3 maggio 2026 – ore 12:00 – A due anni dalla presentazione della Carta di Trieste sull’Intelligenza artificiale, sull’avanzata di questa nuova tecnologia nel mondo del lavoro facciamo un punto in due tempi, com’è nello spirito di questa proposta editoriale, Faglia Doppia. Nella prima parte dialoghiamo con il giornalista Andrea Bulgarelli, coordinatore dei lavori della Carta, redatta in forma libera da professionisti appartenenti a diverse discipline, nella cornice dell’associazione culturale Studium Fidei presieduta dal teologo monsignor Ettore Malnati. Nella seconda parte, presentiamo alcuni dati sul Friuli Venezia Giulia raccolti per Trieste News da Aurora Cauter. “L’Intelligenza artificiale (d’ora in avanti Ia) può essere un valido ausilio per coadiuvare e non sostituire il lavoro dei giornalisti ma la produzione giornalistica di qualunque tipo o genere a mezzo della Ia deve rispettare le norme deontologiche poste a tutela dei diversi attori dell’informazione”, afferma Andrea Bulgarelli: “Innovare è fondamentale ma è necessario scrivere le regole che, peraltro, esistono in tutti gli ambiti del nostro vivere quotidiano”.

Si apre così il tema della tutela del diritto d’autore. “Il tema tocca non solo il giornalismo ma tutte le professioni dell’ingegno; era peraltro emerso con forza durante il dibattito sul disegno di legge sull’Ia”, prosegue Bulgarelli: “Come Federazione Italiana Giornalismo Editoria e Comunicazione, federata Cisal, di cui sono coordinatore in Friuli Venezia Giulia e componente della Giunta nazionale, nel condividere la Carta di Trieste sull’Intelligenza artificiale sosteniamo che l’utilizzo di sistemi di Ia generativa nell’ambito delle opere dell’ingegno dovrebbe imporre la preventiva autorizzazione del titolare del diritto d’autore e del soggetto titolare dei diritti connessi e di quelli relativi all’output realizzato grazie all’Ia. E anche i contenuti giornalistici sono garantiti dal diritto d’autore e non possono essere utilizzati per la creazione di testi privi di indicazione della fonte”
Come valuta la legge sulla’Ia approvata a settembre 2025 dal Parlamento italiano? “È il quadro all’interno del quale ora va posta in essere una seria riforma delle norme che sovrintendono alle singole professioni”, continua Bulgarelli: “In particolare, per il settore dell’informazione, parliamo di una riforma attesa da oltre 60 anni a tutela del giornalismo, affinché l’informazione continui a svolgere il fondamentale ruolo di garanzia democratica nella nostra società”. Non solo nel mondo del lavoro, ormai tutti dialogano, per così dire, con i chat bot. “Esiste un problema nell’utilizzo da parte dei chat bot delle informazioni e disinformazioni perché non riescono a distinguere tra informazione di cronaca, articolo di fondo o commento; dichiarazioni e fake news. L’incertezza della fonte, in particolare nel caso di dichiarazioni, apre un fronte sulla responsabilità civile e penale nei casi di diffamazione. Non esiste la possibilità di verifica da parte del giornalista sull’attendibilità delle fonti e sui testi realizzati dall’Ia”.

“Non sempre vale il detto chi sbaglia paga”, dice ancora Bulgarelli: “Serve una chiara attribuzione di responsabilità ed è per tale ragione che all’interno della Carta di Trieste sull’Ia all’articolo 10 si chiede la definizione di un sistema regolatorio che individui le responsabilità in caso di decisioni sbagliate e dannose assunte dall’Ia in capo a sviluppatori e progettisti, proprietari e gestori dell’Ia, fornitori di dati e utenti finali nel caso di uso improprio della tecnologia digitale. In assenza di responsabilità certe si andrebbe a creare una giungla in cui vige la regola del più forte. Mentre ora tutto ciò non esiste ed difficile rincorrere i colpevoli, che spesso la fanno franca nonostante i danni generati”. Uno sguardo ai giovani. “Già tre anni fa assieme a monsignor Malnati ci siamo posti domande sulla libertà dei giovani nella giunga dei social network e connessi rischi. La tutela dei più deboli dovrebbe essere il primo pilastro della nostra vita digitale. In un altro continente hanno dimostrato che ciò è possibile. L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver introdotto, dal 10 dicembre 2025, un divieto assoluto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. La normativa impone a piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, YouTube la responsabilità di bloccare gli account, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani per le inadempienze”.
Una scelta drastica? “Non direi. Il 75% dei giovani usa l’Ia per scopi scolastici e compiti a casa, secondo uno studio realizzato in Austria sui chat bot come compagni di vita quotidiana realizzato dall’Istituto per la ricerca sulla cultura giovanile e la mediazione culturale per conto dell’Istituto austriaco per le telecomunicazioni applicare (Oiat)”, conclude Bulgarelli: “I giovani chiedono regolarmente informazioni relative alla vita quotidiana. Per il 40% dei giovani è più attraente parlare con un chat bot rispetto che con una persona umana. I chat bot vengono anche utilizzati per conversazioni amichevoli o romantiche, per la redazione di messaggi personali. Oggi un giovane si può proporre attraverso un avatar, camuffando la propria identità. E questo fa davvero paura. Inoltre si è creato un mondo di modelli o supereroi tramite la diffusione di video e foto camuffati dall’Ia. Molte chiacchierate digitali si trasformano in delusioni al primo appuntamento, per manifesta sostituzione di persona. Tristemente, il piacere dell’amicizia si riduce a un semplice scambio di messaggi tra parole travisate dal’Ia durante improbabili e veloci dettature di messaggi. Forse da appartenente alla cosiddetta generazione X mi considero un po’ un romantico e ricordo con nostalgia uno dei libri più tradotti al mondo, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, in cui il valore dell’amicizia è spiegato attraverso gli occhi di un bambino e di una volpe, che ci insegnano come gli adulti abbiano dimenticato la verità più importante, quella del tempo passato insieme alle persone che amiamo”.
Una rivoluzione tecnologica intanto sta attraversando il nostro tempo a suon di software, comunicazione digitale e hardware. Nel mercato Ict (Information and communications technology) vive un ecosistema composto da reti, connessioni, cloud, server, sistemi di gestione e analisi di dati. La digitalizzazione accompagna da decenni la nostra società, e ogni anno, in forma sempre nuova, cambia il futuro del lavoro, dell’economia e della società. Oggi le tecnologie che le nostre imprese usano maggiormente vanno oltre all’Ia (di cui lo strumento più utilizzato è ChatGpt, seguono Copilot e Google Cloud Ai): accessi on demand di cloud computing per lavorare ovunque, big data per raccogliere ed interpretare enormi quantità di informazioni, Internet of things per l’acquisizione di un’identità digitale di oggetti e luoghi. E così via.
In un contesto di questo tipo la sfida per molti è rimanere al passo con i tempi. Secondo gli ultimi report disponibili, il Friuli Venezia Giulia sta rispondendo bene alla digitalizzazione del mercato. Assintel, insieme a Confcommercio, si occupa di studiare la strategia digitale italiana, e nel suo ultimo report ha assegnato il primato per digitalizzazione alle imprese del Triveneto: il 15,4% delle imprese vanta una strategia digitale definita, contro il 9,9% della media nazionale. Ma, come si nota, si parla di percentuali contenute: gli imprenditori investono ancora con cautela sul mercato Ict, complici uno scetticismo verso la rivoluzione tecnologica e la carenza di competenze per gestirla.
Che piaccia o meno, l’Ia e altri sistemi tecnologici avanzati entreranno, a livello globale, in modo sempre più consistente nelle attività umane. Nel mondo del lavoro si aprono delle domande: la qualità, la quantità e il modo di lavorare cambiano in meglio o in peggio? Le nuove tecnologie ci stanno sostituendo? Stiamo soltanto subendo le evoluzioni di un mercato controllato da poche persone? Una cosa è certa: il mercato del lavoro tech è cambiato e le offerte si sono adattate. La domanda di competenze Ict conta centinaia di migliaia di annunci di lavoro su LinkedIn: tra le figure professionali più richieste ci sono quelle legate allo Sviluppo, come il project manager e lo sviluppatore software. Il panorama si riempie di nuovi anglicismi, soprattutto tra le mansioni richieste.
Secondo l’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025, l’Italia ha un gap con l’Europa di quasi 236 mila occupati Ict. Se da una parte la formazione tech sta aumentando sensibilmente – in un decennio i corsi dedicati a queste competenze sono passati da 670 a 850 – dall’altra parte l’attrattività di certi lavori non è al massimo. Su un campione di 10 mila annunci per profili Ict pubblicati su LinkedIn nel 2025, è emerso che il 74% delle descrizioni non riporta alcuna indicazione sulla retribuzione annuale lorda. Più della metà degli annunci non menziona benefit, mentre il 36% fa riferimento alla flessibilità.
La nostra Regione ha chiuso il 2025 contando 2.281 imprese Ict, 3.127 insediamenti totali (+8% rispetto al 2024): Udine si conferma come polo attrattivo, mentre Trieste rimane forte per il suo sistema di enti di ricerca scientifica, come l’Area Science Park. Il capoluogo giuliano ricopre circa il 20% delle imprese ed è specializzato in data science. Al momento le imprese regionali si specializzano in software e servizi, mentre gli insediamenti hardware, benché in crescita, rimangono intorno al 5%. Di queste imprese, solo il 9,4% delle società di capitali digitali mostra interesse nell’apertura verso i mercati esteri. L’internalizzazione però “non è banale”, scrive il direttore Ditedi Francesco Contin nel Report 2025 Fvg Digitale: “Perché tocca meccanismi e dinamiche di mercato che hanno logiche differenti dai settori tradizionali. Ci aiuta a riflettere su quale spazio per l’innovazione rimanga a disposizione delle imprese in una regione innovativa situata in un continente schiacciato nella corsa tecnologica che vede contrapposti Stati Uniti e Cina, nella definizione di standard tecnici ed etici”.
Approfondimento a cura di Lilli Goriup e Aurora Cauter


