30.09.2023 – 08.30 – La prossima volta che avrò tra le mani delle posate colorate, in un negozio o presso una bancarella, e mi stupirò per il loro prezzo incredibilmente vantaggioso – per me – devo ricordarmi che ogni forchetta costa in realtà 11.000 euro (undicimila). Tanto è costato a F. il suo viaggio da un paese povero dell’Asia alla nostra cara, cara, Europa. Per la precisione: paese povero-Teheran euro 4.000; Iran-Turchia euro 1.000; Turchia-Grecia euro 3.000 (+ le botte della polizia di frontiera greca); Grecia-Italia euro 6.000. Sembra un po’ noioso questo far di conto sulla pelle, e sulla vita di una persona? E passare le notti in un bosco, dopo che la polizia greca ti ha bastonato mentre cercavi di entrare dalla Turchia, sembra meno noioso?
Dopo essere arrivato a Teheran con l’aereo e un visto turistico – che di turistico aveva ben poco – F. ha lavorato per 2 mesi in una fabbrica che colora i manici delle posate. Lui era addetto alla pulizia e risciacquo dopo la verniciatura. Di quanto ha guadagnato, qualcosa è riuscito a inviare a casa e il grosso è servito per pagare il passaggio verso la Turchia. Per passare dalla Turchia alla Grecia invece sono serviti i soldi provenienti dalla famiglia: il provento di tutto il grano raccolto dopo i monsoni e una mucca. Proprio così si è espresso F. nel racconto della sua storia di migrante economico. Perché F. non ha nemmeno diritto a richiedere una protezione internazionale. Nel suo paese sono solamente poveri. Non ci sono guerre, e incredibilmente, non ci sono – ancora – emergenze climatiche. Dunque è solo la estrema povertà ad avere spinto il maggiore di 5 figli a lasciare la madre vedova per andare a guadagnare i soldi, là dove i soldi ci sono. “Il grano raccolto dopo i monsoni e una mucca” è una unità di misura che mi fa accapponare la pelle. Qualcuno al FMI ha una vaga idea di quanto costi realmente “il grano raccolto dopo i monsoni e una mucca”? Io stessa rimango ammutolita difronte a questa violenta & poetica unità di misura. E intanto tutta la famiglia lavora per pagare gli interessi maturati dai prestiti ricevuti dagli usurai per fare viaggiare quello che i sociologi definiscono “il migrante sano”. Il pezzo forte della famiglia che può – sperabilmente – garantire il sostentamento di quanti sono rimasti al villaggio. Una volta che sia arrivato – vivo – nel caro paese occidentale. Sì proprio lì dove le posate colorate costano così incredibilmente poco!
Sto male mentre F. racconta questa sua storia, una delle tantissime storie di migrazione, tutte orribilmente uguali e tremendamente uniche. E lo scrivo con accenti volutamente emotivi perché forse deve essere proprio sulle corde della emotività che queste terribili ingiustizie dei nostri giorni devono accartocciarsi e finalmente esplodere. Ma perché mai un viaggio che normalmente costerebbe neanche 600 euro (seicento) e al massimo 24 ore, deve costare 11.000 euro (undicimila), 2 anni e mezzo di tempo, botte, fame e sfruttamento, spesso la vita e violenze che non vogliamo nemmeno immaginare? E persone che al villaggio subiscono periodicamente le vessazioni degli usurai molto seccati perché il debito contratto non viene ancora interamente pagato?
Forse non ho comprato le posate colorate, ma magari domani indosserò una t-shirt fabbricata in quel lontano “paese povero dell’Asia”. Perché le merci possono viaggiare liberamente, ma le persone no.
di Elena Dragan


