica posta all’attenzione generale con l’obiettivo di stimolare il mondo del running a garantire e riequilibrare i trattamenti economici riservati agli atleti professionisti, al momento troppo spesso non tarati sul reale valore della prestazione e, di conseguenza, sfavorevoli ai tanti corridori di fascia media e media-alta provenienti soprattutto dai Paesi africani. La libertà di stampa è una grande conquista, ha commentato ancora Carini, “ma auspico che una società civile ed evoluta mai permetterà agli organi di stampa, come a chiunque attraverso i moderni sistemi di comunicazione, di travisare e mistificare impunemente la realtà, utilizzando perfino l’insulto come strumento per esprimere e indirizzare opinioni. Un auspicio da estendere opportunamente anche ai rappresentanti istituzionali che, proprio in quanto investiti di un importante ruolo pubblico, dovrebbero avere l’obbligo di mantenere il livello del dialogo ben al di qua dei limiti della decenza”.
[c.s.]


