‘Botannica Tirannica’ Sartorio, l’impronta colonialista è in mezzo a noi

02.09.2023 – 14.00 – Gabriele Pitacco, responsabile dell’allestimento di ‘Botannica Tirannica’ – mostra d’arte contemporanea dell’artista brasiliana Giselle Beiguelman  – si racconta per svelare i retroscena delle componenti espositive.
In un percorso tra immagini generate dall’intelligenza artificiale e scenari culturali ormai dati per scontati, la mostra indaga alcune discriminazioni nascoste e di cui non si ha più consapevolezza, ancora presenti nei nomi delle piante.

Partiamo dal titolo della mostra ‘Botannica Tirannica’. Al suo interno, si nascondono già delle particolarità. Da dove nasce quest’espressione?
“L’artista Giselle Beiguelman spiega con accuratezza a quali giochi di parole rimandi il titolo. In prima battuta, con quell’espressione le interessava spostare la discussione dall’ambito accademico dove la nomenclatura botanica ha una sua importanza, uscendo, così, da una tassonomia codificata. Voleva, poi, simulare un finto latinismo come critica all’impeto classificatorio del mondo colonialista ottocentesco. Quelle ‘n’ raddoppiate nei due termini, invece, intendono portare l’attenzione su due concetti cardine della mostra e legati tra loro: “nature” (natura) e “nurture” (nutrimento).”

Si tratta di una mostra dal respiro internazionale, commissionata dal Museo Ebraico di Sao Paulo in Brasile (2022) e presentata anche in Pakistan, alla Biennale di Karachi. Come mai si è deciso di portarla a Trieste?
“Tutto nasce da una fortunata coincidenza. Giancarlo Carena, ex presidente della Cooperativa A. M. S. Pantaleone – curatore della mostra a Trieste -, si trovava in vacanza con la moglie Claudia a Sao Paulo. Lì è avvenuto il primo incontro casuale di Giancarlo con il catalogo di ‘Botannica Tirannica’ al Museo Ebraico. L’interesse della cooperativa per la cultura e il verde si sposavano bene con le tematiche della mostra; non restava altro, quindi, che prendere un contatto con l’artista e portare la mostra a Trieste.”

E come mai è stata scelta come location il Museo Sartorio?
“La decisione è venuta dal Comune di Trieste, per una questione di opportunità vista l’assente programmazione estiva e la concomitanza degli eventi di TriesteEstate, ma anche per il potenziale del giardino esterno, che poteva collegarsi bene alla plant art della mostra.
A Sao Paulo, ‘Botannica Tirannica’ era in un museo molto contemporaneo e in cemento armato; le piante erano irrigate in idroponica.
A Trieste, non c’era la possibilità di farlo e questo vincolava l’estensione della mostra verso spazi esterni, ma il terrazzo del Sartorio ha permesso un’operazione interessante, in dialogo con il giardino sottostante. Non è facile trovare un posto che abbia la possibilità di ospitare delle piante vive per 3 mesi.”

Qual è stato il tuo modus operandi nel processo di allestimento?
“Partiamo dallo spazio che ha ospitato la mostra, il Sartorio: un museo bellissimo ed affascinante, ma con una serie di vincoli. Non puoi mettere alcun chiodo e devi considerare tutti i soffitti affrescati, gli arazzi e i quadri del ‘800 presenti. Il Sartorio è, infatti, una dimora storica di collezionisti d’arte dell’epoca; la sfida è far dialogare le immagini della mostra con un contesto molto lontano.
Le opere esposte al Sartorio sono dei quadri molto grandi con delle scene realistiche, che a primo impatto trasmettono già un messaggio. In ‘Botannica Tirannica’, le immagini riprodotte dall’AI, invece, sono molto piccole ma hanno uno spessore enorme di pensiero. Per arrivare a quella singola immagine 30×30 cm, dietro ci sono anni di ricerca e di lavoro da sintetizzare; è su questo contrasto che ho cercato di lavorare.
Volevo raccogliere le opere il più possibile, per far sentire a proprio agio le persone nel leggere le didascalie. C’è già un ‘discomfort’ che può derivare da alcune immagini riprodotte dall’AI, portatrici di scheumorfismo: emulano la realtà senza essere reali. Il cervello percepisce, così, l’inganno, e si può provare una condizione di disagio.”

Il lavoro d’allestimento, invece, può definirsi cooperativo?
“Certo, è un processo partecipativo molto complesso, emozionante; si lavora fianco a fianco con tutte le realtà coinvolte. Ci sono state diverse videochiamate dal Brasile con l’artista, insieme alla grafica e la curatrice della mostra di Sao Paulo, poi incontri con la cooperativa A. M. S. Pantaleone e con tutte le figure che ruotano intorno al Sartorio: dagli assessori alla guardiania, coinvolta per poter esporre i contenuti ai visitatori. Temevo degli scontri lungo il percorso, invece ho trovato apertura, interesse e curiosità.”

Cosa ti rende più soddisfatto dell’allestimento finale?
“Sicuramente le piante, ancora vive nel giardino della Resilienza (sorride, ndr), nonostante il mio contributo marginale in questa parte. La Cooperativa ha fatto un lavoro molto grande di selezione per capire quali piante potessero sopravvivere, ma anche crescere e fiorire. È stato strabiliante vedere i frutti del Kaffir Lime e la fioritura dell’albero di Giuda.”

E il rapporto con l’artista Giselle Beiguelman, com’è stato?
“Lei è meravigliosa, colta, elegante e molto paziente. Mi aveva mostrato la resa di ‘Botannica Tirannica’ a Sao Paolo, e io le ho subito spiegato il contesto diverso a Trieste. Ha saputo apprezzare i vantaggi di un luogo caratterizzante come quello del Sartorio, insieme alla consapevolezza di dover rinunciare ad alcune opere, come alcuni acquerelli, sia per ragioni di spazio che per il rischio della spedizione. Tuttavia, abbiamo trovato un modo affinchè la mostra non venisse sacrificata nei suoi contenuti, un esempio lampante è la neon art, assente a Sao Paulo: la resa luminosa su una parete in cemento armato ha tutto un altro effetto rispetto a un soffitto a cassettoni.”

Tornando alla mostra e ai suoi contenuti, qual è la discriminazione che ti ha colpito di più?
“Mi hanno colpito quelle che mi erano passate inosservate fino a quel momento; ho riconosciuto un diverso background da quello dell’artista e, quindi, una consapevolezza differente. C’erano delle questioni che non mi ero mai posto, come il profondo significato discriminatorio per le persone di fede ebraica della pianta rinominata “ebreo errante” .
La mostra è profondamente politica, evidenzia quanto le minoranze siano state storicamente discriminate; la democrazia è uno strumento meraviglioso fino al momento in cui rispetta le minoranze. Tante sono le discriminazioni interiorizzate ancora oggi a livello culturale, è necessaria una riflessione.”

Quindi, per scoprire ‘Botannica Tirannica’, a chi bisogna rivolgersi?
“In esclusiva, giovedì 7 settembre alle 18, ci sarà l’artista Giselle Beiguelman a guidare la mostra, con la traduzione simultanea in italiano. Per la prenotazione, è sufficiente scrivere una mail a [email protected]. Per chi non riuscisse in quella giornata, la mostra sarà visitabile fino all’8 ottobre negli orari di apertura del Museo Sartorio.”

La mostra ‘Botannica Tirannica’ è stata curata e realizzata dalla Cooperativa Sociale Agricola Monte San Pantaleone con il patrocinio del Comune di Trieste.

[m.p]

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