22.03.2025 – 07.01 – È la Trieste moderna, specie nei suoi aspetti maggiormente libertari e universalisti, un prodotto della Teosofia? Sembra essere stata questa la tesi sottotraccia all’incontro ‘Dal console Burton alla baronessa Economo. Tracce di Teosofia nelle biografie di famiglie della borghesia triestina dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra’ tenutosi lo scorso martedì 18 marzo nella cornice del Caffè San Marco, a cura della giornalista Marina Silvestri, all’interno del ciclo di conferenze biografiche organizzato dalla ‘Società internazionale di divulgazione Manlio Cecovini per gli studi storici sociali ed etici’. Se numerose sono le trattazioni della Trieste esoterica, tutte accomunate dalla ricerca del sensazionalismo e del morboso, la Silvestri ha invece condotto una conferenza dove predominavano le fonti primarie e le citazioni colte, rintracciando nella Teosofia i lineamenti della cultura triestina. In particolare il rispetto verso gli animali, l’emancipazione femminile, una cultura universalista e improntata alla fratellanza tra gli uomini, sembrano essere tutti elementi che, affermati con forza dalla Teosofia, sono poi rimasti a livello di coscienza collettiva giuliana.
Le pagine del giornale La Favilla, a metà ottocento, hanno aperto il percorso teosofico consegnando il ricordo dei racconti fantastici di Adalberto Thiergen, pseudonimo di Tito Delaberrenga: “storie di dame bianche e fantasmi”, poi raccolte nella fortunata antologia ‘I misteri di Trieste’. Sempre Thiergen, assunto poi nel Lloyd Austriaco, “svolse tutta la vita un apostolato a favore dei più deboli” che si concretizzò, nella seconda metà dell’ottocento, nella creazione, con il collega Pilepich, dirigente del casinò slavo, della Società contro il maltrattamento degli animali, la quale contava a Trieste mille soci e una sede nel centralissimo palazzo Pitteri. L’attenzione verso gli animali e il vegetarianismo propugnato da Thiergen tradivano, secondo Silvestri, un influsso delle dottrine orientali. Quest’influssi dall’est influenzavano anche il Circolo Friedrich Schiller, a propria volta finanziato dal console americano a Trieste Alexander Wheelock Thayer, tutt’oggi il più grande biografo di Beethoven. Thayer era a propria volta amico di Sir Richard Francis Burton, il quale giunto a Trieste come Console della Gran Bretagna, condivideva con la moglie Isabel l’amore per gli animali e la frequentazione di ambienti esoterici, oltre ad aver toccato con mano nei propri viaggi i misteri dell’oriente. La morte di Burton non interruppe l’attività di Isabel, la quale ereditò la Società contro il maltrattamento degli animali, conducendo una crociata contro i vivisezionisti. Isabel e Burton a propria volta avevano fra gli amici più cari non a caso lo scrittore inglese Edward Bulwer-Lytton che era un rosacrociano autore di romanzi di protofantascienza vittoriana, specie col concetto di ‘Vril’, e Helena Blavatsky che fu la co fondatrice della Società Teosofica, oltre ad essere la firma dietro i libri fondanti il movimento, come ‘Iside svelata’ e ‘La dottrina segreta’. Burton si iscrisse alla Società Teosofica solo tre anni dopo aver conosciuto la Blavatsky; vi fu pertanto dietro una riflessione sul valore reale o meno della Teosofia. La Blavatsky, a propria volta, aveva posto la propria sede a Madras e proprio da Trieste il Lloyd offriva viaggi verso l’India rapidi e numerosi, quasi ogni quindici giorni tra fine ottocento e inizio novecento, di solito con destinazione Bombay. Furono pertanto molti gli adepti occidentali della Teosofia che, da Trieste, si imbarcarono verso l’India, con l’idea di raggiungere poi via treno Madras.
La prospettiva adottata a fine ottocento, ha ribadito più volte la Silvestri, mirava a studiare le cose anormali e il soprannaturale con lo stesso rigore riservato alle normali sperimentazioni; in altre parole l’approccio era squisitamente positivista. In quest’ambito non deve affatto sorprendere la mescolanza con lo spiritismo: Nella Doria Cambon, famosa per le presunte invocazioni di defunti dall’oltretomba, era anche una teosofa; tracce di Teosofia compaiono nell’episodio (umoristico) di Italo Svevo della seduta spiritica; Rainer Maria Rilke era anche lui esoterico, come la stessa Lou Von Salomè e, al castello di Duino, fu ospite della Principessa Maria della Torre e di Tasso che si definiva a propria volta teosofa.
E ancora: James Joyce giunse a Trieste il 20 ottobre 1904, ma in precedenza in Irlanda si era avvicinato alla Teosofia, perchè era una componente essenziale del risveglio della coscienza nazionale; certo, come Svevo, “Joyce era scettico, ma sinceramente interessato”, puntualizza Silvestri.
In questo contesto non sorprende, anzi giunge forse un po’ tardi, il Gruppo Tianeo, la prima associazione teosofica a Trieste: era il 1908 e la sede era o in via Settefontane o in via Piccardi. Tre anni più tardi il circolo Schiller ospitava una conferenza di Rudolf Steiner (20 maggio 1911) il quale “per due ore incatenò l’uditorio” (Il Piccolo) presentando “la metempsicosi come fatto innegabile”. E, sempre non a caso, proprio un decennio dopo nasceva a Trieste la Società Antroposofica d’Italia (1931).
Il terreno fertile seminato tra ottocento e novecento trovò poi, secondo la Silvestri, un intenso rigoglio tra gli anni Venti e Trenta quando il manifesto del Futurismo si proclamò a favore di “una scienza inzuppata d’ignoto”. In quegli stessi anni Krishnamurti passava attraverso Trieste, tenendo una conferenza nella sala del Circolo Artistico Triestino, e accettando di avere la propria mano ricordata con un calco dal chiromante triestino Renato Damiani. Figura quest’ultima dimenticata, ma all’epoca molto famosa: definito infatti ‘il mago di Trieste’, Damiani era specializzato nella lettura della mano; un’arte alla quale non si sottrasse né Umberto Saba (“perché non può essere scritto sulla mano ciò che siamo?”, rifletté poi), né Filippo Tommaso Marinetti (“Vede!”, commentò solo).
La conferenza si è infine ramificata verso gli ultimi decenni, dal 1970 ad oggi, ritornando al tema della protezione degli animali col ruolo della baronessa Maria Economo e il rifugio Astad e la stessa attenzione agli animali presente in tante figure insospettabili triestine come Margherita Hack.
[z.s.]


