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lunedì, 15 Agosto 2022

Il Carso in fiamme: cosa ci dicono gli ultimi incendi

22.07.2022 – 10.00 – I vigili del fuoco del Friuli-Venezia Giulia, insieme ai colleghi sloveni, sono stati a lavoro tutta la notte, ma a due giorni dall’inizio ancora non è sufficiente. Tra martedì 19 e mercoledì 20 luglio nelle aree di Medeazza e Jamiano, tra Trieste e Gorizia, sono divampati incendi che hanno causato l’isolamento del capoluogo, l’interruzione di numerose linee ferroviarie, la chiusura al traffico dell’autostrada A4 in diversi punti, l’evacuazione di varie abitazioni di paesi limitrofi. La sera del 19 luglio il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, e il vicegovernatore con delega alla Protezione civile, Riccardo Riccardi, hanno firmato un decreto di emergenza della Regione “per gestire la situazione straordinaria che si è venuta a creare nell’area del Carso triestino a seguito degli incendi boschivi che si sono sviluppati attualmente su più fronti, tra Sablici e Devetachi in comune di Doberdò del Lago, Lisert a Monfalcone e Medeazza a Duino Aurisina”.

Anche dove non sono arrivati, gli incendi si vedono. A Trieste un leggerissimo pulviscolo chiaro offusca la vista dell’Università sull’orizzonte, all’imbocco di Via Battisti da Via Carducci. L’Arpa Fvg ha diffuso i dati sull’attuale qualità dell’aria; se la mancanza di vento ha protetto l’area di Sablici dalla propagazione delle fiamme, al contempo ha provocato un picco notturno di Pm10 nella città di Monfalcone tra il 19 e il 20 luglio. Stando alle rilevazioni, intorno al capoluogo e a Gorizia quella notte sono stati registrati picchi di 1600 microgrammi per metro cubo – la media giornaliera non supera mai i 50 microgrammi.

Il Carso non è l’unica terra che brucia in questi giorni di torrido caldo: anche a Massarosa (Lucca) le colline circostanti sono in fiamme e sono già bruciati 360 ettari di bosco; fra Chiusi e Orvieto è scoppiato un incendio in prossimità dei binari che ha costretto al Protezione civile a interrompere i collegamenti. Foto e video delle fiamme ci giungono anche dalla Grecia.

L’impatto del cambiamento climatico sui nostri suoli si sta manifestando quest’estate con più forza degli anni passati, confermando un trend che vede aumentare le temperature e i disastri ambientali; uno scenario ampiamente previsto dagli studi degli scorsi decenni. In più punti del globo la terra ci sta dando importanti segnali di sofferenza che ora, giunti a due passi dai nostri vagoni e dalle nostre case, non riusciamo più a ignorare.

In condizioni di siccità, il Carso triestino è una terra sensibile al divampare degli incendi. Un recente studio sull’impatto del cambiamento climatico sulle falde acquifere di queste aree ha messo in evidenza le caratteristiche di questo particolare suolo che lo espongono alle fiamme: la sua grande permeabilità consente l’immediata infiltrazione di acqua nel sottosuolo; le piogge e le nevi sciolte affondano diventando corsi d’acqua sotterranei che dissetano le aree non carsiche circostanti, mentre restano pochissimi corsi d’acqua in superficie. Il suolo assorbe le acque, le fa defluire in profondità e rimane secco fino alle successive piogge. L’afa delle ultime estati è dunque un fattore cruciale per la propagazione degli incendi, dal momento che la qualità del terreno, seccato dalla siccità, non consente il trattenimento di quell’umidità necessaria a smorzare delle fiamme. “I boschi di conifere sono come benzina con questa siccità”, ha dichiarato il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza.

Per la salute di un suolo così suscettibile all’infiltrazione delle acque, com’è quello carsico, è fondamentale la presenza di vegetazione boschiva in superficie: essenziale per l’infiltrazione e lo stoccaggio dell’acqua nei sistemi sotterranei, la flora carsica è protettiva, una coperta sui corsi d’acqua sotterranei che regola le temperature e il microclima dell’area, sopra e sotto terra.

La conta degli ettari di bosco bruciati dopo gli incendi di questi giorni è ancora parziale; al momento, se ne calcolano alcune centinaia. L’aumento degli incendi è quindi un cane che si morde la coda: se da un lato la sofferenza della vegetazione superficiale, seccata dall’afa, concorre all’insorgere degli incendi, dall’altro dovremo prevedere sempre più incendi a causa delle distese di alberi abbattuti dalle fiamme di questi giorni.

Gli incendi degli ultimi giorni sono una preoccupante spia di una terra in sofferenza, che non si può più salvare da sola; e intervenire sul disastro avvenuto non è più sufficiente.

di Rossella Marvulli

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