Perché le maglie da calcio costano così tanto (e perché i produttori guadagnano poco)

26.12.2025 – 08.00 – Quasi cento euro per una maglia ufficiale, oltre 150 per le versioni “premium”. Cifre che molti tifosi nei giorni scorsi avranno speso per fare di una maglia ufficiale di un club di calcio una strenna natalizia, prezzi ormai considerati normali ma che continuano a far discutere gli appassionati. Perché una maglia da calcio costa così tanto? E soprattutto: chi ci guadagna davvero? La risposta, forse sorprendente, è che i grandi marchi sportivi – Adidas, Nike, Puma, Macron e gli altri – raramente traggono veri profitti diretti dalla vendita delle maglie. «Raggiungere il pareggio è già un successo», ha ammesso al sito specializzato Flashscore il direttore di uno dei più importanti brand sportivi tedeschi. «Di solito dalle vendite non si ricava alcun profitto, soprattutto con i grandi club, dove l’attenzione deve essere rivolta al progetto mediatico, non solo ai numeri».

Con le nazionali il quadro è ancora più complesso. «In pratica la visibilità è concentrata ogni quattro anni», spiega il dirigente, riferendosi a Mondiali ed Europei. Il vero valore, per i marchi, non sta quindi nel margine sulla singola maglia, ma nell’esposizione globale del proprio logo su squadre seguite da milioni di tifosi.

Dove finiscono i soldi di una maglia

I veri beneficiari del business delle maglie sono soprattutto i club e le federazioni, che incassano royalties e diritti di licenza. Il prezzo finale, infatti, è il risultato di una lunga catena di costi.

Secondo un’analisi dell’inglese BBC, una maglia della Premier League – che costa in media 98 euro – si suddivide così:

  • circa 9,47 euro per tessuto, cucitura e trasporto;

  • circa 10,57 euro per marketing, licenze e distribuzione;

  • circa 15,11 euro di tasse;

  • circa 18,03 euro destinati al produttore;

  • ben 41,65 euro, in media, alla quota del rivenditore.

Una ripartizione confermata anche da Puma. «Le variazioni riguardano soprattutto la parte marketing», spiega Fabio Kadow, «a seconda che si tratti di contratti fissi, royalties o bonus legati alle vendite».

Licenze, tecnologia e marketing

Le maglie ufficiali non sono semplici capi di abbigliamento. Utilizzare stemmi, colori e identità visive di club e nazionali ha un costo elevato in termini di licenze e diritti, che incidono in modo significativo sul prezzo finale. A questo si aggiungono i materiali e le tecnologie: tessuti tecnici avanzati, soluzioni per la traspirazione, cuciture rinforzate, stampe e ricami di qualità superiore. Processi produttivi molto più sofisticati rispetto all’abbigliamento comune.

Un altro fattore decisivo è il marketing globale. I grandi club e i brand sportivi investono milioni in campagne pubblicitarie, testimonial e sponsorizzazioni, e anche questi costi finiscono inevitabilmente nel prezzo pagato dal tifoso. Infine, la distribuzione internazionale: spedizioni, dazi doganali, sdoganamenti e tassazione, soprattutto fuori dall’Europa, contribuiscono ulteriormente all’aumento dei prezzi.

Dal campo alla moda (e al collezionismo)

Negli ultimi anni il mercato delle maglie da calcio è cambiato profondamente. Da semplice divisa sportiva, la maglia è diventata un oggetto di moda e di stile. Non è raro infatti vedere artisti pop o influencer indossare maglie di club sui social, da TikTok a Instagram. Parallelamente è cresciuto il mercato delle versioni “premium replica”, che possono superare i 150 euro, e quello del collezionismo. Sempre più maglie non vengono acquistate solo per una stagione, ma conservate come oggetti iconici, aumentando la percezione del loro valore.

Con una domanda globale in costante crescita, è probabile che i prezzi continuino a salire. E mentre i tifosi continuano a pagare cifre sempre più alte, il paradosso resta: per i grandi marchi, più che una fonte di guadagno diretto, la maglia è soprattutto uno strumento di visibilità planetaria.

[l.d.]

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