19.03.2026 – 15.45 – Premessa – L’attacco americano-israeliano contro l’Iran continua. Il 18 marzo le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito infrastrutture energetiche iraniane cruciali, tra cui impianti collegati al giacimento di gas naturale di South Pars e al centro di lavorazione di Asaluyeh, nella provincia di Bushehr. Queste infrastrutture sono fondamentali per l’approvvigionamento interno di gas naturale dell’Iran e per l’intero sistema energetico, che sostiene una parte significativa dell’attività economica e delle entrate del regime. L’Iran esporta una piccola quota del suo gas naturale, principalmente in Iraq e Turchia; ciò significa che le interruzioni avranno ripercussioni anche sul consumo energetico regionale. Sempre il 18 marzo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno eliminato il ministro dell’Intelligence iraniano Esmail Khatib in un raid aereo. Khatib, nel suo ruolo all’interno del Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, era responsabile del coordinamento della repressione del regime contro la popolazione iraniana, compresa la supervisione delle proteste dell’inverno 2025-2026 e di quelle seguite al caso Mahsa Amini nel 2022. La campagna di decapitazione e gli attacchi mirati contro i servizi di sicurezza, condotti congiuntamente, starebbero causando paranoia tra i funzionari del regime iraniano e i membri dei servizi di sicurezza. Dall’ultimo rilevamento del CTP-ISW, Hezbollah ha rivendicato 57 attacchi contro forze e posizioni israeliane nel nord di Israele e nel sud del Libano. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno continuato a condurre raid aerei contro Hezbollah nel sud del Libano, compresi attacchi contro la rete di servizi sociali e finanziari del gruppo nel Paese.
Rapporti completi nei link in descrizione:
https://www.centcom.mil/
https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-march-18-2026/
https://www.jpost.com/
Oggi concentreremo la nostra attenzione sui seguenti aspetti di analisi politico-diplomatica:
- dichiarazioni di Trump – frizioni con Israele;
- esito della riunione dei ministri degli Esteri del gruppo dei Paesi arabi e islamici sull’aggressione iraniana;
- una voce israeliana – la proliferazione nucleare e il conflitto in corso;
- il profilo di Ismail Khatib, l’uomo che ha trasformato il dissenso in spionaggio;
- una voce palestinese – non c’è tempo per i perdenti: perché la guerra destinata a salvare Israele potrebbe distruggerlo;
- il ministro degli Esteri israeliano Sa’ar incontra a Gerusalemme il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna.
Lo faremo cercando di dare, come sempre, voce a tutti, senza esclusione di alcuno.
Trump prende le distanze dopo l’attacco in Qatar e fissa una linea rossa per Israele sui giacimenti di gas iraniani.
Il presidente americano Donald Trump, in un post su X (testo completo in annesso), ha avvertito che, se l’Iran avesse continuato a prendere di mira gli impianti energetici del Qatar, gli Stati Uniti avrebbero “fatto saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars”.
Merita ricordare che Teheran aveva attaccato un importante impianto energetico in Qatar dopo che Israele aveva bombardato il giacimento di gas di South Pars in Iran, segnalando inevitabilmente una netta escalation del conflitto.
Nel post, Trump ha negato di essere stato a conoscenza in anticipo dell’attacco israeliano a South Pars, respingendo le notizie secondo cui l’operazione sarebbe stata precedentemente coordinata e approvata dalla sua amministrazione: “Gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo particolare attacco e il Qatar non è stato in alcun modo coinvolto, né aveva la minima idea che sarebbe accaduto”.
Trump ha inoltre esortato Israele a porre fine agli attacchi al giacimento di South Pars, a meno che l’Iran non decida “imprudentemente” di attaccare il Qatar. In tal caso, gli Stati Uniti “faranno saltare in aria l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza e una potenza che l’Iran non ha mai visto né sperimentato prima”.
In tale complesso scenario:
- il Ministero degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito l’attacco iraniano contro l’impianto di gas di Habshan e il giacimento di Bab un “attacco terroristico”, che rischia di provocare una “pericolosa escalation”;
- il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha descritto l’attacco israeliano a South Pars come “un passo pericoloso e irresponsabile”. Il Qatar ha inoltre dichiarato “persona non grata” gli addetti militari e di sicurezza iraniani e il loro personale presso l’ambasciata iraniana a Doha, ordinando loro di lasciare il Paese entro 24 ore;
- il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha affermato che “quel poco di fiducia che c’era prima nei confronti dell’Iran è stata completamente distrutta”, aggiungendo che “opzioni non politiche” sono sul tavolo se l’Iran continuerà i suoi attacchi, e avvertendo Teheran che Riyadh e le altre capitali del Golfo hanno le capacità militari per rispondere con forza qualora non interrompa immediatamente le ostilità.
Ovviamente, la risposta iraniana non si è fatta attendere.
In un post su X, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha condannato gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, affermando che “potrebbero avere conseguenze incontrollabili, la cui portata potrebbe coinvolgere il mondo intero”.
https://x.com/whitehouse/status/2034453527892791768?s=63
Dichiarazione congiunta della riunione dei ministri degli Esteri del gruppo dei Paesi arabi e islamici sull’aggressione iraniana.
Desidero proporvi la lettura del comunicato emesso il 19 marzo dal Ministero degli Esteri del Qatar, in merito alla percezione regionale del conflitto in corso.
Decisamente interessante sottolineare anche il coinvolgimento di Paesi come Pakistan, Turchia, Egitto, Azerbaigian, Libano e Siria. La condanna all’Iran appare estremamente netta; gli Stati Uniti non vengono menzionati e i richiami a Israele risultano decisamente limitati e sfumati attraverso un abile linguaggio diplomatico.
Le Loro Altezze ed Eccellenze, Ministri degli Affari Esteri dello Stato del Qatar, della Repubblica dell’Azerbaigian, del Regno del Bahrein, della Repubblica Araba d’Egitto, del Regno Hascemita di Giordania, dello Stato del Kuwait, della Repubblica del Libano, della Repubblica Islamica del Pakistan, del Regno dell’Arabia Saudita, della Repubblica Araba Siriana, della Repubblica di Turchia e degli Emirati Arabi Uniti, hanno svolto una riunione consultiva ministeriale mercoledì 29 Ramadan 1447 AH, corrispondente al 18 marzo 2026, a Riyad, in merito agli attacchi iraniani.
I partecipanti hanno discusso degli attacchi iraniani contro gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il Regno Hascemita di Giordania, la Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica di Turchia. Hanno ribadito la loro condanna e denuncia di tali attacchi deliberati, perpetrati con missili balistici e droni, che hanno preso di mira aree residenziali e infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi, impianti di desalinizzazione, aeroporti, complessi residenziali e sedi diplomatiche.
I partecipanti hanno sottolineato che questi attacchi non possono essere giustificati in alcun modo né con alcun pretesto. Hanno inoltre ribadito il diritto degli Stati a difendersi, conformemente all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
I partecipanti hanno esortato l’Iran a cessare immediatamente gli attacchi, a rispettare il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario e i principi di buon vicinato, come primo passo per porre fine all’escalation, raggiungere la sicurezza e la stabilità nella regione e attivare la diplomazia come strumento per risolvere le crisi.
Hanno sottolineato che il futuro delle relazioni con l’Iran dipende dal rispetto della sovranità degli Stati, dalla non ingerenza negli affari interni, dall’astensione da qualsiasi forma di aggressione contro la loro sovranità e il loro territorio e dal non utilizzare o sviluppare capacità militari per minacciare i Paesi della regione.
I partecipanti hanno evidenziato la necessità che l’Iran si conformi all’attuazione della Risoluzione 2817 (2026) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, cessi immediatamente tutti gli attacchi, si astenga da qualsiasi azione provocatoria o minaccia diretta ai Paesi vicini, interrompa il sostegno, il finanziamento e l’armamento delle milizie affiliate negli Stati arabi e si astenga da qualsiasi azione o minaccia volta a chiudere o interrompere la navigazione internazionale nello Stretto di Hormuz o a minacciare la sicurezza marittima a Bab al-Mandab.
Hanno inoltre ribadito il loro sostegno alla sicurezza, stabilità e unità territoriale del Libano, all’attivazione della sovranità statale libanese su tutto il suo territorio e alla decisione del governo libanese di limitare il possesso di armi alle competenze dello Stato.
Hanno infine condannato l’aggressione di Israele contro il Libano e le sue politiche espansionistiche nella regione.
I partecipanti hanno rinnovato la loro determinazione a proseguire la stretta consultazione e coordinamento, al fine di monitorare gli sviluppi e valutare le nuove circostanze, garantendo la formulazione di posizioni unitarie e l’adozione di tutte le misure legittime necessarie per proteggere la loro sicurezza, stabilità e sovranità e per fermare gli attacchi iraniani. https://qna.org.qa/en/news/news-details?id=joint-statement-from-consultative-ministerial-meeting-of-foreign-ministers-of-the-group-of-arab-and-islamic-countries-on-iranian-aggression&date=19/03/2026
Una voce israeliana – perché impedire un Iran nucleare giustifica una guerra regionale
Mentre i media occidentali discutono, talvolta con toni accesi, in merito alla scelta di Stati Uniti e Israele di scatenare il conflitto contro l’Iran, la delicata tematica della proliferazione nucleare assume necessariamente un ruolo preminente.
Abbiamo cercato una voce diversa, fuori dai canali consueti, e abbiamo voluto ascoltare Raphael BenLevi, esperto israeliano, ricercatore senior presso il Misgav Institute for National Security e direttore del Churchill Program for Statecraft and Security presso l’Argaman Institute, nonché autore di Cultures of Counterproliferation.
BenLevi afferma che, mentre Israele e Stati Uniti intraprendono operazioni senza precedenti contro l’Iran, con una guerra regionale ormai in corso e implicazioni globali, molti critici si chiedono perché tutto ciò sia necessario.
Alcuni esperti e accademici hanno cercato di minimizzare la minaccia di un Iran dotato di armi nucleari, sostenendo che la deterrenza nucleare si applicherebbe anche in questo caso, come durante la Guerra Fredda, e che il regime agirebbe con moderazione sotto la minaccia della distruzione reciproca assicurata.
In realtà, però, anche un arsenale nucleare minimo nelle mani di questo regime avrebbe gravissime implicazioni per Israele, la regione e il mondo. Implicazioni talmente gravi che il prezzo da pagare per impedirlo con la forza – con tutta l’escalation regionale e le interruzioni dei flussi energetici – risulterebbe quasi trascurabile rispetto all’alternativa: vivere all’ombra di un Iran nucleare.
La minaccia dell’escalation nucleare come strumento per l’egemonia regionale iraniana
Dalla rivoluzione, l’Iran si è affermato come potenza revisionista, cercando di rimodellare il Medio Oriente a propria immagine e somiglianza, stabilendo una sfera di egemonia regionale che si estende dai monti Zagros al Mediterraneo e al Mar Rosso, fino a Pakistan e Afghanistan.
L’Iran ha perseguito questa visione attraverso una strategia a tre pilastri: lo sviluppo della capacità nucleare, l’accumulo di un vasto arsenale di missili balistici e il sostegno a gruppi per procura.
L’egemonia iraniana porrebbe sotto la sua influenza una quota considerevole delle risorse energetiche mondiali, oltre a vie navigabili cruciali per il commercio internazionale, rendendolo un partner strategico per Cina e Russia nel loro tentativo di ridefinire l’ordine globale.
Un Iran dotato di armi nucleari utilizzerebbe la minaccia di una escalation nucleare per ottenere vantaggi nelle sue lotte regionali, intensificando gli sforzi per affermare la propria egemonia sul Medio Oriente. Sfrutterebbe la capacità nucleare per dissuadere Israele, lanciare attacchi missilistici e con droni e, successivamente, minacciare che qualsiasi risposta possa sfociare in una escalation nucleare.
Teheran adotterebbe probabilmente una posizione più aggressiva nel Golfo Persico e oltre, cercando di destabilizzare i regimi in tutta la regione. Ciò limiterebbe severamente la libertà d’azione degli Stati Uniti, poiché qualsiasi ricorso alla forza farebbe emergere lo spettro di una guerra nucleare.
Questo cambiamento strategico eserciterebbe una forte pressione sugli Stati regionali affinché si allineino con l’Iran o, quantomeno, adottino politiche concilianti. Gli Stati del Golfo potrebbero smettere di resistere all’influenza iraniana e persino valutare l’espulsione delle basi militari statunitensi o la negazione dei diritti di sorvolo.
Il raggiungimento di una bomba nucleare rafforzerebbe significativamente la sopravvivenza del regime iraniano, fungendo da vera e propria polizza assicurativa strategica.
Minare la credibilità degli Stati Uniti nel mondo
La comparsa di un Iran nucleare danneggerebbe gravemente la credibilità degli Stati Uniti, dato che da decenni ogni amministrazione ha dichiarato che tale scenario è inaccettabile.
Sebbene sia possibile che Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo rafforzino i legami con Washington, è più probabile che il mancato rispetto di questa linea rossa storica mini la fiducia nelle garanzie di sicurezza americane. Di conseguenza, questi Stati potrebbero rivolgersi a Pechino per bilanciare il rapporto con Teheran.
Un Iran dotato di armi nucleari rafforzerebbe l’asse anti-occidentale Cina-Russia-Corea del Nord-Iran, favorendo una cooperazione strategica più profonda con un attore percepito come invulnerabile.
La conseguente instabilità in Medio Oriente determinerebbe un aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, trasformando di fatto le principali rotte commerciali in strumenti di pressione nelle mani dell’Iran e dei suoi gruppi alleati.
Proliferazione regionale e indebolimento del TNP
Un Iran nucleare costituirebbe un potente incentivo alla proliferazione regionale, spingendo Turchia, Arabia Saudita ed Egitto a dotarsi di capacità analoghe. Anche Israele potrebbe abbandonare la propria ambiguità nucleare.
Qualsiasi eventuale ombrello nucleare statunitense risulterebbe poco credibile alla luce dell’erosione della fiducia in Washington.
Uno scenario simile minerebbe il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), dimostrando che è possibile acquisire armi nucleari nonostante l’opposizione della comunità internazionale.
È inoltre plausibile che l’Iran esporti il proprio know-how nucleare verso Paesi con obiettivi analoghi.
Anche un Iran razionale potrebbe scatenare una guerra nucleare
Nonostante le teorie sulla deterrenza nucleare, la realtà dimostra che non è mai perfetta. Anche durante la Guerra Fredda si verificarono episodi in cui il rischio di conflitto fu concreto.
Il pericolo principale resta quello degli errori di valutazione, dovuti a interpretazioni errate delle intenzioni dell’avversario, che potrebbero sfociare in un lancio nucleare non intenzionale.
Considerando le capacità dei missili balistici iraniani, un Iran nucleare potrebbe minacciare non solo Israele, ma anche Europa e, in prospettiva, gli Stati Uniti. Tuttavia, il confronto tra Iran e Israele sarebbe particolarmente instabile: i tempi di reazione ridotti a pochi minuti aumenterebbero esponenzialmente il rischio.
Questa instabilità crescerebbe ulteriormente in presenza di più attori nucleari nella regione.
Resta inoltre il rischio che il regime trasferisca una testata nucleare a un gruppo terroristico per procura, negando formalmente il coinvolgimento. In scenari estremi, il controllo delle armi potrebbe sfuggire e finire nelle mani di attori non statali.
Infine, qualora il regime si trovasse sull’orlo del collasso, non si può escludere il ricorso a un attacco nucleare contro Israele come extrema ratio.
La minaccia di una guerra nucleare deliberata
Non si può escludere la possibilità di un attacco nucleare preventivo. L’ideologia del regime è islamista rivoluzionaria, e l’ostilità verso Israele rappresenta uno dei suoi pilastri.
La cultura del martirio (shahid) è profondamente radicata nella società sciita iraniana, rendendo complesso applicare i tradizionali parametri occidentali di razionalità strategica.
Nel 1979 Khomeini dichiarò: “Non adoriamo l’Iran; adoriamo Allah…”. Nel 2001 Rafsanjani affermò che uno scenario nucleare contro Israele “non è inconcepibile”.
Queste dichiarazioni evidenziano la possibilità che il regime agisca secondo logiche non pienamente riconducibili ai modelli occidentali, inclusa l’accettazione di elevate perdite interne.
Prevenire tali esiti è il motivo per cui Israele ha ritenuto necessario agire, ed è anche la ragione per cui gli Stati Uniti hanno scelto di intervenire. I costi di un confronto oggi sono elevati; quelli di convivere con un Iran nucleare sarebbero, tuttavia, di gran lunga superiori.
https://jstribune.com/why-preventing-a-nuclear-iran-justifies-regional-war/
Il profilo di Ismail Khatib, l’uomo che ha trasformato il dissenso in spionaggio
Arash Sohrabi, giornalista di origine turca, su Iran International, fornisce un profilo interessante di Ismail Khatib, ministro dell’Intelligence iraniana, recentemente ucciso negli attacchi notturni della forza aerea israeliana.
Sohrabi afferma che Khatib era un personaggio decisamente importante non tanto per la gestione diretta degli agenti dell’intelligence, quanto perché ha contribuito a ridefinire il confine tra politica e sicurezza, trasformando il dissenso in un campo di battaglia dell’intelligence e reinterpretando la protesta come guerra ibrida.
Questo era il quadro delineato da Khatib in una lunga intervista pubblicata sul sito web di Ali Khamenei durante la rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Non rimase semplice retorica, ma divenne una vera e propria logica di governo, che riconduceva protesta, media stranieri, attivismo e spionaggio a un’unica mappa delle minacce.
La carriera di Khatib lo rendeva particolarmente adatto a tale compito.
Nato nel 1961 e formatosi a Qom, ha scalato i ranghi dell’intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, per poi dirigere l’ufficio di intelligence di Qom, entrare nella cerchia di protezione della Guida Suprema e infine guidare l’apparato di protezione e intelligence della magistratura.
Quando Ebrahim Raisi lo nominò ministro dell’Intelligence nel 2021, Khatib aveva già attraversato quasi tutte le principali istituzioni del nucleo coercitivo della Repubblica islamica: le Guardie Rivoluzionarie, la magistratura e l’entourage della Guida Suprema.
La sua riconferma nel 2024 confermò che la sua autorità si fondava meno sulla politica di partito e più sulla fiducia del sistema di potere.
Sotto la guida di Khatib, lo Stato ha iniziato a interpretare sempre più frequentemente i disordini sociali come prova di infiltrazioni straniere.
I manifestanti non venivano più considerati semplicemente cittadini arrabbiati, ma rappresentati come nodi di una rete ostile. I media persiani all’estero non erano più semplici emittenti, bensì ridefiniti come strumenti operativi di Stati nemici.
Questa logica si è progressivamente tradotta in norme giuridiche.
Sotto la sua guida, lo Stato ha ampliato la definizione di spionaggio e collaborazione ostile, rendendo più semplice trasformare contatti, informazione, attività mediatiche e forme anche vaghe di cooperazione in reati contro la sicurezza nazionale.
L’obiettivo non era soltanto punire le spie, ma estendere la categoria dei sospetti.
Nel settembre 2022 gli Stati Uniti hanno designato Khatib due volte come soggetto sanzionato, a testimonianza della portata del suo ruolo sia nelle operazioni all’estero sia nella repressione interna.
Il Dipartimento del Tesoro lo ha inizialmente sanzionato, insieme al Ministero dell’Intelligence, per attività informatiche dannose, tra cui l’interruzione dei sistemi governativi albanesi.
Successivamente, nello stesso mese, è stato nuovamente sanzionato con l’accusa che il ministero sotto la sua guida avesse preso di mira difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti, registi e minoranze religiose, sottoponendo i detenuti anche a torture in centri di detenzione segreti.
Anni di patibolo
Il Ministero dell’Intelligence non ha formalmente firmato tutte le condanne a morte, ma l’ondata di esecuzioni resta parte integrante del significato del mandato di Khatib.
Nei quattro anni successivi al suo insediamento, l’Iran ha eseguito almeno 4.000 condanne a morte: circa 580 nel 2022, 830 nel 2023, 975 nel 2024 e 1.900 nel 2025.
Questi numeri appartengono formalmente al sistema giudiziario e carcerario, ma politicamente si inseriscono nella narrazione di uno Stato che ha risposto al dissenso con coercizione, punizioni esemplari e paura.
Operazioni al di fuori dell’Iran
Khatib rivestiva un ruolo rilevante anche oltre i confini iraniani. Il ministero da lui guidato è stato accusato di dirigere operazioni informatiche, colpire i dissidenti all’estero e contribuire a un sistema di repressione transnazionale.
La sua importanza non risiedeva nel collegamento diretto a ogni singola operazione, ma nel fatto di essere al vertice di un apparato capace di integrare spionaggio tradizionale, cyber operations, sorveglianza degli esuli e cooperazione tra agenzie.
In questo senso, Khatib era meno un comandante operativo e più un gestore di sistema, figura chiave nella strategia di sicurezza globale dell’Iran.
https://www.iranintl.com/en/202603185312
Una voce palestinese – non c’è tempo per i perdenti: perché la guerra destinata a salvare Israele potrebbe distruggerlo
Ramzy Baroud, capo redattore del Palestine Chronicle, offre una lettura alternativa della crisi, diversa per impostazione e prospettiva, ma non per questo meno rilevante. Conoscere per comprendere.
Egli afferma che, quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu lanciarono l’aggressione militare contro l’Iran il 28 febbraio, sembravano convinti che la guerra sarebbe stata rapida. Secondo quanto riferito, Netanyahu assicurò a Washington che la campagna avrebbe portato a una vittoria strategica decisiva, in grado di riorganizzare il Medio Oriente e di ripristinare la capacità di deterrenza di Israele, ormai compromessa.
Se Netanyahu stesso credesse o meno a quella promessa è un’altra questione.
Per decenni, gli ambienti influenti dell’establishment strategico israeliano non hanno necessariamente cercato la stabilità, bensì la “distruzione creativa”: smantellare le potenze regionali ostili e favorire scenari politici frammentati.
Questa visione è stata formalizzata nel documento del 1996, A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, elaborato per Netanyahu da strateghi neoconservatori statunitensi, tra cui Richard Perle.
Il documento sosteneva l’abbandono della logica del “terra in cambio di pace” in favore di una strategia volta a indebolire o eliminare i regimi ostili, in particolare Iraq e Siria, con l’obiettivo di una ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente favorevole a Israele.
Per molti aspetti, i decenni successivi sembrarono confermare questa impostazione.
Il Medio Oriente riorganizzato
L’invasione dell’Iraq del 2003 è stata considerata una catastrofe per gli Stati Uniti, ma ha comunque prodotto effetti strategici rilevanti: la caduta di Saddam Hussein, la distruzione del partito Ba’ath e la fine del più potente esercito arabo della regione.
Per Israele, ciò ha significato l’indebolimento strutturale di uno dei principali avversari regionali.
L’Iraq ha cessato di essere una potenza coesa, mentre la Siria è sprofondata nella guerra civile dal 2011 e la Libia è collassata dopo l’intervento NATO. L’intera regione ha visto il declino degli Stati nazionalisti arabi, sostituiti da sistemi fragili e frammentati.
L’errore di valutazione di Trump sull’Iran
Dal punto di vista israeliano, la frammentazione regionale sembrava funzionare. In assenza di potenze forti, diversi Paesi del Golfo hanno rivalutato i rapporti con Israele.
Il risultato sono stati gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno normalizzato le relazioni tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrein, e successivamente Marocco e Sudan.
Per un periodo, la trasformazione geopolitica immaginata sembrò realizzata.
Gaza ha cambiato l’equazione
Ma la traiettoria non è stata lineare.
La guerra a Gaza non ha prodotto la vittoria strategica attesa. Al contrario, ha evidenziato vulnerabilità militari e politiche di Israele.
La resistenza palestinese ha dimostrato che la superiorità militare non garantisce automaticamente il controllo politico.
Le conseguenze sono state regionali e globali: rafforzamento dei movimenti di resistenza, divisioni tra governi arabi, e una crescente solidarietà internazionale con i palestinesi.
L’immagine internazionale di Israele ha subito un danno significativo.
La narrazione occidentale di Israele come avamposto democratico si è progressivamente erosa. Sempre più spesso viene descritto come uno Stato impegnato in oppressione sistematica e, nel caso di Gaza, in una violenza di natura genocida.
Il costo strategico di questo crollo reputazionale è difficilmente quantificabile. La potenza militare si fonda anche sulla legittimità, e una volta erosa, è estremamente difficile da ricostruire.
L’ultima scommessa di Netanyahu
In questo contesto, la guerra contro l’Iran si è rivelata la scommessa più rischiosa di Benjamin Netanyahu.
Se avesse successo, potrebbe ripristinare il predominio regionale di Israele e riaffermarne la capacità di deterrenza. Sconfiggere l’Iran, o anche solo indebolirlo gravemente, significherebbe ridefinire gli equilibri di potere in tutto il Medio Oriente.
Ma anche il fallimento comporta conseguenze altrettanto profonde.
Netanyahu ha legato la propria sopravvivenza politica alla promessa di una vittoria strategica. In diverse dichiarazioni ha descritto il confronto con l’Iran come una “missione storica”, con una narrazione quasi biblica.
Quella che doveva essere una campagna rapida assomiglia sempre più a un conflitto prolungato.
Israele non può sostenere una guerra di questa portata da solo. Per questo, Netanyahu ha lavorato per coinvolgere direttamente gli Stati Uniti, seguendo uno schema già visto nei conflitti mediorientali.
Il paradosso della guerra di Trump
Per Washington, resta una domanda centrale: perché Donald Trump, che si era schierato contro le “guerre infinite”, ha portato gli Stati Uniti in un nuovo conflitto?
Nel 2016, Trump aveva criticato apertamente l’intervento in Iraq, definendolo un errore che aveva destabilizzato il Medio Oriente.
Eppure oggi, la sua amministrazione è coinvolta in uno scontro dalle conseguenze potenzialmente superiori a quelle delle guerre precedenti.
Per chi vive sotto le bombe, le motivazioni contano poco.
In tutta la regione si ripetono scenari già visti: città distrutte, fosse comuni, famiglie in lutto, società travolte dalla violenza del conflitto.
Ma il contesto geopolitico è cambiato.
Gli Stati Uniti non godono più di un dominio incontrastato. Cina e Russia sono attori sempre più influenti, mentre le potenze regionali hanno acquisito maggiore autonomia.
Anche il Medio Oriente è profondamente mutato.
Una guerra che sta già andando male
I primi segnali indicano che il conflitto non si sta sviluppando secondo le aspettative di Washington e Tel Aviv.
I sistemi di difesa missilistica di Israele e di diversi Paesi del Golfo sono sotto forte pressione, mentre l’Iran e i suoi alleati hanno dimostrato capacità militari superiori alle previsioni.
La guerra, nata come operazione rapida, si sta trasformando in un conflitto prolungato e logorante.
Anche i mercati energetici riflettono questa evoluzione: invece di rafforzare il controllo occidentale, il conflitto ha interrotto le forniture e aumentato l’influenza iraniana sulle rotte marittime.
Le strategie costruite sulla supremazia militare americana si stanno scontrando con una realtà molto più complessa.
La retorica politica a Washington è diventata più difensiva e al tempo stesso più aggressiva, segno di una crescente difficoltà nel gestire la situazione.
Lo stile del segretario alla Difesa Pete Hegseth appare emblematico di un più ampio collasso intellettuale negli ambienti interventisti: la complessità geopolitica viene ridotta a slogan e narrazioni semplificate.
Nei suoi interventi pubblici, Hegseth ha spesso utilizzato una retorica basata su forza, dominio e spettacolarizzazione, più vicina all’intrattenimento che a una vera dottrina strategica.
Questo rivela un problema più profondo: chi guida uno dei conflitti più pericolosi degli ultimi decenni sembra avere una comprensione parziale delle dinamiche in gioco.
In questo contesto, la guerra non viene realmente analizzata, ma messa in scena.
Netanyahu puntava a dominare il Medio Oriente; Washington a riaffermare il proprio ruolo di superpotenza globale.
Oggi, nessuno dei due obiettivi appare raggiungibile.
Al contrario, il conflitto rischia di accelerare proprio gli scenari che intendeva evitare: un declino del ruolo strategico degli Stati Uniti, un indebolimento della deterrenza israeliana e un Medio Oriente sempre più guidato da attori regionali, piuttosto che da potenze esterne.
Trump, nonostante il linguaggio altisonante e bellicoso, viene descritto come un presidente debole.
La rabbia, in questa lettura, non è sinonimo di forza, ma spesso una maschera dell’insicurezza. La sua amministrazione avrebbe sopravvalutato l’onnipotenza militare americana, indebolito gli alleati e alienato gli avversari, entrando in una guerra di cui coglie solo parzialmente le dimensioni storiche, politiche e strategiche.
Come può una leadership segnata da narcisismo e spettacolarizzazione comprendere la portata della crisi che ha contribuito a generare?
Ci si aspetterebbe saggezza in una crisi globale. Invece, da Washington emerge un linguaggio fatto di slogan, minacce e autocelebrazione, segno di una difficoltà nel distinguere tra ciò che il potere può realmente ottenere e ciò che gli è precluso.
L’amministrazione non sembra cogliere quanto sia cambiato il contesto internazionale, né come il Medio Oriente percepisca oggi l’interventismo militare americano. Soprattutto, appare sottovalutata la crescente contestazione politica e morale di Israele a livello globale.
Nonostante ciò, Trump e il suo entourage continueranno a cercare elementi da presentare come “vittorie” politiche, alimentando una narrazione interna favorevole.
Tuttavia, una parte crescente dell’opinione pubblica americana e globale non sembra più condividere questa visione, sia per le implicazioni morali del conflitto, sia perché la storia tende a essere severa con chi esce sconfitto dalle guerre.
Il ministro degli Esteri israeliano Sa’ar incontra a Gerusalemme il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna
È utile soffermarsi su questa visita perché mette in luce due elementi: da un lato, le linee guida della posizione israeliana, dall’altro la frammentazione della politica estera europea.
Dopo la Germania, è ora l’Estonia a recarsi a Gerusalemme, schierandosi apertamente al fianco di Israele.
Il punto non è la legittimità della scelta, ma il suo significato politico: se i Paesi europei agiscono in modo autonomo, quale peso reale hanno le posizioni di Bruxelles?
Emergono così i limiti strutturali dell’Unione Europea, con il rischio di una crescente marginalizzazione internazionale, mentre Stati Uniti, Russia e Cina continuano a muoversi con maggiore coerenza strategica.
Torniamo a noi.
Il Ministro degli Affari Esteri Gideon Sa’ar ha tenuto oggi (martedì 17 marzo 2026) a Gerusalemme una conferenza stampa con il Ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna.
Di seguito il testo integrale delle dichiarazioni del Ministro Sa’ar:
“Ringrazio il mio amico, il Ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna, per la sua visita di solidarietà in Israele.
Margus, apprezziamo la tua visita, soprattutto in questo momento.
Il 2025 è stato un anno importante per le nostre relazioni bilaterali.
Lo scorso novembre, solo pochi mesi fa, ho avuto il privilegio di inaugurare l’ambasciata israeliana a Tallinn. È stata una giornata fantastica.
Ciò riflette l’importanza che attribuisco alle nostre relazioni.
Non vediamo l’ora di continuare su questa strada anche nel 2026.
Ammiro le capacità degli estoni nell’innovazione e nei servizi digitali per i cittadini. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose.
Il folle regime terroristico iraniano è la principale fonte di instabilità regionale e globale.
Dalla Rivoluzione islamica del 1979, ha esportato estremismo, terrore e spargimento di sangue in Medio Oriente e non solo.
L’Iran ha creato una rete di Stati terroristici per procura in tutta la regione: Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen.
L’Iran ha creato lo Stato terroristico di Hezbollah all’interno del Libano, controllando di fatto il Paese a distanza.
Lo vediamo di nuovo in questi giorni.
Il regime esporta la sua interpretazione fanatica dell’Islam in tutto il mondo.
Il regime è anti-occidentale e cerca di distruggere il nostro stile di vita occidentale.
Questo regime folle massacra enormi masse del proprio popolo che lotta per la libertà.
Questo regime attacca deliberatamente le popolazioni civili nei Paesi limitrofi e in Israele.
Attacca cristiani, ebrei e musulmani. Attacca i luoghi sacri delle tre religioni.
Ieri ha colpito la Chiesa del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Stamattina ho parlato con il Patriarca e ho espresso la nostra solidarietà.
Ha colpito anche il complesso di Al-Aqsa.
Venerdì ha colpito il villaggio musulmano di Zarzir, ferendo 58 persone. Ha colpito una moschea durante il Ramadan.
Il 1° marzo, un missile colpì una sinagoga a Beit Shemesh, uccidendo nove ebrei.
Questo regime folle attacca i civili ovunque, indiscriminatamente.
Israele e gli Stati Uniti stanno smantellando il programma nucleare iraniano, che l’Iran aveva pianificato di trasferire immediatamente in un impianto sotterraneo profondo per renderlo immune agli attacchi aerei.
Stiamo distruggendo il suo programma di missili balistici e la sua industria militare.
Queste minacce non riguardano solo Israele, ma anche altri Paesi del Medio Oriente e dell’Europa.
Ciò avrà un impatto positivo diretto sulla sicurezza europea.
Lei ovviamente conosce l’entità del contributo dell’Iran, in termini di intelligence e armamenti, alla guerra in Ucraina.
Ieri sera, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno eliminato il comandante dei Basij, Gholamreza Soleimani, e il suo vice, nonché segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani.
Anche gli iraniani sono più al sicuro senza di loro.
A proposito, non abbiamo ancora visto Mojtaba. Non le piacerebbe vederlo, Ministro?
Dovrebbe farsi vedere, perché la situazione sta diventando imbarazzante per questo regime.
I Basij, sotto il comando di Soleimani, furono responsabili della brutale repressione del popolo iraniano che cercava la libertà.
Soleimani era soggetto a sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’UE per il suo ruolo nella repressione degli iraniani. Anche Larijani era soggetto a sanzioni statunitensi per lo stesso motivo, con una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Noi, comunque, l’abbiamo fatto gratis.
I Basij usarono metodi crudeli e violenti contro il proprio popolo.
Nel mese di gennaio, il regime ha massacrato probabilmente oltre 30.000 iraniani.
Le nostre azioni stanno indebolendo il suo meccanismo di repressione.
Il regime può essere rovesciato solo dal popolo iraniano.
Tuttavia, senza aiuto esterno, il popolo iraniano non può liberarsi da solo.
La comunità internazionale si trova ad affrontare un pericoloso fenomeno di pirateria moderna, perpetrato da Stati terroristi.
Gli Stati terroristi stanno prendendo il controllo violento delle rotte marittime e danneggiando l’economia globale.
Gli Houthi, un gruppo filo-iraniano, hanno paralizzato la libertà di navigazione nel Mar Rosso.
Ora il regime iraniano sta bloccando il traffico marittimo internazionale e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz.
Eppure, sta garantendo il libero passaggio a una selezione di Paesi, ad esempio Russia e Cina.
Questo assassinio dell’ordine e del commercio globali, e della libertà di navigazione, sta facendo aumentare il costo della vita in tutto il mondo.
Non si tratta semplicemente di una questione americana e israeliana. È un problema globale.
Se questa strategia avrà successo, domani altri regimi potranno agire allo stesso modo in altri luoghi.
Può diventare un problema per il Mar Baltico, il Mar Nero o il Mar Mediterraneo.
Se la pirateria iraniana nello Stretto di Hormuz non verrà debellata, questa forma di terrorismo si diffonderà in tutto il mondo.
Sotto la direzione iraniana, Hezbollah si è unito alla guerra contro Israele.
Finora ha lanciato circa 2.000 missili e droni contro Israele. È un numero incredibile in sole due settimane.
Molti più attacchi sono stati lanciati dal territorio libanese che dall’Iran.
Le nostre comunità nel Nord sono sotto attacco. A volte sono troppo vicine perché le sirene possano avvisarle dell’arrivo dei missili terroristici di Hezbollah.
Si tratta degli stessi cittadini che hanno trascorso un anno lontano dalle proprie case nel 2024, dopo che Hezbollah si era unito alla guerra di Hamas contro Israele.
La storia della loro sofferenza non viene raccontata.
I media internazionali riportano solo ciò che accade sul lato libanese del confine.
Quale Paese normale non reagirebbe di fronte ad attacchi simili?
Israele difenderà i suoi cittadini e le sue comunità.
Vi ricordo: nel 2000 Israele si è ritirato completamente dal Libano, fino all’ultimo millimetro.
Da allora, lo Stato terroristico di Hezbollah è cresciuto e ha preso in ostaggio il Libano.
Il governo libanese si è impegnato a smantellare Hezbollah nell’ambito del cessate il fuoco del novembre 2024. Non ci è riuscito.
E ora non sta facendo nulla per fermare gli attacchi di Hezbollah. Non ha nemmeno licenziato i ministri del governo affiliati a Hezbollah.
Ci aspettiamo che il governo libanese agisca immediatamente per fermare gli attacchi provenienti dal suo territorio.
Se non è disposto ad affrontare Hezbollah, di fatto sta consegnando la sovranità e il futuro del Libano all’Iran.
Ministro,
l’Estonia ha già designato Hezbollah nella sua interezza, compresa la sua ala “politica”, come organizzazione terroristica.
Lo stesso hanno fatto altri Stati europei, tra cui Germania, Repubblica Ceca, Austria, Lituania, Lettonia, Regno Unito e Paesi Bassi.
L’UE ha compiuto un passo morale inequivocabile designando le Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terroristica.
Sarebbe opportuno designare anche Hezbollah, nella sua interezza, come organizzazione terroristica.
Egregio Ministro,
i nostri legami bilaterali sono solidi. Vogliamo rafforzarli ulteriormente nell’economia, nella difesa e in molti altri settori.
Durante la mia visita a Tallinn, ho invitato anche il Ministro della Difesa a visitare Israele e a vedere le nostre tecnologie di difesa.
La tecnologia e i prodotti per la difesa israeliani sono tra i migliori al mondo. Oggi stanno dimostrando il loro valore, sia in attacco sia in difesa.
Israele ha molto da offrire, così come l’Estonia, leader mondiale nell’e-governance.
Caro Margus, non vedo l’ora di collaborare con te per portare i nostri rapporti a un livello superiore.
Grazie.
Conclusione
Desidero chiudere questo articolo con le parole del famoso scrittore coreano Haemin Sunim:
“Le persone più pericolose sono quelle che hanno passione ma mancano di saggezza.”
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


