Bosco, una storia con Trieste nel cuore. Con la Notte dei Saldi sabato via i veli dalle vetrine storiche

05.07.2019 – 07.50 – domani sabato 6 luglio, dalle 19.30, via alla “Notte dei Saldi“; e all’apertura dell’evento, fra piazza Goldoni e via Mazzini pedonali per un giorno, via i veli anche dalle vetrine storiche del supermercato Antonio Bosco, fatte allestire in modo speciale con ricordi, tabelle, documenti, accessori e oggetti della vita di ogni giorno di un’azienda che dalla fine dell’Ottocento a oggi non ha mai smesso di esser parte dell’anima vera di Trieste. “Daremo il via all’evento”, ci racconta Fabio Bosco, “assieme all’assessore Serena Tonel, sempre vicina al settore terziario, e confidiamo nella presenza del Sindaco Roberto Dipiazza, con cui abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto. E ci sarà un rinfresco offerto ai partecipanti, a esaurimento”.

Signor Bosco, lei, assieme a suo fratello Giorgio, del supermercato che porta il nome del fondatore è il proprietario. La vostra è una tradizione familiare che ha più di cent’anni.

Antonio Bosco fondò l’azienda nel 1880, nella ‘Trieste Asburgica’, e la storia della mia famiglia è veramente incredibile; così ricca di episodi, di avvenimenti importanti e particolari. Sono contento di esserne parte. Sono così convinto che sia interessante che ho partecipato con entusiasmo all’organizzazione dell’inaugurazione e della mostra che abbiamo preparato. Quello che ho visto, preso, spolverato con le mie mani assieme ai collaboratori mi racconta della forza di mio padre, di mio nonno, e di quello che hanno vissuto.

Di cose di cui raccontare ne ha viste molte anche lei. 

Credo di sì, io cerco sempre di essere modesto e di raccontare la nostra storia per coinvolgere, per appassionare e per parlare di cosa vuol dire fare impresa a Trieste. Uno dei periodi di crisi più forte per l’azienda è stato il momento di recessione dopo la crisi del 2008. Non c’era possibilità di avere credito dalle banche; su questo si è innestata la legge del governo Monti che ha recepito le normative europee e ha obbligato i commercianti di alimentari ad adeguarsi al pagamento a 30 giorni, al massimo 60 giorni solo per alcuni prodotti in scatola come il tonno. Le nostre consuetudini, dopo la morte di mio padre nel 1996, erano rimaste quelle di sempre: pagamento dei fornitori a 60 e 90 giorni, che avveniva con puntualità, senza neanche un minuto di ritardo. Di colpo la legge ci impone di pagare un’intero mese di acquisti nello stesso momento in cui scade il pagamento normale. Tre milioni di euro da pagare: tutta la liquidità che avevamo, comprese le riserve, tuttp scomparso in un attimo e non era sufficiente. Zero credito: la nostra banca di riferimento, il principale istituto triestino, non aveva chiarezza sulle proprie politiche di gestione e non ci supportava. È stato il momento in cui abbiamo pensato di non farcela: di essere destinati al fallimento pur avendo un’azienda sana. E allora ci siamo rivolti ai nostri principali fornitori chiedendo aiuto e dichiarando con sincerità di non aver modo di pagare; e siamo stati capiti, aiutati, i termini di pagamento sono stati ristrutturati. Il debito è stato completamente saldato, l’ultima rata pagata proprio questo mese. Con la profonda gratitudine nei confronti di chi ha compreso l’enorme difficoltà e lo sforzo che stavamo facendo e ci ha sostenuti. Ecco, io racconto queste cose anche per incitare a non mollare mai; come mio nonno.

Caduti nel pieno del blocco del credito bancario italiano, di cui si è tanto detto e scritto.

In pieno. Abbiamo rischiato moltissimo, ci siamo indebitati, abbiamo chiesto la solidarietà dei dipendenti e avuto la loro fiducia attraverso l’accordo sindacale; abbiamo continuato a lavorare e a cercare di espandere le attività nonostante la crisi di liquidità. Chiudendo i rami che erano in perdita, concentrandoci il più possibile su quello che invece fruttavano; alcune attività, come le pescherie e il Ristobar di via del Coroneo, sono state date in gestione a bravi professionisti, svincolando la nostra azienda dall’operatività diretta. Ce l’abbiamo fatta. Altri no, purtroppo.

Da quell’esperienza, che cosa avete imparato?

Le nostre attività erano troppo diversificate, frammentate: la ristorazione, il fai da te, l’ittico, la grande distribuzione, la drogheria e prodotti per la casa. Troppi mestieri allo stesso tempo, e troppo diversi. Abbiamo ripreso a concentrare la nostra attenzione sulle attività che erano state nella nostra tradizione di sempre. È stata la scelta necessaria, e giusta. E cosa abbiamo fatto più del nonno e del bisnonno? Abbiamo vissuto. Sempre lavorando con serietà e impegno, ma siamo riusciti a trovare spazio anche per noi. Ai tempi in cui hanno lavorato loro, c’era la fame, fermarsi un attimo era impossibile. Oggi è tutto molto diverso.

L’azienda, ci raccontava, è stata fondata a fine Ottocento. È l’epoca d’oro di Trieste, quella di cui scriviamo molto spesso.

Il primo documento che abbiamo in archivio è datato 1884; è una richiesta di vendita di… birra! La ditta però è stata fondata prima, sicuramente nel 1880, e probabilmente parte degli archivi sono andati perduti. Il fondatore aveva già una certa età e due figli: mio nonno, Dante, e suo fratello, Arrigo. Le prime scritture vere e proprie partono dal 1901. Però abbiamo le fotografie e altri documenti dell’Ottocento, quindi della data di fondazione siamo sicuri. E guardi questi registri di presenza dei dipendenti, li porteremo sabato in Piazza Goldoni: si fermano nel 1915, in aprile. È momento in cui l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale. Il 24 maggio.

Quale fu il primo il primo negozio Bosco?

Il primo negozio, conosciutissimo, era ed è quello di piazza Goldoni, 1880; il secondo venne aperto nel 1912, affittando un locale dal governo austriaco. Un negozio di alimentari in Piazza Unità. Proprietà del Municipio. Nel 1914, Dante Bosco va a Graz, ha qualcosa a che ridire con gli austriaci di allora, e viene sbattuto fuori dal paese, come nemico dell’Austria. E torna a Trieste, ad aiutare in negozio, in Piazza Unità; l’anno successivo: ‘Viva l’Italia!’, Dante indossa la divisa italiana e si arruola volontario, va a combattere. Ben consapevole di quello che, come irredentista, gli sarebbe successo se fosse stato preso prigioniero: la condanna a morte per fucilazione o l’impiccagione.

La sua famiglia ebbe ripercussioni a causa di questo?

Il governo della Trieste dell’epoca sapeva bene che la nostra famiglia era filo-italiana. Il 23 e 24 maggio 1915 scoppiano i moti proprio contro gli italiani, la sede de “Il Piccolo” viene incendiata, viene distrutta la “Ginnastica Triestina” e assieme a essa un bel po’ di negozi. Tra cui il nostro di Piazza Goldoni e quello di Piazza Unità sotto il Municipio. Di quello perdiamo poi l’affitto, ma rimane il coraggio delle proprie idee e della bandiera.

La sua famiglia è interamente triestina?

Il bisnonno, fondatore, nacque nel 1850 in Friuli. Mio nonno e mio padre sono nati a Trieste. Il papà del bisnonno era un friulano di Dolegnano; da qui forse la molto proverbiale attenzione al denaro, come si usa dire scherzando. Aveva un bel po’ di proprietà, un bel po’ di ettari di terreno. Vendettero una parte di quei terreni e dettero quel piccolo capitale al figlio, che aveva già trent’anni e aprì a Trieste. E così è stata fondata l’azienda. E il figlio, il nostro bisnonno, l’azienda l’ha gestita bene. Dopo la guerra che non lasciò una situazione facile ci fu la crisi del 1929: le ripercussioni furono molto dure anche in Italia, anche per noi. Poi le cose andarono di nuovo un po’ bene e poi ci fu la Seconda Guerra Mondiale naturalmente.

L’azienda, durante la Seconda Guerra Mondiale, subì danni?

Non molti, no. Si lavorava con i prezzi imposti, con il regime di guerra, ma normalmente. Il danno collaterale era rappresentato dalla mancanza di dipendenti: chi non era stato richiamato alle armi era stato arruolato da organizzazioni che lavoravano per lo sforzo bellico, come la Todt tedesca, e pochi potevano continuare a rimanere in azienda. Si continuò grazie all’impegno di chi restava, disposto a sopportare gli straordinari e ad arrivare alle sessanta ore per sei giorni la settimana. A parte questo, ci fu solo qualche momento di… terrore, dovuto a richieste come quella dell’esercito di liberazione jugoslavo, che voleva soldi, e chi non pagava diventava nemico della lotta di liberazione. Nel 1944 chiesero 150.000 lire. Poi, dopo la guerra, l’amministrazione americana portò ricchezza; quella di Tito, breve, portò paura.

La sua famiglia conservò anche le proprietà terriere?

Mio padre decise di vendere i terreni friulani ai contadini, nel 1961; non c’era niente, su di essi, se non bunker militari, e data la loro presenza e il fatto che fossero destinati alle mitragliatrici non si poteva neppure coltivare niente, se non erba medica e grano. La terra non valeva più nulla. Ma neppure i contadini sono riusciti a continuare, e a loro volta hanno rivenduto a Livon, negli anni Ottanta, grossa azienda di vini di qualità. E Livon ha realizzato una buona produzione. Trieste, negli anni Sessanta, era considerata una ‘zona morta’; in piena Guerra Fredda non c’erano investimenti veri e propri. Con il rischio di un riavvicinamento di Tito all’Unione Sovietica dopo la precedente rottura del 1948, Trieste avrebbe potuto essere persa in un attimo. Gli imprenditori stavano alla larga.

E poi, negli anni Sessanta, da negozio a vero e proprio supermercato. Inizia una nuova epoca.

Dal settembre 1961 papà mette mano al negozio tradizionale; avevamo molti buoni clienti, un’attività bene avviata, ma mio padre rischia comunque e lo trasforma in supermercato. Mio padre era laureato in economia e commercio ed era molto attento alle novità, a pianificare i cambiamenti: conosceva molto bene la sua materia, ed aveva viaggiato. I supermercati li aveva già visti all’opera a Milano e a Parigi. Aveva approfondito il modo in cui facevano affari, e capito che si poteva avere qualcosa di diverso anche a Trieste. Fu uno dei primi ad associarsi alla Spar olandese, che dopo la causa contro la Star si chiamerà Despar; a Trieste, il suo primo socio, pronto ad unirsi ad altri per comprare con un magazzino unico. Cosa ritenuta folle, a quel tempo.

Arrivò il Sogno Americano. Supermercati inclusi. Ragazzi con la camicia bianca e la cravatta, alla John Kennedy, e ragazze con la gonna e le scarpette rosse. E lavatrici e cestini della spesa.

Certo. Ricordiamoci che gli americani, a Trieste, c’erano stati per davvero; già da prima e fino al 1954. Le proteste c’erano state contro gli inglesi, e la mia famiglia aveva partecipato; gli americani, però, erano un’altra cosa, e gran parte della cittadinanza gli voleva bene. I giovani soldati americani erano qui con noi ogni giorno, e sicuramente il loro modo di essere e il parlare con loro contagiò anche mia madre e mio padre: avevano quasi la stessa età. Si sapeva già cosa fosse un supermercato, negli Stati Uniti era un modo normale di fare la spesa. E a Milano si era già cominciato con i grandi magazzini molto prima, anche se l’età moderna del supermercato iniziò attorno al 1958. Il Sogno Americano però portò un altro momento di crisi, solo per qualche anno, ma ci fu.

Come mai?

Fu un problema di cultura: doveva ancora cambiare. Molte delle clienti, soprattutto quelle della fascia benestante, e gli acquisti per la famiglia volevano ancora dire ‘donna’, non gradiva l’idea di prendere il cestino e farsi la spesa: preferiva ordinare al commesso. Oppure al telefono, con il nostro numero telefonico del 1920, il 643 se non ricordo male o qualcosa del genere. E quindi, invece di scendere per scegliere i prodotti e metterli nel cestino, mandava le donne di servizio o non veniva proprio. Il più grande aiuto, quello che fece fare un enorme passo avanti, fu l’arrivo della Standa: arrivava da Milano, la Standa! Era diverso, era chic. Fare gli acquisti da sole diventava una cosa di moda, un passatempo moderno. E a questo punto, nei grandi magazzini si andava volentieri; ma Nino Bosco aveva fatto la stessa cosa pochi anni prima, e quindi diventava bello andare anche da lui. ‘Andemo de Bosco’. Standa, e poi Cooperative Operaie, e invece di costituire una difficoltà in quanto concorrenti aiutarono a mettere in moto la macchina degli acquisti fatti fuori bottega. Fecero da volano.

È così bello sentirla raccontare che la faccio andare a ruota libera. Dopo i Sessanta, i Settanta e gli Ottanta.

Negli anni Settanta, la famiglia chiuse la bottega di via Battisti e aprì il secondo supermercato, in via del Coroneo. Funzionò bene. Negli anni Ottanta, aumentò molto la concorrenza. Mio padre morì nel 1986, e in quel periodo avevamo quattro realtà: via Paisiello, Piazza Goldoni, via del Coroneo nella parte alta e via Manna. Il negozio di via Coroneo alta fu poi trasferito nel punto dove si trova adesso, di fronte alla Casa Circondariale; lo abbiamo spostato vent’anni fa. Dopo la morte di mio padre ci fu un momento in cui le banche ebbero perplessità, non si fidavano ancora di noi eredi più giovani: avremmo continuato, o avremmo venduto? Qualcuno sparse anche la voce, forse ad arte, che la famiglia Bosco intendeva vendere per davvero e arrivarono molte proposte, dall’Italia, dalla Germania. Distinti signori con la Mercedes, che venivano a chiederci e a offrire. Ma non fu così: con l’apertura, nel 1988, di via delle Sette Fontane, le banche riacquistarono fiducia, le nostre intenzioni erano tornate chiare. Si continuava. Poi venne il resto. Pian piano.

Negli Anni di Piombo, negli anni Settanta del terrorismo e della lotta politica e sindacale, l’azienda ebbe problemi?

Per fortuna no. Fecero chiudere qualche volta i negozi perché si scioperava per il bombardamento americano di Hanoi. Scrissero sulle saracinesche, con lo spray, che eravamo dei maiali, che sfruttavamo il popolo. Tentarono qualche ‘esproprio proletario’; era il momento storico. Ma non successe niente di grave.

Il passaggio all’euro fu difficile? Arrivò il Nuovo Millennio.

Non dal nostro punto di vista. Solo quale complicazione tecnica con il cambio, ma nient’altro. Polemiche sui prezzi, naturalmente: e tutto sommato ricordo che il passaggio non era stato un gran che. Ma non fu un cambiamento negativo, gli incassi non calarono. Accadde invece con le Torri Gemelle: quello fu di nuovo un momento difficile. Ne abbiamo saltato uno, però, di cambiamento, e grosso: nel 1991 si dissolse la Yugoslavia. Dobbiamo ricordarlo perché fu drammatico per il commercio. Di colpo, Trieste non era più l’emporio di una nazione con 25 milioni di abitanti: rimaneva una città per i soli triestini, per i 240 mila di allora. Fu la crisi della città, noi ne fummo colpiti indirettamente ma in modo netto: gli alimentari si consumavano lo stesso, e non erano loro i clienti che venivano a imbottirsi di cose da mangiare, però il circolo di denaro legato a tutto il resto del commercio non c’era più e questo colpiva tutti. E a fine anni Novanta, con l’arrivo dei regolamenti europei, si iniziò anche a liberalizzare: la grande distribuzione, le grandi aziende, italiane e non solo, che aspettavano il momento opportuno per investire, poterono sfogarsi. Una nostra crisi vera non ci fu: ci fu un rallentamento dell’espansione dell’azienda, dei nostri supermercati. Si lottava per i clienti: si aggiunsero alla lotta i Discount, le ultime botteghe chiusero, vittime della guerra. Una guerra tra grandi che ha ucciso i piccoli; è rimasta solo qualche bottega molto specializzata, come la macelleria buona o il negozio di verdure freschissime.

La specializzazione funziona ancora?

Si, assolutamente. Anche noi nei nostri supermercati abbiamo impostato una politica diversa dai Discount. Il Discount ha una qualità medio-bassa – non sto dicendo cattiva, attenzione – e prezzi molto buoni. Noi non possiamo permetterci un confronto diretto, non è il nostro settore di riferimento. Puntiamo non sul prezzo basso a tutti i costi, ma sul servizio: solo seimila articoli, il banco salumi servito dal salumaio, la macelleria con il macellaio dentro, la cortesia, la qualità. Costa di più, il personale è più qualificato, però il cliente oggi sa scegliere: se vuole il servizio, viene al supermercato, e se vuole solo qualche cartone di latte a buon prezzo va al Discount.

Il Discount è diventato il vostro nemico principale, quindi.

Non direi così. Molti considerano il Discount uno squalo, un qualcosa che ‘addenta’ pezzetti del lavoro del supermercato e lo porta via: in realtà, penso che il Discount e il supermercato che si trovano nella stessa zona, in quel raggio entro il quale la gente può muoversi a piedi, siano sì un po’ in conflitto, ma tengano, assieme, la clientela in città, togliendola dai grandi centri commerciali extraurbani. Il cliente non va più nel centro commerciale a venti chilometri da casa, perché la benzina costa; e se ha sia il supermercato per i prodotti di qualità, che il discount per lo zucchero, che la bottega specializzata con la verdura freschissima a poche centinaia di metri da casa sua, nello stesso quartiere, ha tutto. Andare a Gorizia per risparmiare pochi euro non ti serve più: le grandi superfici fuori dalle città sono in crisi. Gli ipermercati alla francese hanno grosse difficoltà: alcuni funzionano, e bene, ma in luoghi specifici come ad esempio il Veneto, dove la struttura territoriale è diversa e molto più distribuita.

E proseguite ancora con la tradizione di famiglia? Tutto gestito da voi?

Fa parte della nostra anima. Mio figlio si è laureato ma ha fatto anche tutti i mestieri d’azienda. La nostra è ancora una gestione totalmente familiare: abbiamo un manager estremamente valido che ci aiuta molto, ma siccome non è un’azienda gigantesca, siamo in una dimensione che ci permette ancora di essere, come famiglia Bosco, parte della vita dell’azienda ogni giorno, assieme ai nostri collaboratori.

Secondo lei, come mai Bosco è rimasto così tanto nel cuore di Trieste, tanto da diventare, come parola, sinonimo di supermercato?

La lunga tradizione. Credo che la famiglia si sia comportata sempre almeno onorevolmente. Molti clienti hanno iniziato a esserlo da adolescenti e vengono ancora, anche se hanno più di novant’anni, e si ricordano di noi, di come l’azienda e i negozi erano tanti anni fa. E ce lo fanno presente, anche, chiedendoci delle cose e suggerendone delle altre. Anche l’attenzione particolare ai prodotti locali penso sia stata un fattore determinante. Con i nostri fornitori più grandi abbiamo concordato una quota di libertà, e possiamo guardare al territorio e specializzarci anche in prodotti locali che sono tornati a essere quelli della ‘zona di una volta’ di Trieste: il Friuli, la Slovenia, la Croazia e il Carso. Dal vino agli allevamenti al latte e formaggi. Il nostro vantaggio è quello di poter ordinare una quantità di prodotto che l’azienda agricola o l’allevamento, per fare un esempio, è in grado di sostenere senza dover rinunciare alla sua qualità: un supermercato o una distribuzione più grande hanno necessità di quantità molto maggiore, che queste realtà medio-piccole non possono soddisfare. E allora arriviamo noi, e il cerchio si chiude, con una politica oculata cliente-fornitore.

Il vostro rapporto con la Slovenia?

Personale? Ah, personalmente penso sia meraviglioso poter andare in auto in Slovenia e non avere nessun posto di blocco. Tantissimi non sanno, tanti altri non vogliono ricordare, ma chi, come noi, passava i posti di blocco e finivi per essere spesso perquisito e fatto scendere, non può rimpiangere quei tempi. Ore e ora di coda, le auto una per una a passo d’uomo sotto gli sguardi dei militari; se si vuole sorridere, si può riascoltare “Finanziere” di Lorenzo Pilat. Ma non c’era da ridere, e non ci sarebbe da ridere oggi se tornasse così. Per quanto riguarda il rapporto commerciale che abbiamo con la Slovenia, direi che è molto buono. In Slovenia compriamo gli yogurt, solo per dirne una: sono molto buoni e molto convenienti.

Com’è cambiata, Trieste? Com’è, oggi, vista da Fabio Bosco?

Si è sempre pronti a criticare e anche questo è naturale: ma se pensiamo alla Trieste di trent’anni fa, alla politica di quarant’anni fa, ci riferiamo a un altro mondo che con oggi non ha niente a che fare. E che non era migliore. La Trieste passata, a parte la nostalgia dell’Austria che fa parte della nostra tradizione, era un grande emporio decaduto. Le ragioni, molte: vorrei dire storiche, legate alla sua posizione e alle guerre, politiche ed economiche. Grazie al lavoro dei sindaci che si sono susseguiti, di tutte le forze politiche e credo da Illy in poi, Trieste è cambiata. Le giunte sono state molto più attente agli interessi della città, alla progettualità, a una certa indipendenza decisionale dalla politica che ricopre un ruolo importante ma non è più la sola cosa che conta. Trieste è stata amministrata bene: è riuscita a fare qualcosa di buono, si è riscattata, quasi va da sola. È diventata più conosciuta, apprezzata dai turisti, si è messa in moto: la spinta è stata data. La vedo migliorata tantissimo, mi piace e vedo un futuro buono. E quando discutiamo se aprire e chiudere le domeniche, e parliamo di Trieste turistica, ragioniamoci su: si terrà aperto.

E ora la mostra, le vetrine storiche e l’apertura. Sabato nella Notte dei Saldi.

L’abbiamo fatto mettendoci il cuore: abbiamo cercato, pulito tutto, preparato. È il cuore della nostra famiglia: per mio padre, per mio nonno. Sentivo la voglia di farlo e l’ho fatto. Con queste vetrine che scopriremo sabato, e con le cose che ci mettiamo, io ringrazio mio nonno, e ringrazio mio papà. Ringrazio i nostri dipendenti: i documenti e gli oggetti che tutti potranno vedere raccontano una storia lunga fatta di un rapporto bellissimo e di tanta dedizione dei dipendenti all’azienda, di sacrifici, e di profondo riconoscimento nei loro confronti. E l’ultima cosa, c’è il grazie più grande: quello ai nostri clienti. Dal 1880, a oggi e a tutti i domani che verranno.

[r.s.]