‘Cantar de rena’ Spigolature di storia dei canti popolari triestini

16.12.2023 – 07.01 – I canti popolari triestini risalgono in genere alla prima metà dell’ottocento quando le ondate migratorie giunte nella città in cerca di lavoro portarono ciascuna, per suo conto, le proprie tradizioni canore. Canti istriano-veneti, soprattutto; canzoni slovene, istriane, friulane, carinziane. Senza dimenticare i primi flussi dei ‘regnicoli’; con canzoni lombarde, toscane, romagnole. I canti, trapiantati nella lingua originale, crebbero spesso triestinizzati, più o meno modificati tramite il dialetto locale; e sopravvissero le specie più resistenti, gli arbusti canori meglio capaci di sopravvivere nella babele di lingue e dialetti della Trieste ottocentesca.
È di solito consuetudine distinguere, in tal senso, tra due diverse tipologie di canti triestini; quelli popolari, caratterizzati dalle classiche storpiature triestine (frasi accorciate, ‘è’ diventa xe, uso della ‘gl’ e così via); e quelli d’autore, concepiti a tavolino per concorsi e gare musicali, solitamente incapaci di affermarsi nella massa. Vi sono però, anche in tal senso, esempi di riutilizzi e recuperi, talvolta molto pittoreschi.
Lo studioso Claudio Noliani aveva compiuto un ingente lavoro di raccolta e catalogazione di 450 canzoni triestine, osservando come 73 provenissero dall’area veneto-trentina, 36 da quella carno-friulana, 28 dalla Lombardia, 16 dall’Istria e dalla Dalmazia, 15 dall’Emilia Romagna, 8 dalla Toscana e dal Lazio, 2 dal Piemonte e 1 dalla Liguria.
Sotto il profilo della composizione 18 canti erano rielaborazioni di marce militari asburgiche, 17 di canti popolari sloveni, 2 di canti popolari francesi, 2 di canti popolari tedeschi, 2 di canti popolari statunitensi.
Inoltre 68 erano un prodotto di canzonette italiane, 8 di autori triestini, 10 erano un derivato dialettale delle arie operistiche.
Però, per una larga parte, Noliani non seppe rintracciare chiare origini, terminando con l’affermare che 64 erano autoctone e 88 di origine oscura.
Colpisce fortissimamente da un lato l’assenza di influssi tedeschi e dall’altro, quasi a controbilanciarne ‘l’assenza’, lo strapotere dei motivetti e delle canzoni militari dell’esercito austro ungarico.
Noliani aveva anche distinto le canzoni in 21 diverse categorie; tra quali si segnala i ‘canti di mare’, i ‘canti della malavita’ e i ‘canti di soggetto rionale’.

Alberto Catalan, per ‘Vose de Trieste pasada‘, scriveva che “Nei canti di sua creazione (il popolo triestino) dimostra un temperamento incline alla satira sana, al genere burlesco, a quel misto di causticità e di bonomia che fiorisce nel gergo più godibile con metafore, analogie, sottintesi che colpiscono sempre a segno e muovono al sorriso anche i volti più afflitti ed arcigni”.
In effetti, scorrendo i canti popolari triestini, si osserva come il tema maggiormente popolare sia quello dell’amore romantico; un’affezione sincera, passionale; o in alternativa l’amore deluso o tradito. Senza mai rancori, tuttavia; la canzone triestina sembra pigliare le delusioni amorose con una stoica pazienza, come tragici eventi del caso.

È anche possibile utilizzare i canti popolari triestini onde conoscere maggiormente la condizione della donna triestina nell’ottocento. Vi è ad esempio un intero catalogo di strofette – piuttosto crude e oggigiorno definibili come ‘sessiste’ – che permettono di comprendere la condizione delle triestine nei diversi rioni tra l’ottocento e i primi del novecento.
Ad esempio, con riferimento alle operaie che lavoravano alla fabbrica delle carte, si osserva che “le mule de Modiano/ le se senta sul mureto,/ le se varda co ‘l speceto/ che museto che le gà./ A la sera le va in Sanza,/ qualche volta su al Boscheto,/ a stricarse col moreto,/ po’ le va ala confesion“.
E ancora “Le mule de Scolieto,/ le ga el rimel soto i oci,/ le xe carighe de pedoci,/ E su e zo pal Corso/ le xe come tante dame,/ le xe carighe de fame/ le volesi far l’amor“.

I canti popolari triestini appaiono particolarmente pesanti nei confronti delle ragazze di San Giacomo dove, ad onestà del vero, non mancano i versi altrettanto irridenti verso chi lavorava all’Arsenale del Lloyd: “Le mule de San Giacomo le porta el cristo in peto,/ le ga el marì che naviga, l’amante soto el leto/ prega el buon Gesù/ che ‘l mari non torni più“.
E di nuovo: “Le mule de San Giacomo/ soto l’albero fiorito/ le fa fioi senza marito/ le fa fioi senza mari“.
Mentre invece, nei confronti degli addetti all’Arsenale, “E sti muli arsenaloti/ i se pretendi machinisti,/ ma l’altra sera li gò visti/ a portar sachi de carbon“.
E sti buli arsenaloti/ i voria le sartorele,/ e co’ piovi no i ga ombrele/ per podernel a compagnar” così si concludeva la canzone.
Una cattiveria che nascondeva, tra i versi, l’invidia verso un impiego, essere un ‘macchinista’, piuttosto prestigioso all’interno della classe operaia.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

Dello stesso autore