La storia della fregata francese Danae. Caccia al relitto sommerso

27.01.2024 – 07.01 – L’ala Nord del Civico Museo del Mare nasconde, tra le casse ricolme di modellini, timoni e gomene dei secoli passati, una grande polena. Scheggiata, consunta dal fuoco, livida d’abbandono; eppure dal volto femminile intagliato emerge un’espressione dolente, una mater dolorosa. Ed è una vicenda certamente dolorosa, quella della fregata Danae di cui la polena è tra le poche testimonianze. Eppure, se il legno potesse parlare, raccontare quanto vide quella notte del 4 settembre 1812, si disvelerebbe una vicenda dai contorni tutt’oggi assai oscuri.
La storia, più volte indagata dallo ‘storico dei francesiOscar de Incontrera, è ormai nota. La fregata Danae era il quarto vascello della classe Consolante costruita durante l’epoca napoleonica, seguendo uno dei primi esempi di un progetto navale costruito ‘in serie’. Una necessità per una nazione, quale la Francia, inferiore di mezzi e specialisti nella guerra sul mare.
Dopo essere stata sconfitta nella battaglia di Lissa del 13 marzo 1811, la fregata era ancorata a Trieste davanti al molo San Carlo, odierno molo Audace. Quando, nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1812, il comandante rientrò a bordo della nave con una scialuppa condotta da un marinaio, l’intera nave esplose. Un’intera fregata, coi suoi 350 uomini, scomparve a seguito della detonazione della santa barbara contenente la polvere da sparo. Il marinaio a bordo della scialuppa sopravvisse; e fu l’unico.
Oscar de Incontrera citava una lettera dell’ufficiale francese Amedee Massé dove, riportando la notizia al padre il 16 settembre 1812, raccontava come il lungomare triestino fosse rimasto, a propria volta, pesantemente danneggiato: “Nessuna casa è stata abbattuta, ma molte presentano fenditure e anche le più resistenti porte di case e magazzini chiusi con tanto di catenaccio furono sfondate e un’immensità di vetri andarono spezzati alle finestre. Delle palle di cannone furono lanciate ad un’altezza così considerevole che ricadendo perforarono delle case dal tetto sino alla cantina. In città non vi fu nessun ucciso, ma dei 350 uomini dell’equipaggio, non si sono rinvenuti che una quarantina di tronconi privi di testa. In ricambio, delle teste furono proiettate sino ad un quarto di lega di distanza, fuori della città…”.

La polena sopravvissuta nell’odierna collocazione ‘incassata’ del Civico Museo del Mare

Su come un’intera fregata – un vascello da guerra con decine di cannoni, ultimo grido della cantieristica napoleonica – fosse potuto esplodere con tale violenza, è un argomento sul quale si è lungamente discusso, ricamando storie di amori e tradimenti, di gelosie e vendette. Tuttavia, studiando la storia della città, è di maggiore interesse quanto avvenne dopo l’esplosione. La fregata era infatti esplosa nel cuore della città, presso una delle aree maggiormente frequentate dalle navi che attraccavano tra settecento e ottocento. I poveri resti, inabissatosi nella melma del molo San Carlo, rappresentarono pertanto per quasi un secolo un intralcio alla navigazione, un ‘fastidio’ notevole.

Il governo austriaco, rientrato a Trieste dopo la terza occupazione napoleonica, emise subito un avviso “con cui viene eccitato chiunque volesse incaricarsi di estrarre dal mare i rimasugli della fregata Danae poiché si vuole sgomberare questo porto da essi”.
Tuttavia non se ne fece nulla; anche se, come osservava Pietro Nobile, “molte parti furono già sollevate da alcuni industriosi marinari che giornalmente si sono occupati di questa pesca” (1818). Fondamentale, come analizzava la studiosa Alessandra Garofalo, come Pietro Nobile riportasse anche la profondità del relitto, situato a 17 metri sul fondo marino, col punto più alto a soli 9 metri dalla superficie del mare.
Nel corso dell’ottocento, nonostante i ripetuti appelli, non vi un reale sforzo per eliminare il relitto della fregata. Molti certo saccheggiarono quanto trovavano, agitati dalla diceria che la nave avesse avuto a bordo una cassa del tesoro piena di gioielli.
In realtà, già nei primi mesi dall’esplosione, De Incontrera riportava le righe d’un diario triestino, secondo cui “La gente per fame va a pescare attrezzi e pezzi della Danae […] trovò anche due cannoni”.
Un primo tentativo avvenne nel 1889 quando il palombaro e minatore Alfonso Amodeo tentò di recuperare il relitto. I mezzi moderni però fecero letteralmente cilecca, il minatore durante le operazioni di posa delle mine subacquee fece esplodere per errore quella collocata sulla scialuppa. Il palombaro sopravvisse, ma l’operazione venne abbandonata.
Il recupero definitivo avvenne appena un decennio più tardi, nel 1898, tramite un pontone con verricello di ferro. Emerse dapprima la prua, poi quanto rimaneva della nave, sepolta sotto la melma da 85 anni. Non si trovò alcun tesoro, ma dei cannoni, le palle di ferro e le piastre di rame della carena; tutte rivendute con notevole profitto dall’impresa privata che aveva realizzato l’impresa. Persino il legno dello scafo si rivelò in buone condizioni e una parte venne riutilizzata per il Bagno Galleggiante Blucher, a sua volta distrutto dal fortunale del 1911. Gli oggetti personali, purtroppo di scarso interesse all’epoca per i cronisti, furono esposti con una mostra dapprima al Fondo Ralli e poi all’Acquedotto.
I palombari recuperarono, nei giorni successivi alla ‘pesca’ della prua, diverso materiale dalla stiva, soprattutto palle di cannone. Secondo Il Corriere della Sera del 2-3 agosto 1898 “Su di una palla di cannone si trovò appiccicato le ossa di una mano”. Tuttavia una parte dello scafo rimase nelle profondità delle acque vicino al molo, sepolto dal fango.
Risale al 1967 l’ultimo tentativo di recupero della Danae; ci provò la Marina Militare con la nave Proteo, ma dovette arrendersi a fronte di uno strato di melma impenetrabile.
Chissà se, considerando le moderne tecnologie, non sarebbe forse possibile discendere di nuovo tra le acque malmostose del molo Audace e appurare, una volta per tutte, se resti della Danae ancora sopravvivono sepolti, a due secoli dalla terribile deflagrazione.

Fonti: Alessandra Garofalo, Studio sulla fregata francese Danae in L’Archeografo triestino : raccolta di opuscoli e notizie per Trieste e per l’Istria, serie 4., vol.79 (2019)
Nel mare dell’intimità, catalogo della mostra, Trieste 2017
Danaé (+1812), wrecksite: https://www.wrecksite.eu/wreck.aspx?137139

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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