16.04.25 – 14:00 – Una storia italiana nata nel 1919 in una piccola officina per la lavorazione di alluminio di Alfonso Bialetti. La Moka Express, fedele compagna del risveglio degli italiani, prende vita nel 1933. Nel 2007 Bialetti Industrie diventa una società quotata sul mercato azionario della Borsa Italiana. Ultimo passaggio nel 2014 con la macchinetta espresso e le relative cialde, e nel 2021 la produzione di caffè targato Bialetti.
Queste sono solo alcune delle tappe più significative di uno dei marchi più famosi del nostro Paese, da ieri in mano al gruppo cinese Shanghai Ace Corporation. Notizia che non è passata inosservata né senza reazioni.
Da un lato, duole constatare che il Made In Italy sembra ormai divenuto un prodotto da banco nelle corsie delle supermercato globale delle acquisizioni estere. Dall’altro, questa situazione apre gli occhi sulla vulnerabilità delle aziende italiane di fronte agli investimenti esteri. L’Italia si è dunque trasformata in una terra di conquista?
Dalla moda all’agroalimentare e automotive, negli ultimi vent’anni sono state svariate le multinazionali o i fondi di investimento stranieri che hanno acquisito decine di brand italiani. Realtà di provenienza cinese e da Hong Kong, ma anche dalla Francia (Gucci, Bulgari, Parmalat), Spagna (Star, Bertolli con gruppo olandese-britannico), Germania (Lamborghini, Ducati) e Stati Uniti (Versace). Non ultimo il caso Bialetti, tanto significativo quanto allarmante.
Tale acquisizione, infatti, non solo rappresenta la storia di un’azienda in difficoltà ceduta a un investitore estero, ma è anche il sintomo di un mercato in cui il Made in Italy viene monetizzato con piu facilità all’estero e non in Italia.
Tra un futuro finanziario in bilico e la perdita del know-how italiano, senza un concreto e solido piano industriale le realtà imprenditoriali del Belpaese stanno andando in una direzione che non prevede né competitività né controllo nazionale su settori chiave. Tutto ciò spinge invece alla delocalizzazione e, nei casi peggiori, allo snaturamento del brand acquisito.
Costante e progressiva, la perdita di aziende storiche nate e cresciute sul nostro territorio necessita di una risposta industriale decisiva, nonché un’azione politica di sostegno ed incentivi alle aziende stesse. Doverosa, dunque, un’analisi e una presa di coscienza obiettiva.
È infatti improduttivo puntare il dito verso gli stakeholders stranieri e varrebbe piuttosto la pena di chiedersi come e perché si è arrivati a questo punto. Come e perché l’Italia non riesca a valorizzare le proprie eccellenze, vendendole a chi, quel valore, lo riconosce benissimo.
Gli investitori italiani devono essere più coraggiosi e credere di più nelle potenzialità del nostro Paese, o basterebbe soltanto potenziare le strategie e le politiche industriali, con una conseguente protezione del patrimonio del Made in Italy?
Vero è che, reduce da un passato di mala gestione finanziaria e da qualche recente segnale di ripresa economica e politica, il Paese non può propriamente definirsi ricco o prospero.
Per adesso, sembra andare bene rimanere in vetrina.
[e.s.]


