12.11.2025 – 14.45 – Studiando le dinamiche complesse del conflitto in atto in Ucraina e la volatile situazione generale in Medio Oriente, stiamo assistendo da alcuni anni all’evoluzione delle tecniche della cosiddetta “guerra ibrida”, sempre più sofisticata, aggressiva e spesso invisibile. Storici militari e autorevoli analisti occidentali ricordano che Carl von Clausewitz (1780–1831), famoso generale prussiano e tra i teorici militari più influenti della storia, noto per l’opera “Vom Krieg” (“Della guerra”), studiò a fondo la complessità dei conflitti per esplorare la natura stessa della guerra. Celebre è la sua definizione: “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Analizzando sinteticamente alcuni aspetti delle sue opere, si rileva la fondamentale interazione, nota come triade, tra valore (o volontà), attrito (o caso) e pensiero razionale sul campo di battaglia; ciò evidenzia come la guerra non possa mai essere semplificata in formule lineari. Questa triade si riferisce anche al rapporto dialettico e dinamico tra Stato, popolo e leader. Le intuizioni di Clausewitz sulla strategia, l’importanza delle forze morali e la necessità di allineare le operazioni militari agli obiettivi politici hanno influenzato il pensiero militare negli ultimi due secoli, attraversando diverse latitudini ideologiche, da Engels a Lenin, passando per Mao e Hitler, fino ai russi e agli statunitensi.
In altre parole, Clausewitz ha offerto una visione della guerra che va oltre i numeri e le strategie convenzionali. Siamo di fronte, in sintesi, a un fenomeno intrinsecamente umano e, proprio per questo, i fattori morali e psicologici sono altrettanto significativi quanto quelli materiali. Inoltre, i cambiamenti tecnologici influenzano profondamente il modo di condurre una guerra, obbligando i leader a integrare la tecnologia nella strategia. Il pensiero di Clausewitz, pertanto, si dimostra incredibilmente attuale nel XXI secolo: la guerra sta evolvendo e, con essa, le dinamiche di conflitto e le interazioni fra Stato, Forze armate e popolazione. La guerra totale presenta sfide uniche, che Clausewitz avrebbe certamente considerato significative. Già due secoli fa egli affermava: “La guerra è dunque un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”. Le guerre moderne, frequentemente caratterizzate dall’intervento di attori statali e non, richiedono una riflessione rigorosa sui metodi di combattimento e sulla giustificazione della violenza. Clausewitz affermava, inoltre, che la guerra non è semplicemente un confronto armato: essa implica anche la manipolazione delle percezioni e delle emozioni di coloro che combattono. In un mondo in cui i conflitti si conducono con mezzi ibridi, che uniscono forze militari tradizionali e operazioni non convenzionali, la teoria di Clausewitz rivela l’importanza cruciale della comprensione della natura umana. Ricordiamoci che la guerra è tanto una questione di rapporti di forza quanto di opinioni pubbliche e politiche.
LA MILITARIZZAZIONE DELLE NEUROSCIENZE
Nel 2020 Hervé Le Guyader, nel saggio “Weaponization of Neurosciences” (“La militarizzazione delle neuroscienze”), ha affermato che la tecnologia ha favorito un aumento costante dei domini in cui avviene il conflitto. Ai tradizionali tre domini di terra, mare e aria, nel corso del secondo Novecento se ne sono aggiunti ulteriori due: lo spazio e il cyberspazio. Recentemente, diversi teorici hanno suggerito la necessità di concepire un sesto dominio, quello informativo, che si caratterizzerebbe come vero e proprio dominio cognitivo, ovvero il campo in cui si compete per il controllo della mente umana.
In tale contesto, nel 2022, il generale dell’esercito francese Olivier Pinard Legry, esperto del settore, ha affermato testualmente: “Vincere la guerra prima della guerra significa vincere la battaglia delle volontà prima di varcare la soglia dello scontro cinetico e mortale. Si tratta quindi di sferrare colpi sotto la soglia, mirando a influenzare la volontà dell’avversario piuttosto che la sua integrità fisica. Ciò implica portare la lotta su un terreno sempre più discusso nella letteratura militare: il terreno cognitivo, ovvero il regno dell’infinitamente intimo e strategico di ogni individuo: il cervello. Vincere la guerra prima della guerra significherebbe quindi vincere la guerra delle menti, la guerra cognitiva”. Il massimo esperto americano di guerra cognitiva, il neuroscienziato James Giordano, ha dichiarato che il cervello umano è il campo di battaglia del XXI secolo. Alla domanda “Che cosa comprende esattamente l’espressione ‘guerra cognitiva’?”, Giordano ha risposto: “Ridotta alle scienze cognitive che analizzano il comportamento cerebrale, o alla dimensione cognitiva del soldato potenziato, o persino all’influenza delle operazioni e della guerra psicologica, la cognitiva militare, oggi, è tutto questo contemporaneamente!”.
DEFINIAMO IL CONCETTO DI GUERRA IBRIDA
Tra le tante possibili definizioni, quella che sembra maggiormente aderente allo sviluppo delle attuali dinamiche è stata coniata nel 2007 da Frank Hoffman, già ufficiale dei U.S. Marine Corps e autorevole analista, che nella sua pubblicazione “Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid Wars”, edita dal Potomac Institute for Policy Studies, ha definito la guerra ibrida come “il simultaneo manifestarsi di differenti modi di condurre la guerra da parte di avversari flessibili ed evoluti, i quali comprendono come, per ottenere il successo, sia necessario ricorrere a una varietà di forme tattiche concepite per raggiungere specifici scopi in un determinato lasso di tempo”.
IL PENSIERO DI KAREN GIBSON, UFFICIALE GENERALE DELL’INTELLIGENCE MILITARE STATUNITENSE
Nel 2019 il tenente generale dell’esercito Karen H. Gibson, allora vicedirettore dell’intelligence americana, durante una conferenza ad Arlington, in Virginia, ha affermato che “la guerra ibrida è lo sforzo di raggiungere obiettivi strategici senza ricorrere a una forza significativa. La guerra ibrida può includere operazioni di informazione, movimenti di truppe, campagne di disinformazione, attacchi informatici o una combinazione di tutti questi elementi”.
Gibson, inoltre, ha sottolineato che “già Sun Tzu, generale e stratega cinese vissuto più di 2.500 anni fa, aveva dichiarato che l’arte suprema della guerra è sottomettere il nemico senza combattere e che ogni guerra si basa sull’inganno. Ciò che è diverso ora è la capacità senza precedenti di utilizzare le informazioni come elemento di guerra con un volume, una velocità, un’ampiezza, una profondità e una precisione molto maggiori di quanto fosse possibile in precedenza, perché i sistemi IT globali ci hanno resi più connessi, più automatizzati e hanno consentito una messaggistica più precisa che mai. Questo sviluppo consente agli avversari di diffondere enormi volumi di informazioni e di rivolgersi a un pubblico preciso. I rischi e le opportunità non faranno che aumentare con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e con la maturazione di Internet. La guerra ibrida è attraente per nazioni o gruppi che vogliono sfidare gli Stati Uniti, perché i Paesi non vogliono essere oggetto della potenza militare convenzionale statunitense in nessun ambito. Le nazioni hanno visto lo stile di guerra statunitense nelle operazioni Desert Shield/Desert Storm, Enduring Freedom e Iraqi Freedom: non vogliono essere coinvolte in questo tipo di conflitto. La guerra ibrida è a basso rischio e a basso costo e offre all’avversario l’opportunità di confondere le idee, gettando dubbi su chi sia il responsabile di queste azioni nella zona grigia. La sfida per l’intelligence statunitense è identificare e fornire attribuzione pubblica di ciò che stanno facendo i nostri avversari. Parte di questa sfida è il fatto che la comunità dell’intelligence non vuole rivelare fonti e metodi, e un’altra è semplicemente il tempo necessario per garantire l’accuratezza”.
IL PENSIERO MILITARE RUSSO AVVIATO DA VALERIJ VASIL’EVIČ GERASIMOV
Il 26 febbraio 2013 la rivista militare russa VPK ha pubblicato l’intervento tenuto dall’allora capo di Stato maggiore, generale Valerij Vasil’evič Gerasimov, durante una conferenza dell’Accademia di Scienza Militare di Mosca. L’articolo, dal titolo “Il valore della scienza sta nella lungimiranza. Nuove sfide richiedono un ripensamento delle forme e dei metodi delle operazioni di combattimento”, esponeva la necessità, per le Forze armate russe, di adattare i propri mezzi e metodi di combattimento alle nuove sfide del XXI secolo. Nei mesi successivi, l’intervento di Gerasimov è stato condiviso sul blog dell’esperto britannico di Russian Studies Marc Galeotti, che lo definì “dottrina”, determinando un processo di “glorificazione non richiesta” dello stesso Gerasimov, non solo in Russia ma anche in Occidente. In realtà, le riflessioni di Gerasimov miravano a evidenziare la necessità di sviluppare una strategia onnicomprensiva in grado di difendere gli interessi della Federazione. Pertanto, quelle dichiarazioni esplicitavano la presa di coscienza, da parte russa, della nuova natura della guerra moderna, concettualizzandone il carattere ibrido e indicando agli istituti di ricerca militari russi la direzione nella quale produrre nuove soluzioni operative.
Negli anni successivi, la comunità militare russa ha accolto l’invito di Gerasimov, sviluppando un insieme di principi militari definiti in russo “Voina novogo pokoleniia”, in inglese “New Generation Warfare” (NGW). Spesso gli analisti occidentali tendono ad associare il NGW all’hybrid warfare (HW), di matrice occidentale. Tuttavia, sebbene simili nelle tecniche, NGW e HW hanno alle spalle fonti e tradizioni militari diverse, tali da far rifiutare ai circoli russi l’utilizzo del termine hybrid warfare. Decisive nello sviluppo del NGW sono state le tradizioni militari sovietiche delle “misure attive” (l’insieme di quelle azioni offensive che, attraverso inganno, sotterfugio, disinformazione e sabotaggio, permettono di bloccare l’attività nemica a uno stadio iniziale), nonché la “Rivoluzione negli affari militari” degli anni Ottanta, che puntava invece alla sconfitta dell’avversario interrompendone il processo decisionale con attacchi elettronici sulla sua catena di comando e controllo. Tuttavia, entrambe le tecniche mirano a manipolare la visione della realtà dell’avversario, producendo al contempo condizioni operative favorevoli al raggiungimento degli obiettivi strategici. Questo era l’impianto teorico su cui operarono Gerasimov e i suoi colleghi. “Geopolitica”, in merito, ha affermato che il NGW è una teoria della vittoria che mira alla sconfitta dell’avversario, enfatizzando l’uso integrato di strumenti di influenza militari e non militari per massimizzarne l’effetto coercitivo.
Il NGW opera, dunque, attraverso un amalgama intersettoriale di strumenti di hard e soft power e può attingere a molteplici gradazioni di coercizione: da quella militare e nucleare a quella economica ed energetica, passando per quella politica e diplomatica e, soprattutto, per quella cibernetica e della sfera dell’informazione. Il NGW è quindi una strategia di coercizione dall’intento “olistico” che non abbandona l’uso della forza militare, ma lo diluisce mediante un’ampia serie di strumenti complementari. Ciò può tradursi in una gamma di azioni che spaziano dagli attacchi cibernetici alle campagne di controinformazione, dai richiami costanti all’arsenale nucleare russo alle operazioni sotto copertura, fino, in extrema ratio, a veri e propri interventi militari. Sulla scia della tradizione sovietica, questi strumenti agiscono in primis sulla percezione dell’avversario, cercando di alterarne le scelte strategiche e il comportamento, in modo da fomentarne opportunisticamente le divisioni interne o da manipolarne il processo decisionale.
IL PENSIERO STRATEGICO DELLA NATO
Il 7 maggio 2024, dal sito della NATO si afferma testualmente che: “Gli alleati della NATO affrontano minacce e sfide da parte di attori statali e non statali che utilizzano attività ibride per colpire le istituzioni politiche, influenzare l’opinione pubblica e minare la sicurezza dei cittadini della NATO. Metodi di guerra ibrida – come propaganda, inganno, sabotaggio e altre tattiche non militari – sono stati a lungo utilizzati per destabilizzare gli avversari. La novità degli attacchi osservati negli ultimi anni è la loro velocità, portata e intensità, facilitate dal rapido cambiamento tecnologico e dall’interconnettività globale. La NATO ha una strategia per il suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida ed è pronta a difendere l’Alleanza e tutti gli alleati da qualsiasi minaccia, sia convenzionale sia ibrida”. In tale contesto, merita rilevare che, secondo il NATO Hybrid Warfare Centre of Excellence, la guerra ibrida viene definita come “una strategia che integra in modo coordinato strumenti statali e non statali, convenzionali e non convenzionali, per ottenere effetti sinergici in grado di disorientare, paralizzare o indebolire un avversario, rimanendo spesso al di sotto della soglia di guerra aperta. L’approccio è subdolo e adattivo: mira a sfruttare vulnerabilità sistemiche, infiltrarsi nei processi decisionali e sfruttare le divisioni interne delle democrazie occidentali”.
La NATO, inoltre, individua le principali dimensioni operative della guerra ibrida, che includono:
* attacchi cibernetici a infrastrutture critiche, reti militari, sistemi industriali;
* campagne di disinformazione e influenza psicologica, amplificate da troll farm, bot e deepfake;
* manipolazione economica e commerciale, incluse sanzioni, corruzione e ricatti energetici;
* azioni di sabotaggio e atti ostili in ambito subacqueo, spaziale e terrestre;
* presenza paramilitare o mercenaria negabile;
* strumentalizzazione di migranti o rifugiati per destabilizzare confini e creare pressioni sociali.
Dal 2016 in poi, la NATO ha progressivamente aggiornato la propria dottrina per adattarsi a questa nuova forma di conflitto. In particolare:
* ha riconosciuto formalmente che un attacco ibrido può attivare l’Articolo 5, che prevede la difesa collettiva;
* ha definito una “Baseline Requirements for National Resilience”, cioè un insieme di requisiti minimi che ogni Stato membro deve garantire per resistere a minacce ibride, tra cui l’indipendenza energetica, la continuità delle comunicazioni e la protezione dei trasporti;
* ha potenziato il NATO Cyber Defence Centre of Excellence e ha istituito Hybrid Support Teams specializzati nella risposta rapida alle crisi ibride;
* ha avviato esercitazioni simulate multidominio, come Locked Shields, Cyber Coalition e Trident Juncture, per addestrare le Forze armate alle nuove logiche del conflitto ibrido;
* ha rafforzato la cooperazione con l’Unione europea, in particolare nell’ambito della protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, delle supply chain e del cyberspazio.
Dal Vertice di Vilnius del 2023, inoltre, i leader NATO hanno concordato un nuovo quadro strategico per contrastare minacce ibride e cyber provenienti da attori statali ostili come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord.
IL CAMPO DI BATTAGLIO NELLA “GREY ZONE”
Jacopo Marzano, noto analista del settore, recentemente, in un interessante editoriale su Formiche.it, rileva che le “aggressioni sottosoglia” si stanno moltiplicando. Numerosi “strani” episodi si verificano costantemente nelle aree contese dell’Artico e del Mar Cinese Meridionale, passando per le infrastrutture subacquee e strategiche nel Baltico e per gli snodi aeroportuali, cibernetici, logistici e militari europei. Tutte queste “operazioni di intelligence”, ovviamente, non arrivano mai a configurare un atto di guerra, ma determinano – seppure in scala ridotta – effetti strategici. Si tratta di operazioni dirette a minare infrastrutture strategiche, diffondere disinformazione, influenzare l’opinione pubblica, ma anche chiaramente orientate a testare le difese e le reazioni degli Stati “nemici” e delle loro popolazioni.
Tutto questo avviene senza dichiarazioni formali di conflitto e in uno spazio operativo che si colloca in una dimensione definita zona grigia tra la pace e la guerra. La grey zone può quindi essere definita come una dimensione nebulosa nella quale si intrecciano contro-diplomazia, attacchi cibernetici, campagne di disinformazione, sabotaggi a bassa intensità e uso di attori di facciata o di agenti usa e getta. Una nuova sfida che, tuttavia, affonda le sue origini molti decenni prima, a partire dallo studio della propaganda e della controinformazione nei conflitti mondiali, ma che oggi si è evoluta pericolosamente, lasciandoci sempre più interdetti, indifesi e sgomenti. La guerra ibrida è ormai la modalità preferita dagli attori statali e non statali per esercitare influenza, intimidire, disinformare o disgregare gli avversari senza affrontare apertamente un conflitto armato. Pertanto, come affermano diversi analisti occidentali, in una realtà sempre più complessa e contraddistinta da un’“esaltazione tecnologica” in cui cyber, intelligence, intelligenza artificiale, neuroscienze, comunicazione strategica, tecnologie emergenti e forza convenzionale sembrano volersi fondere, determinando una possibile miscela esplosiva, la cooperazione tra Stati, settori e discipline non è più un’opzione: è la nuova linea del fronte.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


