Il disincanto del primo gennaio raccontato da Eugenio Montale

01.01.2026 – 11.30 – Questo primo gennaio 2026, cullato dal gelo invernale, risuona tra le righe di una poesia malinconica. La voce immortale di un poeta racconta l’atmosfera di un inizio anno sonnacchioso, ancora intorpidito dai festeggiamenti della sera prima. Nessun abbellimento, nessuna magia, solo la realtà di un mattino immobile, ormai svuotato dall’entusiasmo delle feste. Eugenio Montale descrive così “Il primo gennaio”, poesia contenuta nella raccolta Satura (1971). La protagonista del componimento è Drusilla Tanzi, quel “caro piccolo insetto che chiamavano Mosca”: la moglie del poeta. I suoi gesti precisi ed energici si muovono in bilico tra anno vecchio e anno nuovo, ritmando il tempo altrimenti sospeso di una casa silenziosa. Drusilla è impegnata a riordinare le stanze, non si ferma un istante: frasi brevi dal ritmo incalzante descrivono la sua operosità, che contrasta nettamente con la staticità riflessiva del poeta.

Perso tra i suoi pensieri, Montale si aggira nella propria dimora, contemplando a distanza la moglie e osservandone ogni gesto. È un primo gennaio malinconico, che ricorda gli ospiti della sera prima come tanti “intrusi”; è un mattino freddo, in cui “lo scheletro dell’albero di Natale” si fa correlativo oggettivo dei festeggiamenti ormai conclusi. Il poeta medita silenzioso, riconosce di essere stato l’ospite “più impresentabile di tutti/perché gli altri almeno parlano” e lui, invece, rimane “a bocca chiusa”. La festa si è svolta a casa sua, eppure persiste tra queste righe un retrogusto d’inappartenenza: Montale delinea, in una quarantina di versi, quel sentimento di estraneità e di alienazione che subentra proprio nel momento in cui tutti sembrano invece allegri, propositivi, entusiasti per l’inizio del nuovo anno. Il poeta non accenna alle potenzialità dei 12 mesi che si snodano davanti a lui come un sentiero da percorrere: riflette piuttosto sul passato recente e su un presente intorpidito. Riesce a fermarsi, per un istante, restando sospeso e apparentemente indifferente alla corsa del tempo. Forse invidia l’atteggiamento positivo della moglie, che sa affidarsi ad un “minuscolo dio/d’ora in ora diverso”, coltivare la speranza in una realtà fatta di contraddizioni, e ridere, nonostante i dubbi e le insidie della quotidianità.

È una descrizione atipica del primo gennaio, un lato del Capodanno sul quale non amiamo indugiare. Del resto, chi non si è sentito, almeno una volta, come Eugenio Montale, estraneo all’ebbrezza di un anno che si rinnova? E chi non si è ritrovato a desiderare la stessa tenacia di qualche moderna Drusilla, per affrontare con determinazione le asperità della vita?

[b.m.]

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