23.12.2025 – 15.15 – La notizia, come tutte le decisioni che contano poco ma dicono molto, arriva con il linguaggio ovattato delle istituzioni. Una direttiva dello Stato Maggiore della Difesa, applicando un decreto presidenziale del Quirinale, stabilisce che durante le cerimonie militari ufficiali non si dovrà più pronunciare il “Sì!” finale del Canto degli Italiani. Motivazione: rigore filologico, rispetto del testo originario di Goffredo Mameli. L’inno deve finire prima. Con discrezione. Senza prendere troppo la parola. È una scelta che non nasce dalla politica contingente, ma da una visione dello Stato che ama i simboli solo quando sono mansueti. Il Quirinale non governa, non polemizza, non cerca consenso. Custodisce. E quando custodisce, lo fa con quella cautela che spesso scivola nella diffidenza verso tutto ciò che appare eccessivo, emotivo, non perfettamente incasellabile.
Eppure quel “Sì!” non è una sbavatura. È una dichiarazione. È l’unico momento in cui l’inno, canto solenne e necessario, smette di essere una liturgia e diventa un atto di volontà. Non descrive più l’Italia: la afferma. Ed è proprio questo che sembra diventato indigesto. Perché affermare è esporsi, mentre custodire è contenere. Si tira in ballo Mameli, come si fa sempre quando serve una copertura storica. Mameli non lo scrisse, dicono. Vero. Ma allora bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di citare anche Michele Novaro, il compositore, quello che trasformò quei versi in musica e che quel “Sì!” lo aggiunse consapevolmente. Non per distrazione, ma per necessità espressiva. Nelle sue note spiegò che serviva a chiudere il crescendo con un grido supremo, un giuramento, un grido di guerra. Chiese persino scusa al poeta, come fanno gli artisti quando sanno di aver forzato una regola per dire qualcosa di vero.
Oggi, invece, Novaro viene archiviato come un incidente di percorso. La musica va bene, purché non parli troppo. Purché non chiuda con una sillaba che suona come una scelta. Meglio attenersi al testo, anche se il testo da solo non è mai bastato a far vivere un inno. I simboli non sopravvivono per purezza, ma per uso. E l’uso, da oltre un secolo, ha detto sì. Il paradosso è che tutto questo avviene nel nome dell’unità nazionale. Proprio mentre si interviene su uno dei rarissimi simboli che, senza bisogno di spiegazioni, continuano a funzionare. Il “Sì!” è riconoscibile, popolare, immediato. È l’unica parte dell’inno che non sembra scritta per essere osservata, ma per essere detta. E forse è questo il problema. Questa non è una scelta autoritaria. È una scelta pedagogica, che presume di insegnare al Paese come deve concludere la propria affermazione di sé. Come se l’identità nazionale dovesse essere accompagnata fino all’uscita e invitata a non alzare la voce. Come se l’entusiasmo fosse una concessione, non una componente. Si può imporre il silenzio nelle cerimonie. Si può disciplinare il protocollo. Ma non si può riscrivere l’abitudine emotiva di un Paese. Il “Sì!” continuerà a esserci, fuori dai ranghi, lontano dalle tribune, dove l’Italia non viene custodita ma vissuta. Dove Mameli e Novaro, insieme, continuano a dire qualcosa che nessun decreto potrà mai rendere più composto.
[f.v.]


