Quando il nemico è in casa. L’America di Trump tra fede, potere e paura

09.10.2025 – 10.54 – La giornata del 30 settembre scorso ha scosso i media americani e occidentali con la notizia della convocazione straordinaria, da parte del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, di tutti i vertici delle forze armate statunitensi presso la base della Marina di Quantico, in Virginia. Una riunione d’urgenza, dal tono grave, che ha immediatamente fatto circolare le ipotesi più disparate: Russia? Cina? Una minaccia esterna di tipo cibernetico? Nulla di tutto ciò. Il “nemico” evocato dai vertici di Washington, come sottolinea nell’analisi il generale Stefano Silvio Dragani, non proveniva dall’esterno ma dall’interno.

Una rivelazione sconcertante, che apre un dibattito profondo sulla condizione politica e sociale degli Stati Uniti, oggi attraversati da fratture interne tanto radicali da spingere il potere militare a interrogarsi sul proprio ruolo nel mantenimento dell’ordine nazionale.

Il discorso di Hegseth – come spiega Dragani – ha colpito non tanto per i contenuti, quanto per il tono e per la scelta del contesto. Ex commentatore di Fox News e volto noto della destra americana, il Segretario ha utilizzato parole durissime contro quella che ha definito “spazzatura ideologica tossica”, “adorazione del cambiamento climatico” e “leadership politica sconsiderata”. Una retorica muscolare, intrisa di richiami patriottici e religiosi, che ha evocato più l’atmosfera di una convention politica che quella di un briefing militare.

Ma l’elemento più inquietante, osserva Dragani, non è stato lo stile, bensì il messaggio: Hegseth ha intimato agli ufficiali che non condividono la sua visione di “farsi da parte”.
Un richiamo alla lealtà che va oltre l’obbedienza gerarchica e sfiora il terreno politico, in contrasto con la tradizione di neutralità che da sempre caratterizza le forze armate americane.

Il colonnello Mark F. Cancian, analista del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha ricordato che “l’esercito statunitense è apolitico e il suo compito è servire la Costituzione, non un presidente”. Tuttavia, nel linguaggio di Hegseth, la distinzione tra lealtà istituzionale e fedeltà personale appare sempre più labile.

Subito dopo, è intervenuto lo stesso Presidente Donald Trump, con un discorso lunghissimo e, come sottolinea Dragani, fortemente elettorale. Più che una riflessione sulla sicurezza nazionale, è sembrata un’autoproclamazione di forza politica. Il passaggio più discusso è stato quello in cui Trump ha suggerito di usare “alcune delle città più pericolose come campi di addestramento per la Guardia Nazionale e le Forze Armate”. Un’affermazione che, se presa alla lettera, rappresenterebbe un salto inquietante nella dottrina militare interna degli Stati Uniti: l’esercito impiegato non per difendere la nazione da minacce esterne, ma per “ripulire” il disordine urbano e sociale.

Per Dragani, la formula del “nemico interno” è la più delicata che un Paese democratico possa evocare. Essa rischia di trasformare un problema di ordine pubblico in una questione di sicurezza nazionale, e dunque di militarizzare la politica interna. L’ombra della Guardia Nazionale schierata nelle città americane riporta alla memoria le immagini delle tensioni razziali e delle rivolte urbane degli anni Sessanta, ma anche le derive di potere tipiche dei regimi populisti contemporanei.

Particolarmente simbolica, poi, la decisione del Presidente di rinominare il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra: una scelta fortemente identitaria, che richiama alla mente un passato in cui la potenza militare era la misura della forza nazionale. “È una riaffermazione del nostro scopo e del nostro orgoglio”, ha dichiarato Trump, ma per Dragani questo gesto segna una regressione semantica: l’idea di guerra come fondamento della sicurezza, anziché come ultima ratio.

Il Guardian, in un editoriale commentato da Dragani, ha colto il paradosso di questo momento: “Il silenzio dei generali durante il discorso di Trump è stata la loro più alta forma di disciplina. Non hanno applaudito né reagito, mostrando fedeltà non al presidente, ma alla Costituzione”.
Un gesto eloquente, un atto di dignità istituzionale, che ha evitato di trasformare i vertici militari in comparse di un comizio elettorale.

Secondo l’analisi di Stefano Silvio Dragani, quanto accaduto a Quantico non è un episodio isolato ma un sintomo: la crescente politicizzazione delle forze armate americane riflette la frattura interna della società statunitense, dove la linea che separa patriottismo e ideologia si fa ogni giorno più sottile. Un’America che rischia di rivolgere le proprie armi verso sé stessa, in una tensione permanente tra identità, potere e paura.

E mentre il mondo osserva, forse distratto da altre crisi globali, il vero campo di battaglia degli Stati Uniti potrebbe trovarsi oggi non a oriente, ma dentro i propri confini.

Stefano Dragani, già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: Frammenti di vita (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; La Cavalleria: uno stile di vita (2023), un affresco storico-militare; Conflitti e parole (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e Un altro mondo (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[f.v.]

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