18.01.2026 – 07.00 – “Pitturo cose che non esistono e che mi piacerebbe vedere. L’immaginazione si nutre delle immagini che incontra sulla sua strada e qui vedete alcune dei viaggi che ho intrapreso” Così, con lingua francese, ma sottotitoli inglesi, il documentario ‘Leonor Fini‘ di Christ Vermocken introduceva la grande pittrice surrealista nel 1987, ad ottant’anni d’età.
Oggi, nel 2026, ricorrono invece i trent’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 18 gennaio 1996 a Parigi. Un intenso legame avvince Leonor Fini a Trieste; e solo negli ultimi decenni è iniziato un lento lavoro di valorizzazione, ad opera soprattutto del compianto scrittore Corrado Premuda. Proprio nell’occasione, presso lo Studio Tommaseo per un pubblico selezionato, verrà presentato da Trieste Contemporanea ‘Leonor Fini, da Trieste in poi‘, opera di Corrado Premuda edita da Comunicarte Edizioni con la collaborazione di Massimo Premuda. L’evento anticipa poi il lancio della biografia nelle librerie la prossima settimana.
Nata a Buenos Aires nel 1907 da un padre di origine napoletana, ma emigrato in Argentina di nome Herminio Fini e da una madre invece di Trieste, la Malvina Braun Dubich, Eleonora visse però pochi anni in Sud America. La madre, a seguito infatti della rottura della relazione col marito e del diniego di quest’ultimo ad un divorzio, fuggì nella città natale di Trieste già nel 1908 dove la piccola Eleonora crebbe soprattutto con lo zio Ernest e i nonni.
Qui crebbe felice, ma in un ambiente descritto da molti biografi come bizzarro: dopo un tentativo di rapimento da parte del padre sventato dagli ufficiali austriaci, la madre iniziò a vestirla come maschio, corredando la sua nuova figura persino di documenti falsi; e l’infanzia presso la scuola si caratterizzò per il senso di ribellione e di indipendenza, rare all’epoca. In questo contesto emerge l’attrazione verso la pittura, poi perseguita nella giovinezza in un ambiente culturalmente ricchissimo: Leonor Fini si muoveva ancora nella Trieste austriaca dove, grazie allo zio bibliofilo, era possibile chiacchierare con giganti come Umberto Saba, Italo Svevo, Bobi Bazlen, Gillo Dorlfes e Raffaello de Banfield.
Autodidatta, Leonor Fini non frequentò mai né scuole né accademie, la pittrice all’inizio imitò i preraffaelliti, prima di passare ai romantici tedeschi e francesi. Ma nei primi, grandi, quadri emerge in particolare la grande lezione dei pittori del Rinascimento italiano. In questo contesto impossibile non citare, nel periodo triestino, gli amici Carlo Sbisà e Arturo Nathan, coi quali Leonor Fini diede il via a un terzetto ribattezzato da Giorgio Carmelich “complotto artistico”.
Un esempio di questo studio dei grandi maestri del passato, in controtendenza con molte avanguardie (ma in sintonia col grande De Chirico), appare evidente nel ‘Ritratto di Italo Svevo‘, iniziato nel 1928 alcuni mesi prima della scomparsa dello scrittore. Il realismo del volto, specie con la pelle ormai ‘vecchia’, carica di difetti, contrasta con lo sfondo di sapore metafisico. Seguirò poi, dal ’29, il periodo a Milano e dal ’31 soprattutto la grande Parigi: Trieste rimarrà però la città dell’infanzia e della madre.
[z.s.]


