03.03.2026 – 9.00 – L’ultimo rapporto dell’Osservatorio socioeconomico di RilanciaFriuli non è affatto roseo. Lancia un importante aggiornamento circa lo stato di salute della Regione, e più in profondità offre uno specchio delle fragilità che caratterizzano molte regioni del Nord-Est italiano. Il documento, presentato negli ultimi giorni, dipinge un sistema in notevole rallentamento economico e con problemi strutturali che richiedono urgente responso e attenzione.
Negli anni più recenti il Prodotto interno lordo (PIL) del Friuli Venezia Giulia ha registrato una crescita molto modesta: tra il 2019 e il 2023 si è fermato a un +2,6%, uno dei risultati peggiori in Italia, con il 2023 segnato da una contrazione effettiva, un trend che non si vede in molte altre regioni del Paese. Le previsioni fino al 2028 non prospettano un’accelerazione significativa, suggerendo un’economia sostanzialmente ferma su livelli poco dinamici.
Nel rapporto si sottolinea come la regione stia affrontando sfide demografiche e occupazionali importanti. Nei prossimi cinque anni, secondo i calcoli dell’Osservatorio, la domanda di lavoro sarà elevata: si prevedono oltre 82.000 posizioni da coprire, in larga parte a seguito dei pensionamenti e dei cambiamenti generazionali. Tuttavia, più della metà di questi ruoli rischia di rimanere vacante per mancanza di candidati adeguati, con speciali difficoltà nei settori dell’industria, dei servizi, del welfare e della pubblica amministrazione. Senza politiche attive per attrarre lavoratori, anche dall’estero, molte imprese potrebbero trovarsi seriamente in difficoltà.
Un altro elemento critico evidenziato è l’incongruenza tra la crescita delle entrate tributarie e la performance economica complessiva: le entrate fiscali sono aumentate considerevolmente rispetto al 2020, ma ciò non si è tradotto in una crescita reale dell’economia, segno che le risorse non vengono sempre investite in modo efficiente per stimolare l’espansione produttiva. Un esempio di investimento poco efficiente può essere l’erogazione di contributi a pioggia alle imprese senza criteri selettivi legati a innovazione, export o crescita occupazionale.
Di fronte a queste evidenze gli autori del rapporto propongono una revisione profonda delle scelte di spesa pubblica e una strategia articolata per rilanciare l’economia regionale. Tra le proposte figurano investimenti più mirati, politiche di formazione professionale adeguate ai bisogni del mercato e l’adozione di misure volte ad aumentare l’attrattività del territorio per lavoratori stranieri qualificati. Secondo l’economista Fulvio Mattioni, coautore del documento, il tempo è una variabile cruciale: le decisioni prese nell’ultimo scorcio dell’attuale legislatura influenzeranno il destino socio-economico della regione per l’intero prossimo decennio.
Non tutte le istituzioni condividono questa stessa lettura allarmistica. La giunta regionale, per voce dell’assessore alle Attività produttive Sergio Emidio Bini, ha respinto le critiche definendo l’analisi addirittura come faziosa e sbagliata, richiamando i dati positivi sull’andamento delle esportazioni e il moderato sviluppo dell’economia nel 2025. Anche l’assessora al Lavoro Alessia Rosolen ha difeso le politiche occupazionali messe in campo, citando l’aumento dei contratti a tempo indeterminato e la crescita dei tassi di occupazione femminile e giovanile.
Il contrasto tra le valutazioni dell’Osservatorio e quelle dell’amministrazione regionale evidenzia un dibattito intricato sulla capacità regionali di affrontare le trasformazioni economiche e sociali in atto. Molte regioni italiane assieme all’intero sistema economico europeo registrano segnali di frenata, e la sfida per la ripresa e la sostenibilità delle politiche pubbliche resta aperta e complessa.


