11.02.2024 – 09:00 – Probabilmente il nome di Fausto Cleva non dirà molto a chi non sia strettamente interessato al mondo che gravita intorno alla musica classica e ai teatri d’opera, eppure in quel periodo glorioso per il settore che si sviluppò tra il Secondo dopoguerra e gli anni Sessanta, Cleva fu uno dei direttori d’orchestra più celebri e apprezzati negli Stati Uniti. Anzi, egli fu una delle figure cardinali nelle stagioni della Metropolitan Opera di New York, allora guidata da un “intendant” entrato nel mito che rispondeva al nome di Rudolf Bing. Qui Cleva diresse oltre settecento recite, guidando molti dei solisti più celebri e richiesti dell’epoca, da Maria Callas a Renata Tebaldi.
Quel che forse è poco noto anche agli appassionati è che Fausto Cleva era nato a Trieste il 17 maggio del 1902. Probabilmente in parte la sua fama locale fu oscurata dall’illustre concittadino Victor de Sabata (1892-1967), una delle bacchette più celebri della prima metà del Novecento, eppure, il poco più giovane Cleva sviluppò una traiettoria artistica per molti versi non inferiore, anche se diversa. A differenza di de Sabata, egli trovò la sua patria artistica oltreoceano, dove si trasferì giovanissimo. Dopo gli studi al Conservatorio Tartini di Trieste e al Verdi di Milano, città in cui debuttò appena diciottenne dirigendo La Traviata al Teatro Carcano, già a partire dai primi anni Venti si trasferì negli Usa, di cui acquisì poco più tardi la cittadinanza.
Da subito fu instradato verso quel percorso di sana gavetta che negli ultimi decenni si è un po’ perduto, iniziando come direttore assistente e maestro preparatore, scelta che gli permise di sviluppare una conoscenza trasversale del grande repertorio operistico italiano e francese, che sarebbe diventato la spina dorsale della sua attività direttoriale. I primi impegni in teatri prestigiosi furono accolti con entusiasmo da pubblico e critica al punto che a partire dagli anni Quaranta gli furono affidate le direzioni musicali dell’Opera di Cincinnati prima, di quella di Chicago poi. L’accresciuta esperienza e la consacrazione continentale ormai definita gli spalancarono le porte del leggendario Metropolitan, dove aveva avuto precedentemente un incarico come direttore del coro, allora vera e propria Mecca operistica delle grandi voci. Voci che Cleva aveva imparato sì a preparare, ma anche a sostenere e accompagnare con una sensibilità e un senso del teatro fuori dal comune. Parallelamente, sempre in America, anche le etichette discografiche iniziarono a scommettere su di lui, che firmò una serie di incisioni entrate nella storia, dalla Lucia di Lammermoor con l’usignolo Lily Pons alla più tarda Wally di Catalani, realizzata per Decca con Renata Tebaldi e Mario Del Monaco nelle parti principali, fino alla Luisa Miller con Anna Moffo impegnata come protagonista.
Quel che tuttavia rende affascinante la figura di Fausto Cleva anche all’ascoltatore contemporaneo è lo sterminato catalogo di registrazioni dal vivo sopravvissute agli anni, spesso di fortuna, ma sufficienti per intuire la statura artistica dello specialista di teatro musicale. Le testimonianze dell’epoca e dei professionisti che hanno lavorato sotto la sua guida lo raccontano come un musicista di grande talento, probabilmente sottostimato e profondamente ferito a causa di questa dispercezione presso il pubblico e gli addetti ai lavori che, si sa, hanno sempre coltivato un sottile pregiudizio nei confronti dei direttori d’opera, tanto più se italiani. O almeno questo emerge dal racconto dello storico contrabbasso della Philharmonia Robert Meyer, che vi si imbatté durante una produzione in Canada. Meyer descrive questo tratto caratteriale del direttore come una sorta di risentimento che andò peggiorando negli ultimi anni, irrigidendo una personalità già severa e poco malleabile che lo portava a scontrarsi duramente con professori d’orchestra e cantanti. Sono infatti noti i suoi litigi con alcune star della lirica dell’epoca, personalità forti e inclini all’attrito, spesso mediati dall’intervento di pacificazione dei colleghi. Persino Maria Callas entrò in contrasto con Cleva, come racconta Bing nelle sue memorie, al punto da chiedere la sua rimozione da una produzione a cui dovevano collaborare. D’altronde si parla di tempi in cui ai direttori d’orchestra era concesso di usare maniere dispotiche, senza curarsi troppo della sensibilità di musicisti e collaboratori né delle conseguenze. La sua vita dedicata al teatro e alla musica si concluse proprio sul podio. Cleva è infatti, suo malgrado, entrato nella sparuta lista dei direttori d’orchestra sorpresi dalla morte durante un concerto. Nel suo caso la tragedia avvenne durante una recita di Orfeo ed Euridice di Gluck ad Atene, nel 1971.
(p.l.)


