25.11.2025 – 15.15 – 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: le campagne di sensibilizzazione si moltiplicano, gli istituti scolastici dedicano al tema indispensabili progetti educativi, manifestazioni e cortei riempiono le strade mentre i palazzi si tingono d’arancione. È una presa di coscienza collettiva, una mobilitazione massiccia che raggiunge ogni singolo cittadino. C’è anche chi alza gli occhi al cielo, chi resta indifferente di fronte a un tema che, purtroppo, i telegiornali si ritrovano a dover trattare troppo di frequente. I dati parlano chiaro: tra il 1 gennaio e il 20 ottobre 2025, le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 85. Da un primo sguardo emerge una leggera flessione del fenomeno, siccome le vittime registrate nei primi dieci mesi del 2024 erano state 102. Eppure, l’incidenza dei femminicidi sul numero totale degli omicidi consumati resta “la più alta mai registrata”: in altre parole, più di una vittima di omicidio su 3 è di genere femminile, come segnala il 12esimo Rapporto Eures sul femminicidio in Italia.
A livello territoriale, è al Nord che si concentra la maggior incidenza dei casi (41 casi, pari al 48,2% del totale), seguito dal Sud (25 vittime pari al 29,4%) e dal Centro (19 vittime pari al 22,4%). Significativamente, il 92,9% delle donne uccise nei primi dieci mesi dell’anno (79 su 85) sono vittime di un contesto familiare disfunzionale, e tra queste, il 70,9% (56) ha perso la vita per mano di un partner. Si rileva così “un’intensificazione della violenza all’interno delle relazioni intime e familiari”. Chi non vive una situazione di violenza osserva che gli strumenti per denunciare e dunque prevenire ulteriori soprusi non mancano, e che esistono molteplici reti di supporto in grado di garantire ascolto e anonimato alle vittime: in realtà, non essendo coinvolti in prima persona, è difficile anche solo concepire il ventaglio di ostacoli che impediscono a una donna di denunciare.
La paura che costringe al silenzio inizia col timore di non essere credute: sono molte le donne che, dopo aver subito una violenza, lasciano scorrere dai 3 ai 6 mesi prima di rivolgersi alle forze dell’ordine, esitando di fronte alla scoraggiante prospettiva di dover affrontare anche la “vittimizzazione secondaria”. Si teme in particolare che le istituzioni, a causa di stereotipi, pregiudizi o mancanza di formazione, mettano in dubbio la credibilità della donna, scivolando così nella spirale del “victime blaming”. Intentare una causa contro l’aggressore può inoltre trasformarsi in un vero e proprio trauma per la vittima, costretta a giostrarsi tra ricorsi e opposizioni nell’incertezza di ottenere giustizia.
Ma la diffidenza nei confronti delle pratiche istituzionali è solo la prima di una serie di barriere che si ergono tra la vittima e la denuncia: la dipendenza economica da un partner maltrattante, specialmente se in un contesto di convivenza, può costituire un ulteriore deterrente per la vittima, che si ritrova a dover scegliere tra l’inferno domestico e l’incertezza di un alloggio futuro. Particolarmente delicata è inoltre la condizione delle famiglie disfunzionali con figli a carico: in questi casi, le vittime preferiscono non reagire per timore di compromettere le dinamiche familiari, o di non essere in grado di tutelare i propri bambini nell’eventualità di un processo o di una separazione. Bisogna poi considerare quelle donne che subiscono abusi e molestie sul posto di lavoro: per loro, il pendolo oscilla tra la volontà di denunciare e la necessità di mantenere la propria posizione lavorativa. Così, la sopportazione silenziosa e la minimizzazione dei soprusi si presenta come l’unica soluzione allo scacco.
Tanti sono gli esempi che si potrebbero ancora citare: eppure, va precisato che il silenzio non è solo frutto di implicazioni economiche, psicologiche e familiari. Il silenzio scaturisce anche dalla limitata conoscenza che le vittime hanno delle varie forme di violenza, nonché dei propri diritti in quanto donne e cittadine. È a questo che servono tutte le iniziative dedicate alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: non è un caso che, ogni 25 novembre, si registri un incremento vertiginoso del numero di chiamate al numero nazionale antiviolenza 1522. Le campagne di sensibilizzazione servono, questa Giornata mondiale non resta un numero sul calendario. La consapevolezza è il primo passo verso la prevenzione: denunciare è un atto indispensabile per proteggere e tutelare non solo se stesse, ma anche tutte le altre donne. Una violenza non segnalata e perpetrata nel tempo potrebbe sfociare un giorno nell’ennesimo femminicidio: e se ci è concessa una rete di supporto, il sostegno istituzionale, la possibilità di costruirci un futuro diverso in ambito familiare o lavorativo, approfittiamone. Perché non ci è concessa una seconda vita.
[b.m.]


