26.09.2025 – 12.54 – Nel dibattito sul futuro del conflitto in Ucraina, le riflessioni del generale Stefano Silvio Dragani offrono uno spunto lucido e controcorrente, lontano dalla retorica che domina spesso i media. Nella sua ultima analisi, Dragani ha sottolineato come il racconto pubblico sia troppo spesso affidato a grida e slogan, mentre sarebbe necessario «pensare e studiare» per leggere i segnali geopolitici reali che emergono sullo scacchiere internazionale.
Esercitazioni Zapad 2025 e segnali distensivi
Uno degli episodi più significativi richiamati da Dragani riguarda le esercitazioni militari Zapad 2025, tenutesi in Bielorussia. A colpire non è solo la portata della manovra congiunta russo-bielorussa, ma soprattutto la notizia – riportata anche da NBC News – della presenza di osservatori militari statunitensi e di rappresentanti di 23 Paesi, inclusi membri NATO come Ungheria e Turchia.
«Ufficiali statunitensi hanno assistito alle esercitazioni di guerra congiunte tra le forze armate di Russia e Bielorussia», ha ricordato Dragani, sottolineando come questo rappresenti un segnale politico oltre che militare.
Un passaggio che evidenzia un fatto spesso ignorato: malgrado le tensioni, tra Washington e Mosca esistono ancora canali di dialogo. A rafforzare questa interpretazione sono le parole del ministro della Difesa bielorusso Viktor Khrenin agli ufficiali americani: «Vi mostreremo tutto ciò che vi interessa… potete andare lì, vedere e parlare con la gente».
Mosca–Washington, spiragli di apertura
Dragani inserisce nel suo ragionamento anche due recenti dichiarazioni provenienti dal Cremlino.
Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «Putin, proprio come Trump, rimane interessato e aperto a concludere pacificamente l’intera questione ucraina».
Lo stesso presidente russo ha parlato della scadenza del trattato START nel 2026: «Un rifiuto completo dell’eredità di questo accordo sarebbe un passo fuorviante e miope… La Russia vorrebbe preservare lo status quo per evitare una nuova corsa agli armamenti strategici».
Dragani osserva che, dietro queste aperture, si intravede il disegno strategico di Trump: «Il presidente americano non vede in Putin un nemico, ma un’opportunità in funzione anti-Pechino». Una visione che ribalta le dinamiche del confronto, spostando l’attenzione dal fronte europeo a quello asiatico.
Lavrov–Rubio: il dialogo che continua
Altro elemento centrale citato da Dragani riguarda l’incontro previsto a New York tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio, a margine dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Per i russi si tratta della conferma che il dialogo bilaterale resta aperto. Per gli ucraini, invece, è motivo di irritazione: mentre Kiev subisce nuovi attacchi, Mosca e Washington discutono del futuro geopolitico della regione.
Le “tre Ucraina”: una prospettiva realistica
Il cuore dell’analisi di Dragani è la possibilità che il conflitto si avvii verso una soluzione che ricorda da vicino il modello coreano: una tregua permanente senza trattato di pace.
Secondo il generale, «il conflitto in Ucraina finirà non per ragioni umanitarie, ma per necessità geostrategiche».
Lo scenario che si delinea è quello di una Ucraina tripartita:
- una parte sotto controllo russo, con i territori già occupati;
- una buffer zone demilitarizzata e sotto osservazione internazionale;
- una nuova Ucraina avviata verso l’integrazione europea, ma fuori dalla NATO.
Per Kiev significherebbe «rinunciare a porzioni di territorio e all’ingresso atlantico, ottenendo in cambio sostegno europeo e ricostruzione», spiega Dragani. Per Mosca, l’impegno a non estendere ulteriormente l’influenza in area baltica. Per gli Stati Uniti, l’occasione di sfilarsi progressivamente dal conflitto, lasciando all’Europa il peso della ricostruzione.
Un’amara realtà per l’Europa
La conseguenza, osserva Dragani, sarebbe drammatica soprattutto per l’Unione Europea: «Aveva accettato e subito un conflitto nel proprio spazio, aveva seguito le richieste di Biden e ora si troverebbe a pagare il prezzo della ricostruzione per decenni».
Un prezzo economico e politico che l’Europa non può permettersi, ma che sembra inevitabile.
L’analisi del generale Dragani non è un esercizio accademico: è un monito. Lo scenario delle “tre Ucraina” non è un’ipotesi remota, ma una possibilità concreta che riflette i rapporti di forza globali.
E come ricorda Dragani, citando Sun Tzu: «Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura… Se non conosci né il nemico né te stesso, soccomberai in ogni battaglia».
Oggi, forse, l’Europa non conosce né l’uno né l’altro.
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Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[f.v.]


