‘Anime inquiete’ I giovani si raccontano al concorso Stuparich. L’intervista

17 maggio 2026 – ore 10:00 – Un traguardo piccolo e uno grande. Il primo è il quinto anno consecutivo del Concorso letterario internazionale ‘Giani Stuparich’; il secondo, direttamente ad esso connesso, è la soglia venerabile degli ottant’anni per il Circolo della Cultura e delle Arti.
Fu Stuparich a fondare, nel secondo dopoguerra, il Circolo; e all’autore giuliano è intitolato il concorso internazionale, aperto a qualsiasi giovane under 30 residente nel grande bacino mitteleuropeo di Slovenia, Croazia, Austria e Friuli Venezia Giulia. Le richieste sono solo due: linguaggio chiaro e ‘pulito’ e volontà di mettersi in gioco con le grandi tematiche del presente. Fu dopotutto proprio Stuparich a definire i giovani “anime inquiete” individuando nella loro luce una capacità di rischiare le foschie del presente; e in tal senso il concorso chiede o un racconto sulla memoria o un elaborato su un tema del nostro presente, dalla crisi climatica, ai conflitti fratricidi che insanguinano Europa e Medio Oriente, alle fratture generazionali così dirompenti nella stessa Trieste, città ‘anziana’ per definizione. Gli elaborati inediti – massimo 30mila battute – possono essere scritti in italiano, in una delle lingue minoritarie del Friuli Venezia Giulia o in inglese (con traduzione italiana obbligatoria), e saranno valutati da una giuria presieduta dalla professoressa Cristina Benussi. E la deadline? 30 giugno 2026. C’è pertanto ancora tempo per affilare le penne e inviare i propri elaborati. Per ogni dettaglio sulle modalità di invio e i dettagli burocratici si rimanda alla pagina linkata del concorso.

Ricordiamo, a livello di sponsor, come il concorso si terrà nel caffè Rossetti essendo il teatro uno dei finanziatori, oltre ad aver ricevuto un contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e delle Fondazioni Casali ETS, senza citare la collaborazione con l’ateneo giuliano.

“Il concorso esiste da cinque anni ed è sempre stato ben frequentato” spiega la prof. ssa Cristina Benussi “ogni edizione propone un tema in linea con gli interessi, le preoccupazioni del momento. Si chiede ai giovani di commentare, scrivere sull’attualità. Il nome è un omaggio allo scrittore che, lo ricordiamo, insegnava al Liceo Dante e che fondò il Circolo della Cultura e delle Arti che festeggia, nel 2026, ottant’anni”.

Ma che genere di elaborati inviano gli studenti? “I ragazzi che frequentano il Liceo Classico mandano racconti con taglio saggistico, caratterizzati da forti citazioni latine, greche e letterarie; chi invece già lavora racconta esperienze di vita vissuta quali possono essere viaggi, traumi subiti o, nel caso delle ragazze, il tema del femminicidio e in generale la condizione femminile. C’è tuttavia anche un gruppo di giovani che manda narrativa, specie racconti a tema fantascientifico o fantasy; in generale abbiamo di solito sette diverse tipologie che ci vengono inviate, tra saggi, storie, e riflessioni”.

Quali sono le caratteristiche necessarie a vincere il concorso? “Noi premiamo di solito l’aspetto fantasioso, la correttezza sintattico-linguistica, ma anche il radicamento su quanto si racconta, la verosimiglianza scientifica delle vicende inventate o il grado di ricerca svolto sullo specifico tema”.

Quanto pesa il dialetto? “C’è qualche citazione, ma di solito è assente” riflette Benussi “Siamo però aperti anche ad altri dialetti o all’invio di opere in lingua inglese. A livello invece di genere dei partecipanti siamo abbastanza equilibrati, tra ragazzi e ragazze; segnalo solo la particolarità di vincitori di altre edizioni che hanno piacere poi a partecipare di nuovo, spesso vorrebbero inserirsi nella carriera umanistica, ad esempio nell’ambito giornalistico. Per loro il concorso è un ‘primo’ contatto con questo mondo”.

Ma cosa ne pensano i giovani, del Premio? Trieste News ha intervistato il vincitore dell’ultima edizione, il friulano Edoardo Rizzo: il concorso ha riconosciuto meritevole l’opera ‘Tra mais e rovine. Sueño en otro idioma’, per la quale si valuta persino una pubblicazione.

Cosa ti ha portato a partecipare al Premio Stuparich?

“Avevo già scritto il racconto e ho deciso di presentarlo dopo essermi imbattuto nel bando: mi sono subito accorto che rispettava tutti i criteri richiesti, in particolare il tema della memoria. Sono stato felice di aver avuto poi l’opportunità di parlarne, altrimenti ‘Tra mais e rovine. Sueño en otro idioma’ sarebbe forse rimasto in un cassetto. Il racconto prende vita da una storia reale, nata durante un viaggio in Messico, tra le rovine azteche. Tornato in Friuli, ho iniziato a scrivere dell’esperienza vissuta con l’obiettivo di chiarire a me stesso le riflessioni maturate durante quel viaggio. Solo attraverso la scrittura sono emerse dall’inconscio alcune idee che, col tempo, si sono definite meglio. In questo senso, la scrittura rappresenta un vero esercizio di chiarificazione”.

Che cosa significa per te “scrivere” in un presente dominato dall’immediatezza?

“La scrittura nasce innanzitutto come un bisogno personale: non è una decisione presa a tavolino. C’è un’esigenza di scrivere per capire a fondo la realtà ed esprimere qualcosa. La scrittura scaturisce da un’esperienza interiore, da una necessità individuale, e solo in un secondo momento arriva la consapevolezza che ciò che si scrive possa avere valore non soltanto per sé, ma anche per una comunità più ampia – amici, famiglia, il proprio paese, la comunità regionale, fino a raggiungere una dimensione generazionale. All’inizio faccio sempre leggere i miei testi ad amici e amiche, che spesso commentano: ‘Mi è piaciuto, per la forma ma soprattutto per i contenuti, perché mi hanno fatto riflettere su argomenti a cui
altrimenti non avrei pensato’. Credo che la scrittura abbia proprio questo potere: è una forma espressiva che permette di dire cose che difficilmente riusciremmo a comunicare in un altro contesto, come ad esempio un discorso orale. Per me scrivere è anche un esercizio meditativo: significa prendersi del tempo per riflettere.

La forma scritta costringe a rallentare, a pensare di più e meglio, ad approfondire il pensiero. E il bello arriva anche dopo, perché gli scritti restano come oggetti personali: quando senti il bisogno di rileggere riflessioni passate, hai tra le mani qualcosa che hai costruito nel tempo. Torna quindi il tema della memoria: è importante ricordarsi delle cose già pensate e già dette, soprattutto in una società in cui tutto corre veloce e passa rapidamente di moda. La scrittura permette di rammemorare fatti e pensieri, anche in forma pseudo-rituale: è in grado di cristallizzare esperienze e pensieri, mettendoli a disposizione contro l’oblio”.

L’intelligenza artificiale viene ormai utilizzata ampiamente anche in ambito creativo: pensi che questo strumento possa ridefinire il modo in cui si scrive oggi?

“Non ho ancora una risposta definitiva, perché all’intelligenza artificiale devo ancora dedicare una riflessione approfondita. Utilizzo l’IA, ma sempre come supporto: per fare qualcosa di rapido quando manca il tempo, oppure per gestire aspetti più tecnici – ad esempio una traduzione, anche se un controllo è sempre necessario – o ancora per chiedere consigli e idee in un’ottica più creativa. Credo però che sia necessario confrontarsi seriamente sul tema, perché l’IA può certamente cambiare il significato stesso di parole come ‘creatività’. Ci sono anche aspetti problematici: penso, ad esempio, all’impatto ambientale, dato che ogni ricerca consuma una certa quantità di acqua ed energia. C’è poi una questione di punto di vista: l’intelligenza artificiale non è neutra, ma tende a riflettere una prospettiva specifica, quella dell’uomo bianco medio occidentale. Per questo, più di ogni altra cosa, è importante essere coscienti degli strumenti che utilizziamo e dei loro limiti”.

Qual è secondo te il ruolo della scrittura in dialetto o nelle lingue minoritarie?

“Dopo aver scritto il racconto Tra mais e rovine. Sueño en otro idioma, ho preso coscienza del fatto che avevo voglia di imparare meglio il friulano. Si tratta certamente di un percorso graduale, cominciato all’inizio del 2025 e tuttora in corso: essendo la mia lingua madre, l’avevo imparata soprattutto a livello passivo. Negli ultimi anni, invece, è cresciuta molto la mia capacità di esprimermi in friulano, anche grazie ad alcuni corsi che ho frequentato: la scrittura sta arrivando poco alla volta, anche se non ancora a livello creativo. In questa presa di consapevolezza, comunque, il Premio Stuparich ha svolto un ruolo importante, soprattutto grazie alla sua dimensione plurilingue: credo infatti che l’utilizzo delle lingue minoritarie, dei dialetti o delle lingue native indigene in letteratura sia fondamentale per la loro valorizzazione. Dopotutto, è anche questo il senso del mio racconto: solo andando in Messico mi sono reso conto che anche la mia cultura può essere considerata, in qualche modo, a rischio di estinzione, e ho sentito la paura che potesse andare perduta. Nel racconto faccio l’esempio di una lingua indigena azteca del Messico, che per indicare il mais possiede una serie di parole differenti, ciascuna legata a una forma specifica di mais: una ricchezza che in altre lingue non esiste. C’è la possibilità che anche la lingua friulana custodisca vocaboli che ad esempio l’italiano non possiede, e che servono a indicare aspetti molto specifici della realtà: se quelle parole scomparissero, rischieremmo di dimenticare anche ciò che descrivono”.

Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Zeno Saracino

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