No xe storie | Si spende, non si nasce

3 maggio 2026 – ore 06:30 – È presente un filo che unisce il +2,8% dell’inflazione al crollo a 355 mila nascite annue. Non è economia, non è demografia: è contabilità esistenziale. E se vuoi vederne gli effetti concreti, basta osservare Trieste, città che da sempre anticipa — nel bene e nel male — le tendenze nazionali. Partiamo dai numeri, quelli freddi, che però non mentono mai. Ad aprile l’inflazione accelera al +2,8% su base annua. Ma la media è una coperta corta: sotto ci sono gli energetici che schizzano al +9,5% e gli alimentari non lavorati al +6,0%. Il cosiddetto “carrello della spesa” cresce del +2,5%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto — cioè quelli che si comprano senza pensarci troppo, ogni giorno — passano dal +3,1% al +4,3%. Tradotto: vivere costa di più proprio dove non puoi evitare di spendere.

La casa, poi, non è più un rifugio ma una voce di bilancio: acqua, elettricità, gas e combustibili segnano un +5,3%. E non è un dettaglio che i beni energetici non regolamentati passino in un mese dal -2,0% al +9,9%, mentre quelli regolamentati salgono da -1,6% a +5,7%. Sono oscillazioni che non fanno notizia, ma svuotano i conti. Il conto finale è semplice: +920 euro l’anno per una famiglia tipo, +1.265 euro per una con due figli. Solo mangiare costa 195 euro in più, che diventano 285 con figli. Non sono cifre teoriche: sono settimane di spesa, bollette rinviate, rinunce quotidiane. Ora affianca questi numeri a quelli demografici. Nel 2025 in Italia nascono 355 mila bambini e muoiono in 652 mila: -297 mila persone in un anno. Il tasso di fecondità scende a 1,14 figli per donna, lontanissimo dal 2,1 necessario per mantenere stabile la popolazione. Non è una flessione: è una traiettoria. E mentre la popolazione cala, cambia struttura. Il 37,1% delle famiglie è composto da una sola persona. Le coppie con figli sono appena il 28,4%, quelle senza figli il 20,2%. Il resto è frammentazione: individui soli, nuclei ridotti, relazioni sempre più leggere. Nel frattempo arrivano 440 mila immigrati e ne partono 144 mila; gli stranieri residenti salgono a 5 milioni e 560 mila, mentre gli italiani scendono a 53 milioni e 383 mila.

A Trieste questi numeri non restano astratti. Si vedono. Si sentono. Si contano nelle classi scolastiche che si assottigliano, nelle liste d’attesa dei medici che si allungano, nei quartieri dove la densità di capelli bianchi supera quella dei passeggini. È una città dove l’aspettativa di vita81,7 anni per gli uomini, 85,7 per le donne — non è un traguardo, ma una responsabilità crescente per un sistema che ha sempre meno giovani a sostenerlo. E qui il cortocircuito diventa evidente: da un lato il costo della vita aumenta proprio nei beni essenziali; dall’altro diminuisce la capacità — e forse la volontà — di costruire famiglie. Non è un caso. È una relazione diretta. Se ogni figlio “costa” oltre mille euro annui in più solo per effetto dell’inflazione, la natalità non crolla “solo” per una crisi di valori, ma per una questione di bilancio. E i numeri lo confermano: meno consumi, meno figli, più solitudine. Nel frattempo, le risposte restano deboli. Si parla di tagliare l’IVA per risparmiare 500 euro l’anno a famiglia, di fondi per le bollette, di contrasto alla shrinkflation. Misure utili, certo. Ma marginali rispetto a un problema strutturale che vale centinaia di migliaia di persone in meno ogni anno.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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