20.04.2025 – 08.30 – Il significato religioso della Pasqua, quale festa comandata. O il significato antropologico, quale incarnazione della primavera. O ancora politico: la Pasqua di quelli, la Pasqua di quegli altri o ancora il perenne “Ma loro la festeggiano?”. Tuttavia, quando nessuno di questi argomenti può essere discusso, i giornali scrivono di cibo, ultima frontiera alimentare. Ed è in tal senso significativo come Il Piccolo di cent’anni fa, il 12 aprile del 1925, per la rubrica “All’ombra di San Giusto“, si limiti a descrivere la Pasqua quale grande festa godereccia, dove l’unica sfumatura presente rimane quanto cibo viene mangiato e dove. Se, negli anni precedenti, si era discussa la Pasqua quale festa cristiana o pagana, ora il cibo stesso viene svuotato del suo noto significato martirologico (la pinza, le titole, ecc ecc) a favore di una descrizione ‘golosa’. L’anonimo redattore, consapevole di dover scrivere di qualcosa, ricorre dapprima al sempreverde del tempo atmosferico: “”Domenica di Pasqua lieta, ieri, benché il sole non rifulgesse limpido durante tutta la giornata, come la vigilia sembrava promettere”.
Poi, risolta quest’incombenza, descrive l’appetito luculliano dei triestini: “E furono nuove mangiate a completare, se ce ne fosse stato bisogno, il pranzo pasquale. Poiché i triestini, conviene dirlo, sanno mangiare e il nostro Ricciardetto, che così sovente rimpiange le consuetudini del passato, non ha davvero in questo riguardo motivo di dolersi”.
Il dato di costume si allarga, si espande, assume caratteri a tratti surreali: “A poter fare il computo di quello che si è mangiato e bevuto ieri a Trieste, ne verrebbero cifre da sbalordire. Non casa senza la sua ‘pinza’, non casa senza il suo ‘presnitz’, appendice dei pasti più o meno pantagruelici, che portarono sulle mense il cibo di rito, l’agnello, con tutti i suoi corollari”.
E compaiono infine i luoghi della passeggiata; dal tradizionale ‘liston’ alle escursioni in Carso, coadiuvate dal Tram di Opicina: “I triestini, i quali sanno celebrare le feste gioiosamente a mensa, sanno come l’unico mezzo di facilitare la digestione stia nell’uscire poi a fare i quattro o i cento o i diecimila passi nelle campagne vicine. La sera i locali pubblici erano affollati: dall’osteria più umile al caffè più signorile. E infine cinematografi e teatri videro le folle domenicali dilagare in folle pasquali, come la giornata voleva…”
Quando il sole dell’avvenire deve restare velato e del presente non si può scrivere, rimane pur sempre il ricordo di un passato nostalgico e ricco di aneddoti, ammansito di ogni carica eversiva. Ecco allora, l’11 aprile 1925, Il Piccolo scaricare sul lettore una miscellanea di leggende e aneddoti sulla Pasqua triestina ai tempi “dei nostri nonni”, per citare Giuseppe Caprin. Immancabili allora, sempre in ambito culinario, “la portentosa ricetta della pinza goriziana”, “i cabalistici segni che insegnavano a preparare il presnitz complicato” e le “titole (le colombine con l’uovo giallo e il ciuffetto di gallo)”.
Il passato, specie se simil medievale, è sempre religioso: il cronista allora ricorda le visite ai sepolcri di San Giusto, la religiosità popolare con “minuscoli altarini illuminati da palloncini microscopici” e la Chiesa di San Pietro coi soldati impettiti di guardia.
Ma la Pasqua, in questi ricordi, è anche intrattenimento; e pertanto l’ottocento – siamo nel 1925, è ormai un’altra epoca – si veste della nostalgia degli spettacoli di un tempo, con “il romantico e fronzuto Giardino Rossetti”, “una banda [che] suonava al Boschetto e di sera il solito e sempre ben accetto – spettacolo pirotecnico , delizia dei buoni nonni…” e ancora il Teatro Grande, “il Mauroner e il Filodrammatico con ‘spettacoli variati’: compagnie dialettali, circhi internazionali, quadri dissolventi, farse col faceto Arlecchino” e infine l’immancabile “Restaurant Monteverde” con “un eccezionale concerto vocale-istrumentale e birra di Pilsen e terrano genuino di prima qualità”.
Insomma, per citare il giornalista d’un secolo fa, “una lagrima e cento sorrisi…”.
[z.s.]


