21.12.2024 – 07.01 – Quando si parla di sinagoga di Trieste di solito il riferimento è alla religiosa fortezza del 1912, ma in realtà in precedenza esistevano tre differenti ‘scole‘, mimetizzate dentro edifici civili nell’area dell’ex ghetto retrostante piazza dell’unità. Le diverse ‘scole’ corrispondevano ai diversi riti esistenti, stratificatosi nei secoli di formazione della comunità ebraica: Scola Piccola per gli ebrei askenaziti, Scola Grande di rito sefardita e askenazita e Scola Vivante di rito sefardita. Questa già notevole diversità interna alla variegata comunità – che ricordiamo pre esistente la trasformazione di Trieste in porto franco a differenza delle minoranze greche e serbo ortodosse, giunte successivamente – si arricchì ancor più quando a fine ottocento giunsero numerosi gli ebrei di Corfù, caratterizzati da una peculiare koiné composto da greco, ebraico, pugliese e veneto.
Nessuna scola sopravvisse al piccone risanatore prima e al Litorale adriatico dopo; gli arredi di Grande oggigiorno sono a Fiume, quelli di Vivante ad Abbazia e infine di Piccola a Tel Aviv.
Tuttavia, ed è curiosa la similitudine con l’impero austriaco, la volontà di centralizzare le sinagoghe di Trieste in un unico centro non giunse come una novità, perché nella comunità se ne discuteva dal 1870. Il primo concorso, bandito nel 1903, vide la partecipazione di 42 concorrenti, tutti però rigettati dalla giuria, composta da personalità di spicco della Comunità e dal direttore della Regia Accademia e Istituto di Belle Arti di Venezia. Il gusto architettonico dell’epoca, volto a ricreare stilemi provenienti dalle più disparate età storiche, non piaceva: una sinagoga di gusto moresco, romanico, gotico, fiorentino veniva ritenuta estranea al vissuto reale della comunità. Modernità, chiese la comunità a gran voce. La giuria propose allora due architetti magiari, ma questi fallirono a propria volta; non rimase allora che affidarsi ai triestini e cioè a Ruggero e Arduino Berlam.
E lo studio Berlam realizzò, in effetti, un edificio moderno tanto nei materiali quanto nei tempi: fondamenta modellate sull’esempio dei magazzini del Porto Vecchio onde far fronte al terreno instabile; lastre di calcestruzzo armato nei muri e cupola a doppio guscio parabolico realizzata da esperti bavaresi. E richiedendo, nonostante le massicce dimensioni, solo quattro anni di lavori, con l’inaugurazione nel 1912.
Eppure, nonostante le sonore bocciature dei progettisti stranieri, il nostrano Berlam realizzò una sinagoga di gusto architettonico storico, senza lasciare adito a dubbi. La sinagoga è un edificio moderno nei materiali, ma a livello visivo ripropone uno stile antichissimo, afferente alla Siria centrale. Adachiara Zevi, nell’occasione dei cent’anni della sinagoga (1912-2012) su ‘Pagine Ebraiche‘, citava Elvio Guagnini secondo cui Berlam aveva recuperato gli stilemi siriani del periodo tardo antico, a propria volta formidabile influenza per l’arte medievale. E in quest’ambito la commistione con l’architettura cristiana diviene evidente nel portale di ingresso: secondo Zevi “evoca sia il Duomo di Orvieto di Lorenzo Maitani sia un monastero armeno”.
[z.s.]


