Israele non è solo Israele: l’antisemitismo come sintomo della crisi dell’Occidente

27 luglio 2026 – ore 18:00 – PremessaMentre il conflitto in Ucraina continua e lo stallo della guerra tra Stati Uniti e Iran sta determinando forti fibrillazioni in Medio Oriente e in tutta Europa, oggi volgeremo lo sguardo all’interno di un mondo ebraico che, con grande facilità e leggerezza, giudichiamo aspramente, spesso senza conoscerlo neppure in superficie. I termini antisionismo e antisemitismo sono percepiti da molti, anzi da moltissimi, compresi diversi intellettuali, come sinonimi. A loro sostegno vengono citate falsità storiche facilmente sconfessabili, ma la propaganda, abilissima, travisa, manipola e ci induce a percepire “verità” alternative. Oggi cercheremo di comprendere meglio questi aspetti, senza assolutamente dimenticare le criticità presenti nella società israeliana, gli estremismi di Itamar Ben Gvir, la tragedia di Gaza, l’incerto futuro della Cisgiordania, l’ambiguità politica e le crudeltà delle ali militari di Hamas, Hezbollah e degli Huthi. E potremmo continuare ancora a lungo. Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticare che in Israele è consentito criticare le decisioni assunte dal governo di turno, è permesso professare il cristianesimo o seguire i dettami della religione musulmana ed è possibile esprimere liberamente la propria opinione sulle politiche intraprese da Gerusalemme. Tutto ciò, ricordiamolo sempre, sarebbe impossibile, perché vietato dalla legge islamica, se fossimo in Iran, in diversi Paesi arabi oppure sotto il controllo di Hamas o di altri sodalizi radicali mediorientali e non solo. Senza dimenticare, con esplicito riferimento al recente attentato di Berlino, che a Tel Aviv, lo scorso giugno, si è svolto regolarmente il consueto Gay Pride, interrotto per due anni unicamente per ragioni di sicurezza.

Come ben sappiamo, perché lo constatiamo quotidianamente, cresce l’odio verso Israele e, di conseguenza, nei confronti dell’intera comunità ebraica nel mondo. Vengono riproposti antichi slogan che speravamo sepolti; ai docenti di fede ebraica viene impedito di intervenire ai convegni, anche in sedi universitarie, così come agli artisti ebrei di partecipare alle mostre. Abbiamo sdoganato immagini, simbologie e comportamenti antiebraici di epoca nazista. Si cerca abilmente di isolare, anche sotto il profilo diplomatico e commerciale, lo Stato di Israele, giungendo a mettere in discussione persino il suo legittimo diritto a esistere.

Se rimaniamo in silenzio, saremo complici di questa deriva!

Desidero offrire questo breve contributo ai giovani affinché, senza pregiudizi, comprendano in profondità la storia, i popoli e gli avvenimenti, tutti e non soltanto una parte, e siano testimoni e promotori di pace e di unione in un mondo che oggi ci propone unicamente guerre, divisioni e annientamento della dignità umana.

Proviamo insieme a comprendere.

Definizione dell’antisemitismo

La definizione più nota è quella dell’IHRA, l’International Holocaust Remembrance Alliance, adottata da 43 Stati, Italia compresa, ed elaborata nel 2016, secondo cui: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Le manifestazioni verbali e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o le loro proprietà, verso le istituzioni comunitarie ebraiche e gli edifici utilizzati per il culto».

L’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto, IHRA, è un’organizzazione intergovernativa composta da 35 Paesi membri, un Paese di collegamento e sette Paesi osservatori. Fondata nel 1998 dall’ex primo ministro svedese Göran Persson, l’organizzazione intergovernativa si occupa di questioni relative all’Olocausto e al genocidio dei Rom.

L’IHRA, in particolare, per consentirci di comprendere meglio il significato esatto di questa definizione, afferma che le manifestazioni possono includere attacchi allo Stato di Israele, inteso come collettività ebraica. Tuttavia, le critiche rivolte a Israele, analoghe a quelle mosse a qualsiasi altro Paese, non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo accusa spesso gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità e viene frequentemente utilizzato per attribuire loro la responsabilità di “ciò che va storto”. Si esprime attraverso discorsi, scritti, immagini e azioni e si avvale di stereotipi sinistri e di tratti caratteriali negativi.

Esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei media, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nella sfera religiosa potrebbero, tenendo conto del contesto generale, includere, a titolo esemplificativo ma non esaustivo:

Incitare, agevolare o giustificare l’uccisione o il danneggiamento di ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione estremista della religione.

Formulare accuse mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate sugli ebrei in quanto tali o sul potere degli ebrei come gruppo, come, in particolare ma non esclusivamente, il mito di una cospirazione ebraica mondiale o del controllo esercitato dagli ebrei sui media, sull’economia, sul governo o su altre istituzioni sociali.

Accusare gli ebrei, in quanto popolo, di essere responsabili di illeciti reali o immaginari commessi da un singolo individuo o da un gruppo ebraico, o persino di atti commessi da non ebrei.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi o l’intenzionalità dell’Olocausto, perpetrato dalla Germania nazionalsocialista e dai suoi sostenitori e complici durante la Seconda guerra mondiale.

Accusare gli ebrei, in quanto popolo, o Israele, in quanto Stato, di aver inventato o esagerato l’Olocausto.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei di tutto il mondo, che agli interessi delle rispettive nazioni.

Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista.

Applicare doppi standard, richiedendo a Israele un comportamento non previsto né richiesto ad alcun’altra nazione democratica.

Utilizzare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico, come, ad esempio, le accuse secondo cui gli ebrei avrebbero ucciso Gesù o la calunnia del sangue, per caratterizzare Israele o gli israeliani.

Tracciare parallelismi tra la politica israeliana contemporanea e quella nazista.

Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele.

Inoltre:

Gli atti antisemiti sono considerati reati quando sono definiti tali dalla legge, come, ad esempio, la negazione dell’Olocausto o la distribuzione di materiale antisemita in alcuni Paesi.

Gli atti criminali sono antisemiti quando i bersagli degli attacchi, siano essi persone o beni, come edifici, scuole, luoghi di culto e cimiteri, vengono scelti perché sono, o sono percepiti come, ebrei o legati agli ebrei.

La discriminazione antisemita consiste nel negare agli ebrei opportunità o servizi disponibili ad altri ed è illegale in molti Paesi.

In tale cornice, per definire meglio l’ostilità antiebraica nella storia, come afferma l’Osservatorio Antisemitismo, sarebbe necessario parlare, a grandi linee, anche di antiebraismo nazional-religioso egiziano, antiebraismo ellenistico-romano, antigiudaismo teologico cristiano e antiebraismo politico-religioso islamico.

https://holocaustremembrance.com/resources/working-definition-antisemitism

https://holocaustremembrance.com/resources/2020-ihra-ministerial-declaration

https://holocaustremembrance.com/resources/stockholm-declaration

https://holocaustremembrance.com/who-we-are/member-countries

https://www.osservatorioantisemitismo.it/antisemitismo/

L’antisionismo

Dal sito ufficiale della Presidenza del Consiglio del Governo italiano leggiamo che: «L’antisionismo rappresenta un’ideologia che designa storicamente l’opposizione alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Si tratta di un termine controverso, poiché le definizioni di sionismo assumono significati diversi a seconda di chi le interpreta. Attualmente, l’antisionismo esprime contrarietà e negazione della legittimità dello Stato di Israele e del suo diritto alla pace e alla sicurezza. In particolare, le tradizionali definizioni di sionismo, inteso come l’idea del ritorno del popolo ebraico alla Terra d’Israele, nel mondo ebraico differiscono notevolmente da quelle utilizzate dall’estrema sinistra, dalla destra radicale e dall’islamismo, che tendono a utilizzare questo termine come strumento denigratorio, demonizzante e di ingiuria politica verso lo Stato di Israele».

Il sionismo

Secondo l’UCEI, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, il sionismo si identifica con un movimento politico e culturale nato alla fine del XIX secolo, il cui obiettivo era rendere possibile la creazione di una “casa per gli ebrei” nel territorio dell’antica Palestina. Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista, si fonda su un mito originario volto a identificare la nazione, ovvero il popolo, con un territorio geografico.

Come tutti i movimenti nazionalistici moderni, è costituito da varie anime ideologico-politiche, anche in netto contrasto tra loro. Inizialmente, il movimento sionista è espressione di una componente laica. Gli ebrei religiosi non condividono l’ipotesi che si costruisca una realtà politica statuale se non per volontà divina.

All’interno della componente laica sono presenti molte anime politiche, espressione della destra radicale, del liberalismo e del socialismo. La componente liberale, rappresentata dal fondatore Theodor Herzl e successivamente sostenuta dal primo presidente di Israele, Chaim Weizmann, propone l’idea di una realtà statale volta a favorire la costruzione di un sistema parlamentare a maggioranza ebraica.

La componente socialista, ispirata al socialismo democratico europeo e della quale Ben Gurion è il principale esponente, costruisce la propria idea di Stato puntando a una rigenerazione lavorativa dell’ebreo, che abbandoni la propria funzione commerciale o artigianale e aspiri a diventare produttore.

La componente di estrema destra, che ha il proprio fondatore nella figura di Zeev Jabotinsky, propone un’idea di comunità separata rispetto al mondo arabo circostante.

Un’altra componente culturale, in parte vicina alle posizioni socialiste e in parte distante da esse, ritiene che la missione del sionismo, accanto al riscatto degli ebrei, debba consistere nella promozione dell’emancipazione e della coabitazione con il mondo arabo circostante. Tra i suoi esponenti figurano, ad esempio, l’italiano Enzo Sereni, Martin Buber e Judah L. Magnes, fondatore e successivamente rettore della Hebrew University of Jerusalem.

https://www.ucei.it/wp-content/uploads/2025/04/SIONISMO-Finale-1-04-1.pdf

Un po’ di storia per capire

Nel tentativo di porre un freno alle sterili discussioni sulla nascita di Israele e sul suo diritto a esistere, spesso alimentate travisando o modificando artatamente la storia, desidero proporvi un breve articolo redatto da Paolo De Stefani, docente di Diritto internazionale all’Università di Padova, che credo possa aiutarci a comprendere meglio gli avvenimenti e le decisioni assunte dalle Nazioni Unite nel 1947.

Dalla lettura del testo, che ho scelto tra moltissimi altri perché riesce, con estrema sintesi, a renderci consapevoli delle dinamiche politiche di quegli anni non troppo lontani, possiamo comprendere meglio quel momento storico. Il contributo ci aiuta anche a decifrare le attuali divisioni, fragilità e conflittualità presenti nella martoriata regione mediorientale.

Paolo De Stefani afferma che:

La Risoluzione 181 del 1947 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite operò una scelta ancora oggi controversa, ovvero quella di dividere il territorio palestinese, definito sulla base del mandato affidato dalla Società delle Nazioni al Regno Unito, tra i due popoli che in quel momento lo abitavano: quello arabo-palestinese e quello israeliano.

Altre soluzioni erano possibili: uno Stato binazionale o consociativo, sul modello del Libano; uno Stato federale o confederale, con una forte suddivisione in cantoni sul modello svizzero; oppure il mantenimento di un’amministrazione fiduciaria dell’ONU, con un’ampia autonomia riconosciuta ai territori.

Motivazioni politiche profonde — la forza del movimento sionista, le spinte del nazionalismo arabo e, naturalmente, il contesto bellico e postbellico — unite a contingenze internazionali, come un effimero allineamento tra Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno condotto le Nazioni Unite, fortemente condizionate dagli Stati Uniti di Truman, a preferire la scelta dei “due popoli, due Stati”.

La navigazione a vista della Gran Bretagna

La Gran Bretagna, dopo aver promesso, con la Dichiarazione Balfour del 1917, un “focolare” — “home”, cioè, al di fuori di metafora, uno Stato — ebraico ai sionisti, negli anni del mandato internazionale sulla Palestina, dal 1922 al 1948, non aveva saputo creare i presupposti per uno Stato unitario, bilanciando e portando a sintesi le esigenze degli arabi e degli ebrei, e aveva finito per scontentare entrambi i fronti.

Del resto, in nessuno degli Stati mediorientali nati dalla disgregazione dell’Impero ottomano e passati attraverso il sistema dei mandati — Libano, Siria, Iraq, Giordania e altri — si sono raggiunti risultati soddisfacenti, e le conseguenze di quel fallimento sono visibili ancora oggi.

Per oltre un ventennio, la Gran Bretagna ha navigato più o meno a vista tra il crescente disagio della componente araba, esploso in rivolte sanguinose represse con i metodi spicci del colonialismo britannico, e la contraddittoria, ma continua e partecipata, costruzione, da parte degli immigrati, di uno Stato nello Stato ebraico nei territori da essa amministrati.

Una soluzione frettolosa e pragmatica

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’importanza strategica del Medio Oriente cominciò a crescere. L’appoggio delle élite arabe era diventato oggetto di contesa tra l’alleanza anglo-americana, i nazisti e i sovietici. Ciò contribuì a rendere sempre più ingarbugliato il dibattito sul futuro assetto della Palestina, che veniva a dipendere da una complessa rete di accordi e strategie, in gran parte decisi altrove: a Londra, Washington, Berlino, Mosca e Damasco.

Con la fine del conflitto mondiale e la repentina perdita del proprio impero globale, tra il 1947 e il 1948 la Gran Bretagna decise di smobilitare dalla Palestina, lasciando le due fazioni sole a confrontarsi. Il vantaggio politico, economico e militare della componente ebraica era evidente, e ciò favorì la soluzione dei due Stati.

L’illusione araba di far pesare la propria superiorità numerica e la più diffusa distribuzione territoriale dei propri insediamenti come fattori determinanti nella definizione del futuro politico del Paese svanì di fronte all’obiettivo della comunità internazionale di dare alla questione una soluzione rapida e “pragmatica”.

Del resto, negli stessi anni la Gran Bretagna e la comunità internazionale gestivano, con modalità analoghe e su scala infinitamente maggiore, la partizione tra India e Pakistan e gli enormi spostamenti, più o meno volontari, di popolazione a essa associati, per non parlare dei massicci trasferimenti che caratterizzavano, in quel periodo, l’Europa, l’Asia e il mondo sovietico.

L’opzione dei due Stati

Il caso della Palestina era, tra tutti, il più delicato sotto il profilo politico e morale, alla luce della Shoah, ma non era certo l’unico. All’interno dell’opzione dei due Stati, ormai l’unica rimasta sul tavolo, la Commissione dell’ONU che nel 1947 definì il piano di spartizione territoriale favorì indubbiamente, per certi versi, la componente ebraica, alla quale attribuì il 55% del territorio, a fronte di una popolazione pari a poco più di un terzo degli abitanti complessivi della Palestina e nonostante gli ebrei potessero esibire documenti di proprietà relativi a meno di un decimo delle terre, poiché la gran parte di loro viveva nei centri urbani.

Tra i due Stati, che avrebbero dovuto dotarsi di un assetto democratico, doveva essere creata un’unione economica, mentre il territorio di Gerusalemme e Betlemme sarebbe stato posto sotto un’autorità internazionale.

Gli esponenti ebraici giocarono assai bene le proprie carte sul tavolo diplomatico, dimostrando di essere in grado di organizzare uno Stato moderno e di accogliere le centinaia di migliaia di ebrei che si dichiaravano pronti a lasciare l’Europa per la nuova patria, nonché i moltissimi altri che, tra il 1948 e il 1949, sarebbero stati più o meno forzatamente allontanati dai Paesi arabi o del Nord Africa.

La controparte palestinese, invece, la cui élite politica era stata decimata dalle rivolte del 1935-1939, non mostrò altrettanta compattezza né la stessa capacità di governare una situazione tanto complessa.

Il peso della Shoah

Sulla scelta dei due Stati e sulla linea di spartizione definita dall’ONU pesò indubbiamente l’esigenza di “risarcire” gli ebrei d’Europa vittime della Shoah. Indirettamente, quindi, nell’esito del voto delle Nazioni Unite si può individuare un retaggio di eurocentrismo o, se si vuole, una forma di punizione inflitta alle élite arabe che avevano simpatizzato con il nazismo, sia pure prevalentemente in chiave anticoloniale. In effetti, il sostegno a Israele venne dagli Stati Uniti, ma anche dall’Unione Sovietica.

La spartizione territoriale, al di là della sua artificiosità e delle sue contraddizioni — prevedeva infatti la presenza di un alto numero di arabi nella parte ebraica — soddisfaceva la strategia sionista, che vedeva premiata la propria domanda di legittimazione come soggetto statuale.

Il piano era invece, per principio, inaccettabile per i palestinesi, fermi su posizioni massimaliste circa il loro diritto a ottenere, prima o poi, un proprio Stato e a esercitare piena sovranità sulle terre da loro sempre abitate.

La posizione della leadership palestinese

La leadership araba palestinese, tuttavia, non seppe presentare alcuna alternativa né una soluzione di compromesso. La Risoluzione 181 dell’Assemblea generale dell’ONU non era vincolante: essa chiedeva agli abitanti della Palestina di attuare il piano di divisione o, in alternativa, invitava il Consiglio di Sicurezza ad adottare misure vincolanti per imporlo alle parti.

Nessuno dei due percorsi venne intrapreso e, invece, già nei giorni successivi alla votazione della Risoluzione iniziarono gli scontri e gli atti terroristici.

Quando, allo scadere del mandato britannico, Israele dichiarò la propria indipendenza, il 15 maggio 1948, lo fece sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli e potendo contare sull’effettivo controllo di una parte consistente del territorio attribuitogli dalla Risoluzione 181, nonché su un apparato di governo efficiente e capace di interfacciarsi con il resto della comunità internazionale.

Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si precipitarono a riconoscere il nuovo Stato. La leadership palestinese non procedette allo stesso modo, mantenendo il proprio radicale rifiuto della Risoluzione 181 e confidando, piuttosto, nel sostegno degli Stati arabi vicini.

Due guerre difficili da inquadrare

Gli storici si dividono sull’inquadramento della guerra civile del 1947-1948 e della guerra arabo-israeliana del 1948-1949. Per la storiografia israeliana “ufficiale”, si trattò di una guerra d’indipendenza, che riscattava gli ebrei dalla passività manifestata per decenni di fronte alle persecuzioni e allo sterminio.

La storiografia più recente e più critica, ma non certo maggioritaria, vede nel conflitto con i palestinesi e con gli Stati arabi la realizzazione di un’agenda politica precisa, condivisa dai vertici dell’Agenzia ebraica in Palestina, che aveva posto fin dall’inizio, al centro dei propri obiettivi, la rimozione forzata della popolazione araba.

La guerra, quindi, non sarebbe stata una lotta per la nascita e la sopravvivenza di Israele, ma un’operazione di “pulizia etnica” e di espropriazione condotta contro la maggioranza palestinese, nell’ambito di un conflitto che in nessun momento avrebbe rischiato di sfociare in un nuovo Olocausto ebraico.

Nella prima fase, infatti, la debole leadership palestinese non fu aiutata dai Paesi della Lega araba, che si limitarono a una reazione retorica, senza intraprendere operazioni sul terreno. Successivamente, quando Siria, Iraq, Giordania, Libano ed Egitto lanciarono un attacco contro Israele, giustificato in modo poco convincente come un’operazione di sostegno ai palestinesi o di “difesa preventiva”, si trattò di una guerra condotta senza una pianificazione e una strategia serie, né a livello politico — poiché ciascun governo aspirava ad annettersi porzioni del territorio palestinese — né a livello militare, a causa della scarsa preparazione, dell’assenza di coordinamento e del mancato allineamento con i combattenti palestinesi.

La vittoria militare di Israele avvenne, però, in gran parte a spese della popolazione palestinese. Settecentomila palestinesi dovettero lasciare le proprie terre e i propri villaggi. Una condizione di oggettiva minorità giuridica segnò coloro che poterono restare. Un regime di emergenza permanente, ispirato a una nozione molto particolare di “sicurezza”, caratterizzò da allora la vita sociale e civile del Paese.

La debolezza politica dei palestinesi e dei Paesi arabi

La Risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea generale dell’ONU parla del diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare e a ottenere restituzioni. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbero necessari negoziati che nessuna delle parti, per ragioni politiche più o meno solide sotto il profilo giuridico, ha mai voluto avviare.

Un punto cruciale è rappresentato dal fatto che, neppure dopo la Nakba, la “Catastrofe” del 1947-1948, i palestinesi furono in grado di articolare in modo appropriato il proprio diritto all’autodeterminazione, poiché la loro causa venne variamente strumentalizzata dai diversi Paesi arabi vicini.

Il “secondo Stato” previsto dalla Risoluzione 181 non vide mai la luce, poiché le aree che avrebbero dovuto costituirlo — la Cisgiordania, o Giudea e Samaria, il nord della Galilea e Gaza — furono acquisite, dopo il 1948, rispettivamente da Giordania, Siria ed Egitto.

Una Commissione di conciliazione, istituita dall’ONU per affrontare le questioni urgenti create dalla guerra, come il ritorno dei rifugiati e la restituzione dei beni, fu boicottata dagli Stati arabi, che non intendevano riconoscere implicitamente il nuovo Stato attraverso la propria partecipazione ai negoziati.

Furono condotti negoziati separati per definire le linee di armistizio tra Israele ed Egitto, Libano, Siria e Giordania, ma i confini così tracciati non furono mai accettati come definitivi. Del resto, nel 1967 Israele li superò ampiamente con la guerra dei Sei giorni.

Israele, potenza occupante

La Risoluzione 242 del 1967 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU afferma chiaramente che, a partire da tale operazione, Israele è una potenza occupante in quelle aree e che non può essere accettata alcuna annessione delle stesse allo Stato israeliano. Da qui deriva l’illegalità della politica di moltiplicazione degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi occupati.

Le vicende che portarono alla nascita dell’OLP e ai tentativi di istituire un’Autorità palestinese nei territori occupati, in vista della formazione di uno Stato palestinese, esulano dalla portata di questo contributo. È chiaro, comunque, che le questioni sorte nel 1947 con la Risoluzione 181 sono ancora sul terreno e, dopo 76 anni, attendono tuttora un’applicazione ragionevole da parte dei soggetti coinvolti.

Periodicamente, la questione riemerge, di volta in volta come un incubo, per chi propugna il “Grande Israele” o lotta per la distruzione dell’“entità sionista”, oppure come un sogno per il quale impegnarsi, nella prospettiva di una convivenza pacifica o della progressiva formazione di uno o più Stati democratici, pluralisti, pienamente laici e pacifici.

Due nazionalismi “gemelli”

Nel corso del Novecento si sono sviluppati in Palestina due nazionalismi “gemelli”, ciascuno nato in contrapposizione all’altro: quello sionista, divenuto poi israeliano, e quello arabo-palestinese, alimentato dalla Nakba del 1948.

Entrambi i nazionalismi furono, in qualche modo, sostenuti dal contesto coloniale e si impregnarono delle ideologie del Novecento europeo, che esaltavano le epopee di “esploratori” e “pionieri” i quali, negli Stati Uniti, in Sudafrica, in Australia o in Estremo Oriente, si appropriavano di territori abitati da popolazioni “indigene” considerate non civilizzate e banalizzavano operazioni di “biopolitica” che oggi riconosciamo come genocidi o pulizie etniche, compiute in nome di convinzioni razziste, ideologie totalitarie o del “progresso” economico e industriale.

Oggi, a distanza di oltre un secolo da quelle prime manifestazioni, le tossine di questi nazionalismi sono ancora in circolazione e, anzi, conoscono un ritorno di popolarità in gran parte del pianeta. La riesplosione del conflitto israelo-palestinese registra, come un sismografo sensibilissimo, questo nuovo stato delle cose. Ancora una volta, la pulsione a distruggere e a ricacciare in mare il proprio gemello malvagio torna a inquinare la società e la politica, non soltanto in Palestina e in Israele.

Ripercorrere la storia di 75 anni fa non aiuta necessariamente a evitare gli errori che continuiamo a commettere, ma dovrebbe almeno servire a farci sentire tutti impegnati a riconoscerli e a porvi rimedio.

https://www.viandanti.org/website/israele-palestina-un-po-di-storia-per-capire/

L’antisemitismo dilaga

Il 13 aprile 2026 l’Università di Tel Aviv ha pubblicato il proprio Rapporto annuale sull’antisemitismo relativo al 2025, consultabile attraverso il collegamento riportato nella descrizione.

Merita precisare che il Rapporto annuale sull’antisemitismo dell’Università di Tel Aviv viene pubblicato dal 2001. Questo documento è considerato il più rilevante nel suo genere ed è citato da centinaia di testate giornalistiche in tutto il mondo. Si basa su dati provenienti da decine di autorità di contrasto a livello globale, commissioni specializzate, comunità ebraiche, articoli di stampa, interviste e ricerche sul campo condotte dai ricercatori. Include, inoltre, approfonditi studi sulle cause, sulle caratteristiche e sulle tendenze del fenomeno. Il rapporto è pubblicato dal Centro per lo studio dell’ebraismo europeo contemporaneo e dall’Istituto Irwin Cotler per la democrazia, i diritti umani e la giustizia.

Dalla lettura del documento, non certo tenero nei confronti del governo israeliano, emergono i seguenti principali dati di interesse.

Nel corso del 2025, 20 ebrei sono stati uccisi in quattro diversi attacchi. Si tratta del numero più alto di vittime di attacchi antisemiti registrato in oltre trent’anni. In molti Paesi, il 2025 ha visto un aumento, rispetto al 2024, del numero di ebrei vittime di violenza fisica, come percosse o lanci di pietre.

I dati relativi al numero complessivo di episodi nei diversi Paesi sono più complessi: questa cifra comprende, infatti, anche atti di vandalismo, minacce verbali e molestie sui social media. In diversi Paesi, nel 2025 è stato registrato un aumento moderato rispetto al 2024, mentre in altri si è osservata una moderata diminuzione. Tuttavia, in ogni Paese occidentale il numero totale di episodi è rimasto superiore di decine di punti percentuali rispetto al 2022, l’anno precedente l’inizio della guerra a Gaza.

Secondo il professor Uriya Shavit, caporedattore del rapporto di 152 pagine: «I dati destano preoccupazione, in quanto indicano che un elevato numero di episodi di antisemitismo sta diventando una realtà normalizzata. Il picco nel numero di incidenti è stato registrato subito dopo gli attentati del 7 ottobre, dopodiché abbiamo assistito a una tendenza al ribasso che, purtroppo, non si è confermata nel 2025. Il forte aumento dei casi di violenza grave non sorprende. Vale la regola che si applica a tutti i tipi di reato: quando le forze dell’ordine sono indifferenti ai piccoli reati, il risultato sono i grandi reati».

Secondo il rapporto, i dati relativi all’Australia nel 2025 sono particolarmente allarmanti. Oltre a un elevato numero di attacchi violenti, tra cui il massacro di Hanukkah vicino a Sydney, nel quale sono stati uccisi 15 ebrei, il numero totale di episodi di antisemitismo è aumentato da 1.727 nel 2024 a 1.750 nel 2025. A titolo di confronto, nel 2023 erano stati registrati 1.200 episodi e nel 2022 ne erano stati rilevati 472.

Ancora più allarmante è il fatto che la fine della guerra a Gaza abbia determinato un relativo aumento del numero degli episodi: rispetto ai 492 registrati tra ottobre e dicembre del 2024, nello stesso periodo del 2025 se ne sono verificati 588.

In Canada, il numero totale di episodi è cresciuto da 6.219 nel 2024 a 6.800 nel 2025, una cifra più che tripla rispetto a quella del 2022.

In Gran Bretagna, il numero totale di episodi è aumentato da 3.556 nel 2024 a 3.700 nel 2025, rispetto ai 4.298 del 2023 e ai 1.662 del 2022. Come in Australia, anche in Gran Bretagna la fine della guerra a Gaza ha determinato un aumento del numero complessivo degli episodi: mentre tra ottobre e dicembre del 2024 se ne erano verificati 741 nel Regno Unito, nello stesso periodo del 2025 il numero è salito a 1.078.

Il numero dei casi di violenza grave è aumentato da due nel 2024 a quattro nel 2025, mentre quello degli altri episodi di violenza, come il lancio di pietre, è diminuito da 202 a 170. I casi di vandalismo, invece, sono aumentati da 157 a 217.

In Francia, che ospita la terza comunità ebraica più numerosa al mondo dopo quelle di Israele e degli Stati Uniti, il numero complessivo degli episodi è diminuito da 1.570 nel 2024 a 1.320 nel 2025, rispetto ai 436 del 2022. Tuttavia, il numero degli episodi di violenza fisica è aumentato da 106 nel 2024 a 126 nel 2025.

In Germania si è registrato un calo del numero degli episodi: 5.729 nel 2025, rispetto ai 6.560 del 2024 e ai 2.811 del 2022. Tuttavia, per quanto riguarda gli episodi che hanno comportato violenza fisica, la diminuzione è stata più contenuta: 144 casi rispetto ai 148 dell’anno precedente.

In Belgio, il numero degli episodi è aumentato da 129 nel 2024 a 232 nel 2025, mentre quello delle aggressioni fisiche è passato da 27 a 32.

A New York, la città con la più numerosa comunità ebraica al mondo, il numero degli episodi è diminuito da 344 nel 2024 a 324 nel 2025. Tuttavia, nei mesi compresi tra ottobre e dicembre, dopo la fine della guerra, il numero è aumentato da 68 a 80.

A Chicago, il numero degli episodi è diminuito da 79 nel 2024 a 47 nel 2025. Tuttavia, quello degli episodi che hanno comportato violenza fisica è aumentato da otto a dieci.

I dati relativi agli episodi verificatisi negli Stati Uniti si riferiscono alle denunce registrate dalla polizia e non a quelle raccolte da commissioni e organizzazioni di monitoraggio. È quindi meno probabile che comprendano episodi minori e molestie avvenute sui social media.

Il rapporto critica aspramente il ruolo del governo israeliano nella lotta globale contro l’antisemitismo. Gli autori affermano che: «Il governo non ha intrapreso nemmeno una singola azione significativa ed efficace e ha spesso causato danni. I politici israeliani ai massimi livelli hanno progressivamente ampliato la portata del termine “antisemitismo”, anche attraverso dichiarazioni ciniche e affrettate, svuotandolo di significato e danneggiando la lotta contro l’odio per gli ebrei».

Gli autori ritengono che il Ministero per la lotta all’antisemitismo dovrebbe essere chiuso e che «le sue competenze e i suoi bilanci dovrebbero essere trasferiti alle ambasciate e ai consolati israeliani, perché soltanto un contatto continuo, sul campo, con le comunità ebraiche, le forze dell’ordine e gli educatori, condotto da professionisti e basato sull’ascolto attento e su un’azione determinata, può contribuire alla sicurezza delle comunità».

Uno studio esaustivo e senza precedenti, pubblicato all’interno del rapporto, ha esaminato, attraverso l’analisi di migliaia di documenti legali e giornalistici e mediante interviste con avvocati, i profili degli attacchi antisemiti e dei loro autori perseguiti nei quattro Paesi con la più alta concentrazione di ebrei: Stati Uniti, Francia, Canada e Regno Unito. La ricerca ha preso in considerazione il periodo compreso tra il 2020 e il 2025.

Il dottor Carl Yonker, direttore della ricerca, ha osservato: «Lo studio chiarisce perché sia così difficile prevenire gli attacchi antisemiti. Un’analisi di decine di atti d’accusa e sentenze dimostra che molti degli autori sono “lupi solitari” che non operano all’interno di alcuna struttura organizzativa. Provengono principalmente da due estremi politici completamente diversi: cristiani bianchi devoti alla “supremazia bianca”, da un lato, e musulmani antisionisti, dall’altro. Gli autori degli attacchi rappresentano un’ampia varietà di età, aree geografiche ed etnie. Tra loro vi è un’alta percentuale di disoccupati e, più in generale, di persone che non hanno avuto fortuna nella vita».

Lo studio pionieristico è stato realizzato con la partecipazione dei ricercatori Noah Abrahams, Elie Houé e Antonio Peña.

Come ogni anno, il rapporto dell’Università di Tel Aviv include anche dati sugli episodi di antisemitismo verificatisi nei Paesi con comunità ebraiche relativamente piccole. Anche in questo caso, l’andamento generale appare complesso.

In Messico, nel 2025 sono stati registrati 70 episodi, rispetto ai 53 del 2024. In Sudafrica ne sono stati rilevati 95, rispetto ai 128 del 2024.

In Italia, nel 2025 sono stati registrati 963 episodi, rispetto agli 877 del 2024. Tra questi figurano 11 casi di aggressione fisica, rispetto agli otto dell’anno precedente.

In Cile sono stati registrati 27 episodi, rispetto ai 51 del 2024. In Spagna ne sono stati rilevati 207, rispetto ai 193 del 2024.

In Nuova Zelanda, nel 2025 sono stati registrati 143 episodi, rispetto ai 131 del 2024, tra cui cinque aggressioni fisiche, rispetto alle due dell’anno precedente.

In Bulgaria sono stati registrati 55 episodi, rispetto ai 50 del 2024.

Il professor Irwin Cotler, ex ministro della Giustizia del Canada, ha dichiarato: «Stiamo assistendo non soltanto a un’esplosione globale senza precedenti degli episodi di antisemitismo da quando sono iniziate le rilevazioni, negli anni Settanta, ma, cosa ancora più inquietante, anche a un’esplosione senza precedenti dei crimini d’odio contro gli ebrei. In Canada, ad esempio, gli ebrei rappresentano l’1% della popolazione del Paese, ma sono bersaglio del 72% dei crimini d’odio denunciati e hanno una probabilità 25 volte maggiore di essere presi di mira rispetto a qualsiasi altro gruppo minoritario».

Il dottor Yonker, il cui esaustivo articolo sul dilagante antisemitismo nel movimento conservatore statunitense è incluso nel rapporto, ha osservato: «La penetrazione di un antisemitismo palese, comprendente l’ammirazione per Hitler e la negazione dell’Olocausto, nelle correnti principali del Partito repubblicano è motivo di profonda preoccupazione. I social media rendono la lotta contro questo fenomeno particolarmente difficile, se non impossibile. Attualmente, negli Stati Uniti si registra una deriva enorme e pericolosa contro Israele e l’antisemitismo sta prosperando come non accadeva dalla Seconda guerra mondiale».

Il rapporto comprende anche un’intervista esclusiva con uno dei maggiori studiosi dell’Olocausto negli Stati Uniti, il professor Christopher Browning, nonché un’analisi dell’antisemitismo nei sistemi sanitari occidentali.

https://www.gov.il/en/pages/tel-aviv-university-s-annual-antisemitism-report-2025-13-apr-2026

https://cst.tau.ac.il/antisemitism-worldwide-report-for-2025/

Conclusione

Oriana Fallaci, 2002, stralci da un articolo pubblicato su Panorama e sul Corriere della Sera:

«Con gli israeliani ho litigato spesso, di brutto, e in passato i palestinesi li ho difesi parecchio. Forse più di quanto meritassero. Però sto con Israele, sto con gli ebrei».

«Sto con Israele, sto con gli ebrei, ci sto come ci stavo da ragazzina, cioè al tempo in cui combattevo con loro. Difendo il loro diritto a esistere, a difendersi, a non farsi sterminare una seconda volta. E, disgustata dall’antisemitismo di tanti italiani, di tanti europei, mi vergogno di questa vergogna che disonora il mio Paese e l’Europa. E anche se tutti gli abitanti di questo pianeta la pensassero in modo diverso, io continuerò a pensarla così. Non c’è altro da aggiungere».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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