12.10.2025 – 19:20 – Barcolana è quella polo che non ci sentiamo più addosso. Un simbolo che abbiamo amato, ma che oggi stringe troppo. O forse, semplicemente, non ci veste più. La regata velica più partecipata del mediterraneo è diventata come una playlist perfetta, ma di una musica che non vogliamo più ascoltare. Una melodia che continua a suonare, ma che non parla più di noi. È una Barcolana che sembra non appartenerci più. Dove tutto funziona alla perfezione, in una forma quasi maniacale. Tra stand che si alzano come torri di vetro e plastica e che nascondono quel colpo d’occhio che una volta ci faceva emozionare: quello di attraversare la piazza e vedere le barche. Oggi tutto brilla, ma dentro qualcosa si è spento. C’era una volta una regata che sapeva di Trieste: di vento e di sale, di mani screpolate e visi arrossati. Di chi scendeva in piazza per sentire il mare, non per fotografarlo. Di chi gridava da riva non per apparire, ma per esserci.
Oggi la Barcolana è un evento perfetto: quindicimila velisti, oltre milleottocento barche, un indotto stimato in settanta milioni di euro. Una macchina che gira, produce, funziona. Eppure, nel suo funzionare, ha perso un po’ di anima. Giù i colletti, Trieste. Perché la Barcolana non si misura solo in numeri. Non è una vetrina, non è un format, non è una fiera del mare. È la città che si specchia nel suo golfo, è la vela che taglia il vento e ci ricorda chi siamo. E allora sì, giù i colletti davvero. Torniamo a sentirla addosso, questa polo: a sporcarla di sale, di pioggia, di vento. Solo così la Barcolana – la nostra Barcolana – tornerà a parlarci con la voce di sempre. Perché la Barcolana è questo: un rito collettivo che si ripete ogni ottobre, un’idea di città che si specchia sull’acqua, un ricordo che ha bisogno di essere ricordato. È la gente di Trieste che la fa vivere, non i loghi. Sono gli occhi che guardano, non le luci che brillano. È quel bambino sulle spalle del padre che indica le vele e dice: “Guarda papà, sembrano gabbiani.” La Barcolana era quella meraviglia lì: quel momento sospeso in cui il mare diventava nostro, in cui anche chi non sapeva distinguere una randa da un fiocco si sentiva parte di qualcosa di grande.
Poi sono arrivati i padiglioni, le strutture, gli schermi, le file perfette di eventi. Tutto funziona, tutto è perfetto. Eppure qualcosa si è perso per strada. Forse la libertà di guardare il mare senza cornici. Forse la semplicità di un applauso spontaneo. Forse quel vento d’ottobre che non aveva bisogno di un palco per farsi sentire. Arca ha vinto ancora: la vela di Furio Benussi, maestosa e precisa come un orologio svizzero. Una vittoria annunciata, una regata impeccabile, un successo tecnico senza sorprese. Ma le vere storie, quelle che restano, non sono sempre quelle che arrivano prime. Sono quelle che ci fanno sognare anche quando restano indietro. E allora, ancora una volta, giù i colletti. Perché la Barcolana non è una vetrina, è un sentimento. È la misura esatta tra vento e memoria, tra mare e appartenenza. Serve togliersi quella polo troppo stretta, tornare a sentire il sale sulla pelle, lasciare che il vento spettini anche un po’ l’orgoglio. Solo così, forse, la Barcolana tornerà ad appartenerci. Non come evento, ma come voce. Una voce che parla piano, come fa il mare quando nessuno lo ascolta più.
[f.v.]


