10.08.2024 – 08.18 – Una vacanza che diventa missione, tramutandosi poi in fonte del cambiamento interiore. Strana la vita di chi sceglie l’arte del combattimento, brama dei guerrieri del ring o di altri contesti capaci magari di ruggire al cielo per una medaglia ma di commuoversi per un sorriso di un bambino che rotola cercando di tirare un calcio. Accade nel vissuto di Giorgio D’Amico, uno che ha fatto del karate la “via” del quotidiano spaziando tra le mire dell’agonismo e il respiro della tradizione. Classe 1960, originario di Catania ma adottato a pieno titolo da Trieste dalla metà degli anni ’80.
A proposito di titoli. Non ne mancano certo nella bacheca di D’Amico sensei, Azzurro d’Italia e anima della società Fiamma Karate approdata di recente tra le sale del Campus Trieste, l’avveniristica struttura inaugurata in via Locchi.
Il suo grado? 8° dan, espressione di una cintura tinteggiata ora dal rosso e dal bianco, simboli della purezza dei primordi che sposa la passione (e il sangue) della lunga pratica, prima di atleta e poi da insegnante.
La competizione, ovvero il kumite (combattimento sportivo) è stata e permane la sua mira principale ma nella seconda metà del 2000 la vita regala un fraseggio nuovo dai valori antichi.
Tutto parte all’epoca dalla presenza nel Dojo di Giorgio D’Amico (luogo della pratica, vulgo palestra) di un allievo originario dello Sri Lanka, Wijmanna Roshan. L’incontro tra allievo e maestro porterà non solo ad un percorso tecnico ma ad un più composito progetto di divulgazione del karate, una sorta di ponte tra Trieste ed una zona alla periferia di Colombo, la capitale dello Sri Lanka.
Siamo nel 2007, lo Sri Lanka solo tre anni prima, il 26 dicembre per la precisione, è stato messo in ginocchio da uno Tsunami, onda figlia di un terremoto del 9° della scala Richter che porterà alla devastazione del versante costiero causando quasi 230.000 vittime, milioni di sfollati e danni alle strutture del Paese. C’è una ricostruzione in corso, non solo logistica e civile.
Giorgio D’Amico, accompagnato dalla figlia Roberta, dal fido Gigi Russo e da una manciata di altri karateca triestini, decidono di approdare in Sri Lanka per divulgare un tassello del karate europeo. Chiamatelo “stage”, laboratorio, corso. Sarà qualcosa di più: “Pensavo inizialmente di vivere una specie di vacanza marziale – racconta Giorgio D’Amico – gradualmente si è trasformata in una missione, in qualcosa di profondo ed emotivo che mi ha insegnato molto”.
Nei giorni di residenza in Sri Lanka, D’Amico lavora sui fondamentali, lavora sulla coordinazione e cesella alcuni aspetti primari del karate in chiave di competizione. Molti degli allievi sono adulti ma ad incidere nell’esperienza saranno i giovani dai 12 ai 18 anni circa.
Loro cercano un “gioco” serio, qualcosa che tracci la marzialità ma che accolga lo sport. Il Karate è questo, è anche questo e D’Amico lo (ri)trova lontano dai tappeti di gara, dai verdetti arbitrali e dalle cinture da imbrunire al più presto: “Sono rimasto coinvolto dalla gioia di quei ragazzi, dalla loro dignità e dalla voglia di conoscere anche la nostra cultura europea– rievoca l’Azzurro d’Italia del Campus Trieste – Ricordo il loro orgoglio, l’affetto, l’attenzione agli insegnamenti. Ricordo anche l’immagine dei loro pasti avvolti in carta di giornale e le zone di residenza paragonabili alle favelas”.
L’emotività avvolge il tatami. L’impatto con i giovani cingalesi in karategi ridisegna una parte della filosofia del karate di Giorgio D’Amico, tra sentori di buddismo, colori catturati in un gioco dei contrasti dipinto dal traffico rovente, i quartieri nobili, le piantagioni di Caucciù, i monasteri, le spiagge e le coltivazioni del té.
Saranno due le missioni vissute dal karateca siciliano, la seconda nel 2009. Poi la vita reclama poi altro, si chiama lavoro, la famiglia, i lutti da affrontare. Giorgio D’Amico non tornerà in Sri Lanka ma rivedrà alcuni tratti della sua “via” marziale: “La mia filosofia è cambiata e sta cambiando -. ammette – l’ottica della competizione resta al centro ma il metodo di trasmissione è diverso, forse più culturale. Cerco altro e provo a trasmetterlo agli allievi, soprattutto ai giovani. Ora, intanto, un sogno si è avverato ed è quello di un Dojo personale, quello al Campus Trieste, dove improntare nuovi programmi e spero altre emozioni”.
Chissà se è tempo per una nuova missione. I presupposti forse ci sono. Lontano dall’Italia ma vicino ai valori della tradizione. Se fosse il Giappone?
[f.c]


