No xe storie | L’Italia che chiuse i manicomi senza prepararsi al dopo

18 maggio 2026 – ore 06:30 – Poche norme nella storia repubblicana italiana hanno avuto un impatto simbolico e culturale paragonabile alla Legge 180 del 1978, la cosiddetta Legge Basaglia. Non fu soltanto una riforma sanitaria. Fu un gesto morale, una dichiarazione politica, una resa dei conti collettiva con una delle grandi vergogne italiane del Novecento: il manicomio. Per capire davvero quella riforma bisogna ricordare cosa fossero gli ospedali psichiatrici prima della loro chiusura. Dietro quei cancelli non vivevano soltanto i malati più gravi. C’erano gli indesiderati, gli alcolisti, le donne considerate ingestibili, gli omosessuali, i poveri, gli emarginati, i fragili. La follia non veniva curata: veniva nascosta. Quando Franco Basaglia arrivò a Gorizia nel 1961 trovò reparti chiusi, persone legate ai letti, esseri umani ridotti a numeri. E quando approdò a Trieste nel 1971 trasformò il manicomio di San Giovanni nel simbolo di una rivoluzione culturale: aprire le porte, abolire le contenzioni, restituire dignità ai ricoverati. Quel movimento culminò il 13 maggio 1978 con l’approvazione della legge che avrebbe chiuso progressivamente i manicomi italiani. Quattro giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro, in un’Italia attraversata dagli anni di piombo, dal terrorismo e dalle grandi battaglie civili, il Paese volle abbattere anche quella che veniva considerata un’istituzione totale e repressiva.

Sul piano umano, la riforma fu senza dubbio una legge giusta. Oggi nessuno potrebbe seriamente difendere il sistema manicomiale del Novecento, fatto di segregazione, elettroshock indiscriminati e sedativi usati come strumenti di controllo. La Legge Basaglia restituì cittadinanza ai malati psichiatrici e impose allo Stato un principio fondamentale: il malato mentale resta una persona e conserva i propri diritti. L’Italia divenne il primo Paese al mondo ad abolire formalmente gli ospedali psichiatrici come istituzione totale. Ma le leggi non si giudicano soltanto dalle intenzioni. Si giudicano anche dagli effetti. Ed è qui che il mito della 180 comincia a mostrare le sue fragilità. Perché l’Italia, dopo aver chiuso i manicomi, non costruì davvero ciò che avrebbe dovuto sostituirli. La legge prevedeva servizi territoriali, assistenza continua, centri di salute mentale aperti sul territorio, comunità terapeutiche, supporto alle famiglie. Tutto questo esisteva sulla carta. Nella realtà, molto spesso, il manicomio venne chiuso e basta. Molti critici della riforma — compresi psichiatri non ostili a Basaglia — sostengono da anni che il vero fallimento non sia stata la chiusura dei manicomi, ma l’assenza di investimenti adeguati nei servizi territoriali previsti dalla stessa legge.

È proprio qui che si collocano le tesi di chi, ancora oggi, considera la 180 una riforma incompleta o mal applicata. Secondo questa impostazione, lo Stato avrebbe smantellato un sistema senza predisporre una rete sufficientemente forte per sostenere i pazienti più complessi e le loro famiglie. Migliaia di persone con disturbi psichiatrici gravi finirono così nei pronto soccorso, nelle carceri, nelle strutture private convenzionate oppure semplicemente nelle case di genitori anziani diventati assistenti permanenti senza strumenti e senza sostegno concreto. Alcuni studiosi parlano apertamente di una “deistituzionalizzazione incompleta”, segnalando come in molte regioni italiane i servizi territoriali siano rimasti sotto organico e fortemente disomogenei. Altri critici sottolineano inoltre che la riduzione drastica dei posti letto psichiatrici abbia lasciato scoperti i casi più difficili, alimentando negli anni una crescente pressione sui reparti ospedalieri, sui pronto soccorso e persino sul sistema penitenziario. È una posizione controversa, spesso accusata di nostalgia manicomiale, ma che nasce anche dall’evidenza concreta di un sistema territoriale che in molte aree del Paese non è mai stato realmente completato. Perfino alcuni sostenitori storici della riforma hanno riconosciuto nel tempo il rischio che la libertà dei pazienti si trasformasse, in assenza di servizi adeguati, in una forma di abbandono sociale.

Non è un caso che ancora oggi ogni tragedia legata a un disturbo psichiatrico riapra immediatamente il dibattito pubblico. Non perché esista un legame automatico tra malattia mentale e violenza — sarebbe falso e profondamente scorretto sostenerlo — ma perché il sistema appare fragile, intermittente, spesso incapace di intervenire prima che le situazioni degenerino. Il punto più controverso della Legge Basaglia sta proprio qui: avere affidato alla comunità una responsabilità enorme senza che la comunità italiana fosse davvero pronta a sostenerla. Trieste continua a essere il modello celebrato nel mondo, il laboratorio internazionale della psichiatria territoriale, il simbolo della rivoluzione basagliana riuscita. Ma Trieste non è tutta l’Italia. In alcune regioni i servizi funzionano ancora bene. In altre sono quasi collassati. Mancano psichiatri, psicologi, educatori professionali. I centri di salute mentale sono sotto organico. Le liste d’attesa aumentano continuamente. Dopo la pandemia il disagio psichico giovanile è esploso in modo evidente, ma la salute mentale continua a rappresentare uno dei settori più fragili della sanità pubblica italiana.

La domanda inevitabile, allora, è un’altra: la Legge Basaglia è ancora una legge giusta? Sì, se significa rifiutare definitivamente la logica concentrazionaria del manicomio. No, se viene trasformata in un totem ideologico utile soltanto a negare i fallimenti del sistema attuale. Attorno al basaglismo italiano si è sviluppata anche una forma di moralismo politico che spesso impedisce qualsiasi discussione seria. Chiunque critichi gli effetti concreti della riforma viene immediatamente accusato di voler riaprire i manicomi. Ma è una caricatura ideologica che non aiuta ad affrontare il problema reale. Nessuno oggi propone seriamente di tornare ai modelli del passato. Il punto è un altro: ammettere che il sistema territoriale, senza investimenti adeguati, senza personale e senza continuità assistenziale, rischia di trasformarsi in uno slogan più che in una reale politica pubblica di cura. La verità è che l’Italia ha vinto una battaglia civile importantissima ma non ha completato la costruzione del sistema che avrebbe dovuto sostituire quello abolito. E forse il vero paradosso della Legge 180 sta proprio qui. Abbiamo chiuso i manicomi, ma non siamo riusciti fino in fondo a costruire una nuova idea pubblica di assistenza psichiatrica. Mezzo secolo dopo, la rivoluzione di Basaglia resta ancora incompiuta.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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