21.07.2023 – Il 19 luglio del 2022, a Doberdò del Lago, tra Sablici e Jamiano, veniva dato il primo allarme per quello che si rivelerà essere uno dei momenti più drammatici degli ultimi tempi per quanto riguarda l’emergenza legata agli incendi boschivi. Nel giro di qualche ora, il fuoco avrebbe divorato già ampie zone del Carso, al punto da spingere il Consiglio regionale a deliberare lo Stato di emergenza, mentre nel corso dei giorni seguenti le fiamme avrebbero toccato anche altre parti della regione, richiedendo un imponente dispiegamento di mezzi e persone per fronteggiare il fuoco, con l’emergenza che sarebbe rientrata soltanto una decina di giorni dopo. Finita l’emergenza, il conto dei danni: oltre 4mila ettari di boschi nel Carso andati in fumo, aggravando ulteriormente la situazione, già evidente nel corso della primavera, della prolungata siccità (che, a sua volta, come una sorta di uroboro, era stata fattore aggravante per il problema degli incendi).
L’emergenza incendi del 2022 e il precedente del 2003
A un anno (e qualche giorno) di distanza dall’inizio dell’emergenza incendi dell’estate 2022, con le torride temperature che stanno caratterizzando anche questo 2023, il Friuli Venezia Giulia torna a pensare a quei drammatici momenti. E a chiedersi come si possa fare per evitare di vivere ancora il dramma dei boschi che vanno in fiamme. Dramma, peraltro, che il Friuli Venezia Giulia aveva vissuto anche nel 2003, anche in quel caso nel corso di un’estate caldissima che aveva fatto seguito a un prolungato periodo di siccità, sebbene in quell’occasione le porzioni di bosco divorate dal mostro di fuoco furono minori rispetto a quanto accaduto nel 2022.
Estati sempre più calde e piogge sempre più rare: il 2022 non è più un eccezione
Il problema degli incendi boschivi, in realtà, è qualcosa che va ovviamente al di là dell’emergenza vissuta dal Carso e dall’intero Friuli Venezia Giulia (e, nel caso del Carso, anche dalla Slovenia) nel 2022. Come riportano i dati raccolti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), anche per il resto d’Italia, così come per il Friuli Venezia Giulia, il 2022 è stato l’anno più caldo di sempre, ma anche il meno piovoso dal 1961. E i dati Ispra indicano che non si è trattato di un’anomalia, bensì di un vero e proprio dato di tendenza: annate come quella del 2022, secca e bollente, sono sempre più frequenti e presto potrebbero diventare la nuova normalità. Mentre le temperature medie crescono e la piovosità diminuisce, anche gli ettari di suolo che vanno in fiamme crescono (anche se, secondo i dati dell’European Forest Fire Information System, Effis, gli ettari di bosco italiano andati in fiamme nel 2022 sono meno rispetto all’anno precedente). Va da sé che i due aspetti sono tutt’altro che slegati: l’aumento della temperatura e l’assenza di acqua, insieme, possono essere un utile alleato del fuoco per il suo innesco e per la sua propagazione e non è un caso che i periodi in cui il rischio di incendi è maggiore coincidano con quelli in cui il clima è più caldo e le precipitazioni più scarse o, addirittura, come accaduto nel 2022, assenti.
Caldo e siccità non sono i soli fattori di rischio
Se è vero che molto spesso gli incendi scoppiano per cause dovute (volontariamente o meno) alla mano umana, è pur vero che vi sono diversi fattori contestuali che possono aumentare ulteriormente il rischio. Si è già detto di temperature e siccità, ma anche le caratteristiche paesaggistiche possono aumentare la probabilità che in una determinata zona possano scoppiare o meno incendi e che questi possano, o meno, assumere proporzioni disastrose. È il caso del Carso. L’emergenza incendi vissuta nel 2022 ne è stata la prova empirica: il Carso, come spiega un report di Arpa, è una zona particolarmente vulnerabile da questo punto di vista.
Il Carso è un’area particolarmente a rischio per gli incendi
Dall’assetto urbanistico delle aree abitate al paesaggio vegetale, passando per lo sfruttamento del suolo e la mancanza di una rete idrografica superficiale: tutti questi sono fattori che alimentano notevolmente il rischio che sul Carso possano svilupparsi dei focolai, che possano estendersi e che questi possano essere domati soltanto con grandi difficoltà e con sforzi (e dispiego di risorse) immani. Senza contare, poi, le tragiche conseguenze che il passaggio del fuoco lascia dietro di sé, dai gravi danni all’ecosistema locale – con la riduzione della presenza di alcune specie sia vegetali che animali, con conseguente trasformazione di tutto l’ecosistema – alla trasformazione del tipo di paesaggio.
Aumentare le risorse per il contrasto agli incendi non basta
È dunque evidente che, per evitare che si ripeta una situazione simile all’emergenza incendi del 2022, sia necessario intervenire su più fronti. Sicuramente, la sensibilizzazione della popolazione è importantissima: prevenire tutti i comportamenti più a rischio e insegnare ad agire tempestivamente in caso di emergenza è quantomai necessario, poiché un’azione di contrasto rapida può evitare che il fuoco raggiunga proporzioni drammatiche. Ma questo, da solo, non può essere sufficiente. Aumentare gli investimenti nei mezzi antincendio, come fatto dalla Slovenia, o impedire lo svolgimento di alcune attività considerate a rischio nei periodi più caldi; o, ancora, sviluppare sinergie con altri corpi di soccorso e con diversi organi istituzionali e non che possano sostenere i Vigili del fuoco e la Protezione civile nel corso dell’emergenza, o migliorare l’organizzazione e il coordinamento del contrasto agli incendi. Tutte cose necessarie, importantissime, ma che da sole non possono bastare.
Ripensare la gestione del territorio è una delle urgenze, ma i governi europei sono ancora lontani
Si rende infatti necessario un ripensamento della gestione del territorio. Esistono tutta una serie di interventi possibili per ridurre il grado di infiammabilità dei boschi (come quelli proposti da Legambiente), che sono a tutti gli effetti delle politiche ambientali, per favorire le quali sono stati e verranno stanziati anche fondi a valere sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Si tratta, però, come si può notare dai dati raccolti da OpenPolis, di una voce di spesa sulla quale i governi europei dirottano ancora poche risorse. Chiaramente, gli investimenti sulla protezione ambientale hanno effetti che vanno al di là della “semplice” prevenzione degli incendi e che riguardano tutta una serie di ambiti, da quello tecnologico a quello energetico, particolarmente vasta. Tuttavia, a un anno di distanza dall’emergenza incendi che nel 2022 ha colpito il Carso il tema della prevenzione del fuoco si ripropone prepotentemente e, nell’ennesima estate da caldo record, prioritariamente: urge muoversi e cambiare prospettiva, per evitare di vivere nuove estati di fuoco che, di questo passo, rischiano di diventare drammaticamente ordinarie.
[E.R.]


