05.11.2025 – 15.49 – Le criticità della detenzione si fanno sempre più evidenti, la necessità e l’opportunità – anche per profili di sicurezza pubblica – di normative deflattive appaiono, a molti, necessarie, invece!” Così il principio di una nota Elisabetta Burla, garante comunale dei diritti dei detenuti. “Invece il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria riduce gli spazi della rieducazione, rendendo farraginoso l’iter delle autorizzazioni necessarie per poter svolgere eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo nelle carceri. Non più solo il parere del Direttore del carcere e l’autorizzazione del Magistrato di Sorveglianza ma la decisione – si pretende – spetti al DAP. Con tempi assolutamente aleatori, indeterminati”.
“Tale dato contrasta nettamente con quanto sancito dall’art. 17 della legge 354/1975 che recita ‘Sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti con la comunità carceraria e la società libera. Le persone indicate nel comma precedente operano sotto il controllo del direttore’”.
“Non si tratta” prosegue la nota, “solo di una regressione del già complesso percorso di ‘rieducazione’ e di risocializzazione, ma di mettere in atto una serie di ostacoli volti a rendere sempre più complesso quel percorso, dimostrando – ad alti livelli – una sfiducia, neppure mal celata, verso i direttori degli istituti, e in generale degli operatori penitenziari che, con estrema difficoltà, si trovano ad operare in luoghi sempre più sovraffollati, dove l’utenza è sempre più spesso vittima delle fragilità e della marginalità, dove le competenze linguistiche richiederebbero interpreti e, prima ancora, mediatori culturali. Sfiducia e delegittimazione anche nei confronti della Magistratura di Sorveglianza, anch’essa lasciata ad operare ‘in trincea’ a causa dell’assenza importante di personale, anche amministrativo”.
“Una presa di posizione che peraltro contrasta con quanto altri esponenti del medesimo Ministero proclamano a favor di telecamera. Come interpretare, per esempio, le parole del viceministro alla Giustizia Sisto” richiama alla memoria Burla, “che in occasione della recente visita anche alla casa circondariale di Trieste, pur apprezzando lo sforzo titanico degli operatori riconosce che ‘il sovraffollamento è il vero problema delle carceri’ aggiungendo che ‘bisogna evitare due fenomeni: lo sdegno e la depressione’”.
“Il detenuto che vive male” rileva Sisto, “che non ha condizioni igieniche soddisfacenti, che ha una brutta sanità all’interno del carcere provoca, ha in sé uno sdegno e le rivolte diventano una sorta di protesta contro il luogo in cui tu vivi. La depressione è quella che invece ti prende quando non hai prospettive, se non c’è un percorso trattamentale che ti dà l’idea che al di fuori c’è qualcosa da fare, che puoi fare; la depressione può comportare anche gesti di autolesionismo”.
“Ebbene” si appresta a concludere Burla, nella nota, “il percorso trattamentale diventerà sempre più complesso da realizzare in un contesto detentivo in cui gli atti di autolesionismo non si contano e non fanno notizia. Del resto non fa più notizia neppure il numero sempre crescente di suicidi”.
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