Quando papa Wojtyla visitò Trieste. Sincronismi e differenze trent’anni dopo

06.05.2024 – 07.01 – La visita di Papa Francesco avverrà a trent’anni da una simile venuta a Trieste quando, tra sabato 2 maggio e domenica 3 del 1992, il pontefice Wojtyla visitò il capoluogo quale parte di un più ampio itinerario nel Nord Est, tra il Friuli e Aquileia.
Il pontefice giunse venerdì primo maggio presso l’eliporto militare di Prosecco; poi a bordo di un’auto Wojtyla giunse al santuario di Monte Grisa. Dopo una breve visita e una benedizione ai fedeli presenti, Giovanni paolo II fu trasferito, a bordo di un’auto, a San Giusto tramite la strada 202, la grande viabilità e il rione di Servola. Il pontefice venne poi trasferito sulla corazzata ‘Papamobile’ e condotto attraverso via Svevo, via D’Alviano, la galleria San Vito e via Capitolina. Presso la cattedrale di San Giusto il pontefice incontrò quindi alle 10 le folle e si svolsero le cerimonie ufficiali, prodomi della messa nella chiesa. Il papa rimase poi a dormire nel monastero di San Cipriano – all’epoca vi abitavano ancora le monache di clausura, oggigiorno trasferitesi sul Carso – e domenica 3, di nuovo in automobile coperta, fu trasferito attraverso via Capitolina, galleria Sandrinelli, piazza Goldoni, via Carducci e via Fabio Severo. La prima tappa era infatti all’Università di Trieste dove incontrò il rettore Borruso e il presidente del Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam. Poi Giovanni Paolo II salì di nuovo in auto e, da via Fabio Severo, attraverso via Carducci, Corso Italia e le Rive entrò nel Teatro Verdi, al cui interno si svolsero gli incontri con le rappresentanze della Regione.
E infine, il fatidico incontro in Piazza dell’Unità d’Italia: qui papa Wojtyla celebrò la messa e pronunciò un appello alla concordia tra nazioni ed etnie che soddisfece un po’ tutti, sebbene fosse mancato un incontro tanto con la comunità slovena, quanto con quella istriana.
In chiusura, alle 15, il pontefice incontrò il presidente dell’Autorità portuale di Trieste e un operaio dell’Ente porto presso il molo VII, prima di ripartire in elicottero verso Gorizia.

Sarebbe facile – ed è già stato scritto – sottolineare contenuto e influenza della prima visita di un pontefice in una città laica e ad alta presenza massonica quale Trieste; però, a confronto con la visita di papa Francesco, è maggiormente interessante osservare l’elemento logistico. In assenza infatti di un Centro Congressi il pontefice visitò maggiormente la città, anzi la percorse – certo in automobile e sotto scorta – in maniera molto più estesa. L’utilizzo del Centro Congressi genera, complice la ‘chiusura’ complessiva del Porto Vecchio, un estraniamento a confronto col nucleo cittadino; gli interni del Trieste Convention Center potrebbero essere riproducibili in un qualsiasi ambiente congressuale ‘moderno’; da Tokyo a New York.
Inoltre lo spostamento di una persona di alto profilo comportava allora come oggigiorno una complicata logistica. Nel 1992 si scelse di regolamentare l’ingresso alla piazza, riservando 500 sedie agli italiani d’Istria, 500 agli sloveni cattolici e in totale 5mila sedie a coloro che affluivano nella piazza. Vi erano inoltre settori riservati ai malati gravi e alle autorità civili, con un tetto massimo di 20/30mila persone presenti, equivalenti circa a 4 persone per mq. La chiesa adoperò all’epoca le associazioni giovanili cattoliche, gli scout dell’Agesci e i giovani dell’Azione Cattolica per il servizio volontario di soccorso e accompagnamento delle persone; vennero inoltre dispiegati 80 sacerdoti per la comunione coadiuvati da 87 volontari. Inoltre accorsero, per la sezione dei disabili e dei malati, circa 140 cittadini coadiuvati da 27 professionisti tra medici e infermieri.
Sotto un profilo militare, onde evitare attentati e atti dimostrativi, erano stati collocati tiratori scelti sui tetti delle case nelle zone strategiche, quali piazza Unità e il Verdi. Larghe parti della città rimasero bloccate e vi fu l’usuale coacervo di elicotteri in aria, sommozzatori in acqua ed agenti con cani per individuare possibili bombe. In totale la città formicolava di mille agenti delle forze dell’ordine tra agenti Digos in borghese, corpi speciali e poliziotti ordinari.

Vi fu anche un elemento architettonico nuovo che trasformò, per due giorni, la città: il gigantesco palco del pontefice era infatti opera dell’architetto Roberto Dambrosi. I lavori iniziarono il 14 aprile 1992 e procedettero spediti, sebbene il vento di Bora proprio negli ultimi giorni prima dell’arrivo del papa causò qualche grattacapo. La struttura, elegante ed essenziale, si componeva di un palco con tetto di legno e alluminio; la forma a parallelepipedo, leggera e avvolgente, richiamava a livello visivo Monte Grisa, non a caso prima tappa del pontefice e santuario visibile da piazza dell’Unità.
Lunedì 4 maggio 1992, quando la cerimonia era ormai conclusa, molti triestini strapparono pezzetti di palco e li portarono a casa, quale ‘improvvisato’ souvenir.
Accumularono invece un ingente debito chi aveva ordinato le magliette con la faccia del papa, con l’idea di venderle ai fedeli; piacquero soltanto le bandierine di plastica vendute da un intraprendente romano.

Non mancò, da parte del Comune di Trieste, un dono al papa: era un sigillo trecentesco coniato in oro, con diametro di 52 mm. Presentava al dritto la classica immagine di Tergestum presente nei tanti sigilli donati negli ultimi anni; sul dorso invece la seguente dichiarazione in latino: “La cittadinanza triestina consegna gioiosa al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II l’aurea medaglia tratta dall’antico sigillo, testimone saldo dell’unità e della libertà dei cittadini”. Oggigiorno il medaglione riposa al Vaticano, probabilmente dimenticato in qualche cassa dei sotterranei.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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