I teatri all’aperto, storia di fragili bellezze della Trieste che fu

16.09.2023 – 07.01 – Il passare dei secoli non conserva mai quant’è degno sotto il profilo artistico, politico, sociale o generalmente storico; piuttosto sopravvive solo quanto è impervio al tempo, resistente al passare degli anni. Pietra e ferro, marmo e bronzo. Eppure le civiltà umane si caratterizzano per strutture tanto esili quanto incostanti, farfalle architettoniche destinate a sparire nell’arco di pochi anni o decenni. Oppure nemmeno costruite per durare nel tempo, ma smantellate dagli stessi ideatori, terminato il proprio utilizzo. Si pensi oggigiorno a quali faraoniche costruzioni, nella forma di padiglioni, allestimenti e hub di ogni genere vengono creati durante le fiere e gli expo mondiali; e similmente a quali capolavori architettonici, testimoniati da bozzetti, opuscoli e foto, fossero le grandi fiere mondiali; si pensi all’Esposizione Universale di Chicago, del 1893; o all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Capolavori di carta, messi su carta e accartocciati via quando non erano più necessari.

Rientrano in questa categoria a Trieste, sebbene con le debite proporzioni, i teatri all’aperto; presenti nella Trieste ottocentesca e primo novecentesca in gran numero, scomparvero dopo la Prima Guerra Mondiale, cedendo il passo a un’altra razza ora in via di estinzione, i cinema di quartiere.
Giuseppe Caprin racconta – e il verbo non è casuale, perchè lo studioso amava ricamare su diverse leggende triestine – che nella prima metà dell’ottocento Adolfo Bassi acquistò un vasto appezzamento di terreno nell’odierna via del Coroneo, nel cosiddetto recinto Ressman. Qui eresse il ‘Teatro Diurno‘, costituito da sei gradinate di legno. La Compagnia Andolfati lo inaugurò nel 1817 con una serie di drammi descritti ‘a tinte fosche’; feuilleton adatti al popolino assetato di sangue e ammazzamenti. L’inaugurazione, il 18 luglio 1817, avvenne alla presenza di duemila quattrocento persone. Negli anni a venire il Teatro Diurno, aperto ogni sera e alla domenica anche il pomeriggio, ospitò svariate compagnie di prosa con alcune presenza notevoli, tra cui Gustavo Modena, Carlotta Marchionni e Luigi Vestri. Trieste Romantica riporta l’aneddoto che, nelle sere di spettacolo, “lampade di cristallo illuminavano la Via del Torrente fino al Ponte di Chiozza”. Il teatro chiuse appena dieci anni dopo, nel 1827.

Un altro esempio di teatro all’aperto, altrettanto effimero, fu l’Anfiteatro Minerva, sorto per iniziativa di Luigi de Santi, con una spesa di 30mila corone, in uno spiazzo di via del Coroneo. Specificatamente si trattava dell’area tra via Rismondo (Fontana) e via Zanetti (all’epoca Crociera). Costruito nel 1905 dal Consorzio dei falegnami, il teatro all’aperto si componeva di gradinate e galleria. Il palcoscenico rettangolare era sormontato da un frontone triangolare raffigurante la testa con l’elmo di Minerva. Il teatro si componeva di una piccola platea con venti posti a sedere e un anfiteatro con duemila posti a disposizione.
Come molti teatri all’aperto giunse a ospitare un po’ di tutto; sgangherati comizi politici, boccaccesche commedie, balli e balletti e persino spettacoli di acrobati. D’altronde lo stesso identico spiazzo aveva ospitato, nell’ottocento, tende da fiera e circhi di ogni genere.
I teatri all’aperto avevano però un tallone d’Achille, cioè erano vulnerabili alla pioggia; essendo interamente di legno un violento temporale li devastava, similmente a quanto succedeva coi bagni galleggianti. E fu quanto avvenne anche col Minerva, flagellato da un’estate del 1912 molto piovosa; nel 1913 veniva smantellato.

Fonti: Trieste Romantica. Itinerari sentimentali d’altri tempi, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1972

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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