24 aprile 2026 – ore 09:30 – Trieste detiene un primato che vorrebbe perdere: è una delle città più vecchie d’Italia. Non è una percezione, ma un dato. Le rilevazioni dell’ISTAT indicano un’età media che supera i 48 anni, a fronte di una media nazionale intorno ai 46. Gli over 65 costituiscono più del 28% della popolazione, mentre gli under 14 sono meno del 12%. In termini concreti, per ogni bambino ci sono più di due anziani. Il rapporto tra giovani e anziani è al centro di numerosi convegni e delinea un quadro che non può essere ignorato. Chi osserva Trieste coglie chiaramente un processo di invecchiamento. Ma, soprattutto, emerge un dato ancora più significativo: la città non ringiovanisce più. Qui si esaurisce la retorica e inizia la responsabilità. Una città non è un organismo vivente: non invecchia per caso, ma per abbandono. I giovani non scompaiono, se ne vanno. Quando questo accade in modo massiccio, come avviene da oltre un decennio, significa che qualcuno ha smesso di trattenerli o, peggio, che nessuno ha mai davvero provato a farlo. Una città invecchia quando lascia partire le proprie energie migliori.
I numeri confermano questa dinamica. Tra il 2012 e il 2023 la provincia di Trieste ha perso migliaia di residenti nella fascia 20-34 anni. Non si tratta di un fenomeno improvviso, ma di uno svuotamento graduale. I laureati formati nel solido sistema universitario locale – dall’Università degli Studi di Trieste alla rete dei centri di ricerca – conseguono il titolo, salutano il golfo e partono. Milano, Berlino, Londra: destinazioni dove il lavoro non è una promessa, ma un contratto. Trieste, nel frattempo, perde energia e giovani. Trieste resta. Loro no. Si diffonde spesso una narrazione dell’inevitabile: “È una città di anziani, è sempre stata così”. Ma questa affermazione è fuorviante. Trieste era giovane quando offriva opportunità. L’industria era vitale, il confine rappresentava un motore e non una nostalgia. Oggi il confine è aperto, ma la città appare più chiusa.
Il problema non è tanto l’età media, quanto l’età delle idee. Idee vecchie frenano più di quanto faccia l’invecchiamento demografico. Gli investimenti pubblici restano limitati, riducendo anche il livello di rischio. La politica parla molto ma decide poco. I grandi dossier – dal Porto Vecchio alle politiche per l’innovazione – vengono trascinati tra annunci e rinvii. Si sottovaluta il tempo come variabile economica, trattandolo come un dettaglio secondario. Nel frattempo, il mercato del lavoro rimane fragile: l’occupazione giovanile è inferiore rispetto alle grandi aree del Nord, la precarietà è diffusa e i salari non competono con quelli delle città più attrattive. La situazione richiede decisioni concrete. Si evidenzia un paradosso tipico della tradizione triestina: un capitale umano elevato che la città fatica a valorizzare. Tra Area Science Park e l’International Centre for Theoretical Physics, Trieste ospita uno dei sistemi scientifici più avanzati d’Europa. Tuttavia, questo ecosistema rischia di restare isolato rispetto al contesto urbano: produce conoscenza, ma non sempre genera occupazione locale sufficiente.
Nasce così una frattura evidente: da un lato l’eccellenza, dall’altro la quotidianità. In mezzo, una generazione che fatica a trovare spazio. Il risultato è visibile nella vita urbana: negozi che chiudono, serrande abbassate, bar affollati al mattino e vuoti la sera. La città sembra vivere più di abitudini che di slanci. Non si assiste a una decadenza evidente, ma a una trasformazione più sottile: una lenta normalizzazione del ridimensionamento. Trieste non crolla, ma si spegne lentamente. Mentre questo accade, la città si consola. Cresce il turismo, aumenta la qualità della vita, si diffonde l’immagine di una città a misura d’uomo. Tutto questo è reale, ma comporta un rischio: quello di diventare rapidamente una città senza persone, o quantomeno senza giovani. La questione è chiara e inevitabile. Trieste non ha ancora deciso se vuole competere. La scelta è davanti: attrarre talenti, imprese e investimenti, oppure limitarsi a gestire ciò che resta, con la consapevolezza di un grande passato e l’incertezza sul futuro. Nel frattempo, i numeri continueranno a parlare, e lo faranno con sempre minore tolleranza. Una città può accettare di invecchiare, ma non può permettersi di restare immobile. Trieste è più di una statistica: è già un avvertimento. Il suo passato rappresenta un segnale, non una giustificazione per fermarsi.
Articolo di Francesco Viviani


